J’ai repris mon arms

Lorenzo Ceccherini | Il bassista non se lo incula nessuno |

Viene bene, per entrare in medias res senza toni retorici, ché proprio la retorica e la prosopopea sono insopportabili (e pure parecchio fuori luogo per il tema che s’ha da trattare), riprendere dalla considerazione che facevo nel pezzo del mese scorso, dove dicevo che alla fine tanti, troppi, fanno i preziosi davanti ai miseri strumenti di influenza sul potere di cui disponiamo come miseri cittadini. Sono poca cosa, giusto il voto ogni qualche anno, ma disprezzarli tout court credo sia uno dei peggiori atti di sabotaggio della collettività, perpetrato, tra l’altro, con l’aggravante del sentirsi fighi (stocazzo, come si dice a Roma – da non confondersi con e sticazzi, locuzione usata puntualmente a sproposito nel resto d’Italia).

Sul filo di questo ragionamento troviamo ben esemplificate nature e dinamiche del pensiero contemporaneo (ma forse perenne) della società umana più o meno occidentale nell’epoca del benessere andato a male. C’è la natura del potere, concetto che dà fondamento a tutto il cerimoniale e reliquiario democratico (la parte κράτος del termine greco cosa diamine vuol dire, difatti?), e c’è il pensiero magico che puntualmente, sistematicamente, strutturalmente adora dimenticare che in mezzo a tutta quanta la questione ci sia proprio il potere. Le manifestazioni di questo tipo di pensiero sono molteplici, articolate, fin anche pittoresche nella varietà di marinature romanticizzate (mestiere che forse attiene alle ideologie, termine che non gira più tanto ormai dagli anni ‘80), ma ottengono puntualmente il risultato di far dimenticare a tutti di cosa stiamo parlando quando parliamo di politica, di governo, di amministrazione. Si parla di quella cosa zozza che è il potere, che eccita tanti ma pare proprio tanto brutto nominarla esplicitamente.

Ottanta anni fa finiva definitivamente una questione nella quale il tema del potere veniva gestito primariamente con il peso della violenza e la capacità di fuoco delle armi. Questione innescata dalla brama di potere clinicamente patologica di vari dittatori e autocrati in modo estremamente specifico, supportata dalla complicità di ampissime falde delle rispettive popolazioni che non videro come le istanze guerrafondaie stessero minacciando le loro stesse esistenze. Ma non riguarda mai te, non è mai una roba privata – c’è uno iato irriducibile tra il tuo, la tua casa, la tua famiglia, la tua vita, e la dimensione collettiva, pubblica. Nel giro di meno di un secolo si passa dai moti ottocenteschi, dal ‘48 e dalla Comune di Parigi (moti in parte ricanalizzati nelle implementazioni di unità nazionale, in Italia, in Germania, con sfumature anticlericali nel nostro paese che viene la nostalgia a considerarle…) a un doppio round di morte per decine di milioni in nome prima di un imperialismo d’antan in stile medievale, da guerra dei Cent’Anni, solo con le mitragliatrici e i cannoni, e poi di una vera e propria ambizione di sterminio e dominazione totale. Dal socialismo al nazional-socialismo, insomma, lo sapete. Dai moti con le barricate e la sollevazione spontanea, la libertà che guida il popolo, la chiamata a raccolta del popolo contro i sovrani e le logiche di potere autocratico, si finisce il diciannovesimo secolo, almeno in Italia, con i cannoni di Bava Beccaris e le centinaia di morti spappolati dai tiri a alzo zero. Certo, in mezzo ci sono come risultato, vari e non banali traguardi ottenuti, fine dell’assolutismo, costituzionalismo, certificazione di diritti, politiche pubbliche per la salute e l’istruzione, elementi significativi di una cornice sociale in lento cambiamento. Però le condizioni materiali di tanti non diventano improvvisamente migliori, come invece può accadere nel boom postbellico – la fame resta un fattore primario: a Milano si fanno cannoneggiare per il prezzo del pane, non per una ideologia.

Un recupero da un mio vecchio blog di quasi vent’anni fa. Sempre lì stiamo.

L’ideologia viene spesso presentata cinicamente come un lusso, ma talvolta, quando diventa carota attaccata al bastone, può finire per far muovere anche quelli il cui problema principale è la fame. Non mancano casi in cui l’ideologia funziona nel richiamare alla propria causa masse di indigenti – la lunga guerra di liberazione cinese ne è un ottimo esempio. Lo schwerpunkt ideologico fu la promessa di redistribuire le terre sottraendole ai latifondisti, conquistando alla causa del PCC non solo gli operai ma anche e soprattutto i contadini. Well played, Mao. Oggi, anche grazie alla colite ulcerativa di cui soffrono le democrazie occidentali, il sistema cinese finisce pure per piacere a tanti per quella capacità decisionale, quella risolutezza, quell’ordine, quelle città grattacielizzate in pochi anni. Pensa un po’ te.

Da noi abbiamo sostituito l’ideologia, ormai da parecchio tempo, con altro materiale, di più facile confezionamento e di ancora più facile consumo. E credo che un ruolo di rilievo sia esercitato proprio dalla rimozione ipocrita del sudiciume del potere, tentativo puerile ovviamente, che trasforma in santini, guru e condottieri ammirevoli personaggi squallidi, di bassa lega, ignoranti, incapaci, privi di carisma, loro sì veramente zozzi, regolarmente posizionati ai vertici dei sistemi di governo dei paesi dell’Occidente. Una sorta di reazione autoimmune o cancerosa – le persone, i gruppi sociali promuovono agenti metastatici affidando loro assegni in bianco per ambizioni di autodistruzione presentate come purificazioni o ritorni all’età dell’oro. E state certi che, in uno schema rimasto praticamente intatto dai tempi dei primi fascismi, deprecheranno come eccessive le libertà concesse ad alcuni, le spese sostenute per attività ritenute inutili se non nocive (la ricerca, l’università, la cooperazione internazionale) anche se da quelle derivano non pochi fattori critici per il «benessere», le prerogative delle istituzioni di contemperamento dei poteri (Montesquieu vaffanculo, in pratica). Il tutto, senza promettere un metro quadro di terra – un capolavoro di efficienza, se ci pensate. Dalla proposta redistributiva siamo approdati alla mera proiezione di aggressività e sopruso: respingimenti in mare, chissenefrega se affogano i bambini, fecondazioni in vitro sì alle vedove no alle single, famiglie «tradizionali» (ma non per loro), sanificazione dei vocabolari, in pieno stile da newspeak fascista, zero credibilità nella pianificazione economica affidata a gente che non capisce un cazzo di economia (dove a volte sono in difficoltà, o in malafede, anche gli economisti blasonati), promulgazione di durae leges ma con l’occhiolino strizzato per suggerire che no, non sono proprio per voi (salvo minchiate tipo affossare il mercato del vino, gloria nazionale, introducendo uno spauracchio sanzionatorio quando gli incidenti mortali in Italia sono calati del 57% tra il 2001 e il 2023 – ISTAT dixit), serrata applicazione di uno spoil system per piazzare i loro ovunque, continuando a frignare per una supposta occupazione dei luoghi di potere da parte degli altri (che sono regolarmente in stato di ebetismo cronico, storditi nel casale di Capalbio o avvolti nel cachemire, costantemente afflitti per le sconfitte elettorali dalle quali si consolano esercitando altre influenze).

It’s the economy, stupid diventa qualcosa tipo it’s the bloodlust, idiot. Non importa più la promessa di più soldi meno tasse. Vogliono che gli si racconti chi colpiranno, a chi faranno male. E ci vincono le campagne elettorali. Funziona.

E vincono non da oggi – è stato un lungo cammino ma la seconda o terza o checcazzo è Repubblica si è sviluppata proprio lungo questa traiettoria, raccogliendo il testimone caduto a terra a inizio anni ‘90, mollato lì da una prima versione di equilibrio di potere basata sulla redistribuzione delle influenze tra tutti (nessuno escluso, manco gli sconfitti) i litiganti della guerra civile. A un certo punto qualcuno ha iniziato a rompere l’ampolla consociativa ed è stato un po’ un vaso di Pandora al contrario – sono entrate persone e idee, per quanto povere e miserabili, dirompenti e hanno dirotto, sai che sorpresa. Dalla lotta contro gli illiberali di Berlusconi alla caccia a quasi tutto di oggi non vedo discontinuità. Anzi, se possibile pure un peggioramento e neanche trascurabile se progressivamente si è passati ad assoldare in ruoli rilevanti veri e propri delinquenti con trascorsi da picchiatori. Come ebbi modo di scrivere (su qualche supporto non letto da nessuno) ormai quasi vent’anni fa, basterebbe utilizzare i criteri di onorabilità degli amministratori di società previsti dal codice civile per fare una pulizia radicale preventiva tra gli amministratori politici che rischiano di finire democraticamente eletti.

Non è che non mi risulti incomprensibile lo sdegno e il disprezzo di chi si ritira nell’Aventino immaginario del salotto di casa propria ma in questo modo siete come il sistema immunitario di un corpo che rifiuta di combattere i patogeni. Non è un bel vedere ma voi quaranta percento che non votate alle politiche, provateci, e lo so che siamo sotto l’ombra fastidiosa del fu fascista di Fucecchio (che comunque giocava per conto della parte già preponderante, la sua era solo paura), ma non è il caso di fare troppo gli schizzinosi. Nella Atene antica i cittadini con diritto di voto venivano praticamente rastrellati per andare a votare, sotto la minaccia del mεμιλτωμένον σχοινίον, il cordone intinto nell’ocra rossa che gli arcieri sciti usavano per raccogliere i votanti recalcitranti o ritardatari. Già si sapeva che la gente amava separare i fatti propri da quelli pubblici.

E poi non è possibile che gli spazi del pensiero e della comunicazione restino solo e soltanto occupati da quelli che dicono la cosa più memorabile (spesso, anche se inconsapevolmente, per proprio tornaconto – i detti memorabili hanno un fascino irresistibile). La politica sembra essersi ridotta a questo, a dire qualcosa di apparentemente incisivo ma in fin dei conti, autoreferenziale. Slogan, proclami, tirate di vario tipo che dovrebbero gettare una luce specifica sulle azioni.

Vedete? Si tratta proprio di questo – gli argomenti pragmatici sono proprio scivolosi quando, necessariamente, li si incartano negli involucri delle idee (l’alternativa è l’autoevidenza: nessuno vi chiederà, per esempio, perché dovete andare in bagno). Voi potreste intendere che io vi stia suggerendo, o voi quattro decili non votanti, di andare e collocare il vostro prezioso votino nelle caselle di progressisti più o meno veri o finti. No no, mi fermo ben prima (a differenza del fucecchiese), vi dico solo che dovreste andare. Se poi gli epigoni di quelli col fez e gli stivaloni e il manganello prendono il sessanta percento sarà comunque un risultato più schietto e la maschera sarà caduta ulteriormente. No representation without participation (oggi c’ho il pallino di remixare citazioni di origine americana, sarà lo stato miserevole in cui versa la democrazia in America).

C’è un fascino pericoloso nell’immaginare di poter intervenire e cambiare le teste come se potessimo disporre di un analogo culturale della tecnica CRISPR-Cas 9 che consente di modificare singoli geni per evitare o trattare patologie oncologiche. Certo alcuni, potenti e influenti, non si fanno problemi, e anche qui non da oggi anche se i media digitali offrono no spettro più ampio di subdole possibilità, a utilizzare trattamenti di questo tipo, molto costosi ma efficaci, nel pilotare l’opinione pubblica incidendo sia sui media tradizionali che sui molto più plastici media digitali. Molti di voi, purtroppo idiotés, scambiano in questi ultimi la fruizione affermativa (pubblicare, commentare, raggrupparsi) come una dimensione di attività partecipativa – quando mi sembra più di vedere cavalli in un galoppatoio che si raccontano quanto sono liberi. Intorno, e dentro, ci sono figure che un tempo si sarebbero chiamati intellettuali e oggi non so, che tendenzialmente sembrano interessate solo a fare bella figura, a dire la cazzata di giornata più scintillante e a incrementare il valore del loro brand. Qualunque cosa siano questi hanno opinioni coltivate nell’autoclave della pancia e le sventolano senza vergognarsene come invece dovrebbero.

E mentre noi siam qui, con gente che ha votato uno che diceva che sconfiggeva il cancro in tre anni, la biologia molecolare va avanti, senza che il 99,9 percento di noi ci capisca un acca

Ottant’anni non sono pochi e non sono molti se guardiamo al cambiamento culturale. Certo, la sensazione di progresso che comunque alimentava lo spesso ingiustificato (o comunque troppo onnicomprensivo) ottimismo di certi autori oggi sembra essersi dileguata – la sete di sangue che vedo sostanzialmente normalizzata in questi tempi correnti sembra essere lo scarico a terra di una paura essenziale che pare possedere molti. Qualche anno fa sono stato in Germania per lavoro, in piena Ruhr tra Baden-Wurtenberg e Nordreno-Vestfalia, una zona ricca quasi al pari delle provincie di Bergamo e Brescia ed erano tutti depressi per un senso di insicurezza economica. Negli anni a seguire l’AfD ha fatto faville. Un centinaio di anni fa i tedeschi erano invece davvero un po’ malmessi economicamente e la Germania di Weimar poté diventare il Terzo Reich abbastanza agevolmente, nel corso del decennio ‘23-’33. Certo che è l’economia, ma non solo, o meglio è la percezione di sicurezza, perché per lo stesso principio economico nudo e crudo le popolazioni del continente africano (un miliardo e mezzo di persone), avrebbero già dovuto sollevarsi e invadere en masse il continente europeo per sopraffarne gli imbelli abitanti (anche se siamo d’accordo sul fatto che il Sahara e il Mediterraneo pongono problemi logistici di non poco conto – loro e gli scafisti nordafricani sono i migliori amici degli esterofobi nostrani). Qui, in questo continente, non ci si rivolta più, semplicemente si esternalizza il mestiere dell’insularità violenta a picchiatori schifosi. La possibilità di farlo è anche metaforicamente figlia del nostro venticinque aprile, così come delle giornate simbolo del reflusso nazista in Europa nel 1945. Certo non del nove maggio in Russia, ma quella era una causa persa in partenza, nella morsa delle grinfie di Stalin.

Le idealizzazioni e le banalizzazioni fanno dimenticare le convoluzioni paradossali e le sfuggenti conseguenze degli eventi storici – credo che siano uno dei peggiori crimini mentali (ma sì, dai, rubiamo dal lessico di 1984) che si possano commettere. Più che altro perché, spesso inavvertitamente, tendono a confondere la gerarchia della rilevanza dei fattori – un po’ come accade oggi quando personaggi intellettualmente abbastanza laidi e tanto popolino discettano di relazioni internazionali, di cause, concause e di responsabili dimenticando i fenomeni di ordine più alto tipo atti di ostilità verso altri paesi (l’aggressore viene giustificato perché «provocato»), crimini contro l’umanità (la risposta a un attacco viene esercitata nella forma di sterminio indiscriminato della popolazione civile) e altre amenità ulteriori, anche in barba al corpus di quasi-norme maturate nel tritello delle guerre del XX secolo. Ma forse è anche salutare riconoscere che quelle istituzioni materiali e mentali forse non sono sufficienti: oggi i ciniconi guardano con disprezzo alla Corte Penale dell’Aia che emette un mandato di arresto per Putin e Netanyahu – basta questo fenomeno apparentemente tangenziale a suggerirci che quella che i tiggì di un tempo chiamavano «perdita di fiducia nelle istituzioni» possa essere in realtà «fastidio essenziale per l’esistenza delle istituzioni», il che, in ultima analisi, apre la porta a un più radicale «fastidio essenziale per il patto sociale». Tutti Machiavelli dei miei coglioni, tranne quando gli tocchi la vita privata, allora son pronti al reato, ad aggredire insegnanti, medici, allenatori, a tramare, a ramenare e intrallazzare, senza rendersi conto che stanno mettendo in atto un suicidio del formicaio che, collettivamente, sta eseguendo l’equivalente di spararsi nei piedi con una pistola di grosso calibro e proiettili a punta cava.

Ma è tutto consequenziale a fenomeni che non hanno molto a che vedere col fatto che ottant’anni fa forze alleate e formazioni partigiane riuscirono a sloggiare gli invasori dal territorio italiano. Un altro dei problemi cognitivi e emotivi che inquinano le discussioni nel merito è quello di fare di tutta l’erba un fascio – in questo caso guardare all’evoluzione non bellissima della società in questi ottant’anni. Non è che con bel regime fascista (à la Franco o non so cos’altro) come possono immaginare i fascisti nostrani non sarebbero avvenute certe cose nelle zucche dei nostri concittadini – sull’abbandono del timore delle istituzioni religiose e civili ci avrei contato comunque, è un trend che travalica le forme di governo, è alimentato dalla consapevolezza scientifica (anche da quella maldestra o abbozzata) e come tale è difficilmente reversibile. Il progresso scientifico ha fatto alla cosmologia tolemaica cristiana qualcosa di simile a ciò che la bomba atomica ha portato nelle relazioni internazionali – non puoi più far finta che non ci sia. Ma sto divagando (anche se conto sul fatto che già da oggi si possono confezionare cosiddette «bombe sporche» che potrebbero dare al «terrorismo» un volto da blockbuster catastrofista).

Se dio non è proprio morto morto è almeno diventato un prodotto. Come tale non è salvifico, non è neppure sovraordinato – sta a te decidere se vuoi essere subscriber, follower, quel che è. Là fuori sembra esserci un caos cosmico di vuoto sconfinato punteggiato da fonti di radiazioni dure – è quello che è e non dovrebbe sgomentare, anzi sostanzialmente affascinare e pacificare, ma se ti sei immaginato tutt’altro deve essere terrore puro quello che provi quando realizzi che non c’è nessuna protezione. Penso a un impatto vagamente analogo a quello descritto da Tzvetan Todorov nel suo saggio sulla conquista delle Americhe: così come per i conquistadores l’opzione più pratica è stata quella di deumanizzare l’altro, diviene facilissimo ignorare il Fuori con tutto quello che ne consegue sulla «situational awareness».

Ma credo che un’ombra di consapevolezza agisca anche nelle zucche dei mediamente stupidi e facinorosi, ne è testimonianza l’impegno che ci mettono per tentare di tenere in piega l’origami di merda di una idea di mondo nel quale il sopruso e la repressione (non importa più in nome di quale ideologia, l’importante è anche non esercitare la memoria) vengono proposti come esercizio di un vitalismo prescritto e unico. Mi verrebbe da dire che tutto questo è antistorico, ma sarebbe una dichiarazione un po’ positivista. La storia è anche regredire, sprofondare, andare alla malora. Coi falsi miti di progresso ci si può fare parecchio male. Però lo sanno che da certe cose non può esserci ritorno, a patto però che un po’ di memoria si conservi e quindi è anche su quella che cercano di spandere merda corrosiva. Su questo aspetto si possono fare tante considerazioni su come va il miserabile dibattito pubblico sul venticinque aprile in Italia, ma non mi metterò qui a riassumerle o a toccarle tutte – mi rifaccio semplicemente alla considerazione che ho proposto prima, quella sulla gerarchia della rilevanza (che è fatta della stessa sostanza de «il fine giustifica i mezzi» ma è proprio di questo di cui stiamo parlando, realismo su cui poter appoggiare pulsioni anche ideali, senza mezzi non si va da nessuna parte, anche nella più non-violenta delle ipotesi).

Su una cosa non possono esserci grandi dubbi quindi: il rovesciamento del regime fascista è stata una buona cosa. Se sentite dubbi in proposito a questo enunciato avete davanti dei «malati» di antidemocrazia ma soprattutto di antidiritto e antilibertà. Questo principio è stato messo sopra a tutto da parte di chi ha preso le armi e si è messo a combattere. Sì, sappiamo che il mestiere delle armi è duro da mollare per alcuni e per questi ultimi può essere stato un motore primo per continuare in qualche modo a vivere quello stato di eccezione che è proprio della guerra ma insistere su questo argomento sarebbe come dire che alleati e partigiani erano dei «guerrafondai» perché volevano debellare e eliminare il nemico, argomento disgustoso fatto della stessa sostanza del dieci-italiani-per-un-tedesco, che oggi viene puntualmente sbattuto in faccia agli ucraini nella forma del siete-responsbili-voi-perché-non-vi-arrendete. Soprattutto un certo tipo di nemico (ho filippicato in proposito qui, quattro anni fa).

Lo Sten non era un granché come arma, ma andava bene alla bisogna – poco preciso ma efficace nel combattimento ravvicinato con il suo calibro 9 x 19 Parabellum

Non ingannatevi, non fatevi ingannare, non ci sono foibe o volanti rosse che tengano – e lo dico raccomandando di tenere aperti tutti gli occhi e tutte le considerazioni sulla storia reale e non immaginata – niente di quello che il fascista, colto o incolto che sia, potrà proporre supererà mai la preminenza del principio di eliminazione dei regimi fascisti, in ragione di quello che hanno materialmente commesso. Tracciare una linea e scegliere la parte da cui stare a volte è inevitabile e può sembrare una approssimazione ma in questi casi se non stai di qua stai di là, tertium non datur. Banale per voi che potreste leggere ma quegli altri non ci arrivano. Se non sei antifascista sei fascista, punto. Non è che ci vogliono sensibilità quantistiche o maghi dell’occulto per arrivarci, questa è facile.

All’essere antifascista poi può, e dovrebbe, accompagnarsi un sano senso critico che è il miglior terreno di coltura per conservare, nelle condizioni più curate possibili, la memoria di quel che è stato e continuare a coltivare il senso delle, e il rispetto per, le esperienze vissute – ivi incluse le morti. Per molto tempo questi temi sono stati frutto di appropriazioni e rimescolamenti, per finire avvolti in bandiere di partito e nastrini e fiocchetti ideologici, per far fare bella figura a qualcuno nei salotti o sulla carta stampata. Di sciacallaggi ce ne sono stati tanti e tante prove di forza per schiacciare gli alleati di ieri – la prospettiva comunista, per esempio, è sempre stata inquinata da quello stesso taglio stalinista che produsse disastri infiniti in Spagna, dove la guerra giusta venne forse persa anche grazie a quelle posizioni. A noi ci ha detto culo, c’era da dare il colpo di grazia al Terzo Reich e non si poteva sorvolare su un regime fascista nella penisola: sono arrivate le armi, il supporto logistico e di intelligence. Non per intrinseca bontà d’animo o perché gli elfi aiutano gli umani contro Mordor. Fu così perché venne reputato conveniente, giudizio corretto perché la destabilizzazione portata dalle formazioni partigiane contribuì ad accelerare la disfatta del nemico, dopo aver lavorato a lungo e pagando prezzi molto alti nelle retrovie, quando il fronte era ancora alla linea Gustav e centinaia di chilometri separavano dal Nord Italia le forze di Eisenhower e Alexander malamente inchiodate al Sud.

Concorsero tutti quelli che vollero farlo, con un aderenza politica o anche senza, comunisti, azionisti, socialisti, popolari, monarchici, prigionieri di guerra fuggiti dalla reclusione, smobilitati dell’otto settembre, cittadini, religiosi, stranieri. Chi ebbe il fegato di farlo lo fece, e dovremmo ricordare con un rispetto smisurato questo. Invece, l’arietta consociativa e lottizzatrice della neonata Repubblica ci mise poco a stabilire chi si prendeva cosa e la cura della memoria della Resistenza finì relegata in un recinto, mentre la normalizzazione in atto da un lato consentiva di interrompere prospettive di spargimento di sangue (anche in ragione delle cogenti ragioni di geopolitica della pax americana), dall’altro toglieva ossigeno a una metabolizzazione dell’esperienza collettiva che potesse essere vissuta fuori da apposizioni di marchi e brand vari. Dal mio punto di vista è stato un po’ come se qualcuno avesse detto «tenetevi voi sto raccontino, fa parte del pacchetto compensativo per non poter mai accedere al potere». Che oggi qualcuno utilizzi lo schifoso aggettivo «divisivo» per parlare del venticinque aprile mi fa una pena infinita. Le divisioni son state fatte un bel po’ di tempo fa, con tanta malizia, di quella del genere più basso, sulla pelle dei morti e dei vivi. E son pure divisioni che consentono ad alcuni di essere qui a dettar legge, senza vergogna.

Oggi ci resta questa pena immensa di vedere le istituzioni (che di per sé non è che siano una cosa bella o sacra, ma con la sporcizia del potere bisogna dovercisi misurare esplicitamente e fare scelte organizzative) occupate dai loro primi detrattori, con tutto il loro bagaglio di grettezza e rozzezza e una completa assenza di visione. Non hanno manco il coraggio di dipingere un futuro – lo sanno che tanferebbe di Adolf e allora, visto che la cattiva coscienza puzza, fanno finta di niente e parlano di questo e quello, un argomento alla volta, più che altro lasciandoli via via cadere se non attecchiscono o non sono più interessanti. Il che non li rende innocui, perché un colpo qui, un colpo là, danno ne fanno e senza l’antidoto della memoria non si ha niente per valutare se l’oggi possa essere più o meno malato, a parte il livello personale di disagio e sofferenza. Al quale si può facilmente ovviare offrendo pannicelli caldi spacciati come grandi regalie.

Il nemico interno non lo si può cacciare, ha un diritto costituito di vivere qui – il solo pensarlo ci farebbe passare dalla parte di là. Però non credo ci siano da fare sconti sul concetto di «inimicizia»: con le loro scelte e le loro opinioni i molti di oggi sono letteralmente nemici dello spirito libertario di ottant’anni fa – che, va bene, non è detto che come una fonte magica potesse dirci cosa fare su ogni cosa ma sicuramente ci agganciava in modo piuttosto chiaro ai concetti di libertà e giustizia e alle aree semantiche affini. Ci vorrebbe un CLN per questa epoca ma non è chiaro a nessuno come combattere il conflitto, neanche come definirlo se non a livello culturale, antropologico e psicologico – e penso sia evidente a tutti che non basti che ci sia, a gestire lo zozzo potere, «qualcun altro», aspetto su cui fanno affidamento le dispeptiche opposizioni da un trentennio a questa parte. La lotta per il potere «a contorno» a loro sembra sempre comunque una prospettiva migliore – mica vorrete mettervi a fare il tentativo di farvi carico delle sorti del paese? Ma siete matti?

Ci sarebbe ancora tanto da dire e scrivere ma sono stanco, come si fa a non esserlo. Brutte teste di cazzo leggetevi questo e vergognatevi. Potreste anche scegliere di considerarli gente un po’ naif, poco illuminata, poco pratica, sognatori. Scappate quanto volete col vostro metaforico culone di piombo e la testa piena di vermi. Se siete qui, oggi, relativamente sicuri e protetti, con la possibilità di essere ignoranti come il culo ma comunque con un tetto sulla testa, dei soldi, gadget e cazzate varie, lo dovete a quelli di ottant’anni fa, di ogni colore e convinzione. Potete continuare a essere come siete, è un vostro diritto, ma per favore evitate di mandare alla malora quel minimo di res publica che ancora non è marcita e che potrebbe ancora rifiorire.

Chissa perché, non riesco a essere ottimista al riguardo.

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