C’è un confine labile tra la Storia come disciplina e le storie che raccontiamo. In primo luogo perché anche la disciplina storica, pur rispettando una serie di regole interne che ne stabiliscono lo statuto, è un racconto: il racconto di ciò che è stato, nel modo più verosimile con cui siamo capaci di farlo. E poi perché ogni racconto possiede un’ambientazione storica, pure quelli contemporanei o fantastici ricreano mondi a partire dalla “veridicità”: un’eredità della disciplina storica. Senza l’idea della Storia, le opere di Tolkien sarebbero leggende, non romanzi.
Passeggiando su questo crinale mi sono imbattuto in due fumetti molto diversi tra loro ma entrambi forieri di suggestioni intense rispetto al tema.


Il primo è Allen Meyer, di Paolo Castaldi, ambientato in una Milano ottocentesca dove la sommossa popolare si intreccia a una pervasiva diceria: la luna sta per cadere sulla Terra. L’ambientazione è in realtà quella dalle canzoni di Martino Rea, protagonista del fumetto assieme al suo alter ego di metà Ottocento: l’astronomo Allen Meyer, l’unico a muoversi tra i popolani senza credere a questa superstizione. La storia intreccia amore, morte, disillusione rivoluzionaria, ricerca di senso e di verità.
L’altro è La Terra, il Cielo e i Corvi di Teresa Radice e Stefano Turconi, ambientato nell’inverno del 1943, durante la Seconda Guerra Mondiale. La storia segue la fuga di Attilio Limonta, un ex contrabbandiere lariano, al seguito di un ufficiale tedesco detto “Fuchs” e, con loro, del prigioniero Vanja, giovane secondino del campo di prigionia sovietico nelle isole Solovetskij da cui i due sono scappati. I tre intraprendono un arduo viaggio attraverso la guerra, la fame, l’amore e la gelida steppa russa. Un cammino che mette a nudo le loro storie personali, oltre le barriere linguistiche e culturali, rivelando la dolente presenza della loro umanità.
L’approccio all’ambientazione storica delle due opere è quanto mai antitetico. Paolo Castaldi ha costruito l’intero racconto a partire dalle suggestioni di un vero album musicale – Le piromani di Teo Manzo – e la scelta di calare tutto nella cornice dei moti insurrezionali di metà Ottocento gli è arrivata come un’ispirazione, la folgorazione data dal singolo verso di una di quelle canzoni: «La notte delle barricate in via Montenapoleone». Mentre lo spunto per Teresa Radice è stato un pezzo di storia familiare: suo nonno materno aveva davvero un fratello disperso in Russia. Lei aveva negli occhi le lettere spedite da lassù, prima che sparisse ogni sua traccia, e aveva nelle orecchie i racconti di famiglia. Ma soprattutto aveva toccato degli oggetti, cose che erano passate anche attraverso le sue mani: non c’è niente che renda una storia più vera di una traccia materiale.
Entrambe di “storico” non hanno che l’ambientazione, più filologicamente curata per Radice e Turconi, più poeticamente evocativa per Castaldi. Eppure il periodo storico è talmente importante da rendere impossibile traslare quelle storie in un altro contesto, magari contemporaneo, senza snaturarle o cambiarne il senso profondo. Per entrambi la Storia si incarna in alcuni elementi che impregnano la tavola con la loro concretezza, che siano i manifesti del ventennio o la targa di marmo dell’anagrafe cittadino, noi la Storia la vediamo. Anzi, ci veniamo immersi dentro.
Come? Cosa? Caro attento lettore, hai ragione, non ti sfugge niente, rispondo subito alla domanda. Ti stavi chiedendo, visto che questa rubrica si chiama AntropoComics, perché ti ho attaccato ‘sta pezza con la Storia? Tranquillo, non temere: esiste l’Antropologia Storica e io sono qui per illuminarti su cosa diavolo sia.

A dispetto della contiguità che la scuola antropologica di lingua tedesca ha da sempre avuto con la storia, per la nascita dell’Antropologia Storica bisogna aspettare che passi di moda il Funzionalismo. Malinowski nel 1922 aveva inaugurato un modo nuovo di fare e intendere la disciplina, sostanzialmente superando l’idea di poter trovare nelle popolazioni “primitive” dei residui di ciò che eravamo stati e concentrandosi invece su come “funzionavano” concretamente le loro società. Lui e la scuola funzionalista hanno dominato l’antropologia britannica per quasi trent’anni, a tal punto che uno dei suoi migliori allievi, sir Edward E. Evans-Pritchard – sì, si chiamava come l’autore del manuale stracciato nell’Attimo Fuggente – ha potuto ottenere una cattedra in patria solo nel ’46, perché il maestro non lo riteneva all’altezza.
Così nel ’50, chiamato a tenere una delle conferenze annuali più importanti di Oxford, la Marret Lecture, lui la intitola Social anthropology: Past and present. In pratica è una critica alla purezza metodologica del suo mentore dove lo accusa di aver finito per costruire l’idea di popolazioni sempre uguali a loro stesse. Per Evans-Pritchard una società non può essere compresa senza studiarne la Storia e l’Antropologia dovrebbe avere in comune con la disciplina storica proprio il fine: non più la ricerca di leggi universali sul modello naturalistico ma la necessità di modelli esplicativi da adattare ai singoli casi etnografici.

Insomma, è l’inizio di un lento ripensamento dei confini tra le due discipline che, lentamente ma inesorabilmente, si vengono incontro. E il terreno e le modalità con cui Antropologia e Storia si sono incontrate può rivelarsi essere un utile strumento per rileggere il senso e la profondità di questi due fumetti con ambientazione storica.
Se il primo incontro avviene quando la pratica etnografica scopre la ricerca negli archivi, come prezioso aiuto nel tentativo di ricostruire le genealogie di quelle usanze culturali che stava incontrando, allo stesso modi gli autori de La Terra, il Cielo e i Corvi infilano le mani in varie fonti archivistiche per ricostruire non solo le ambientazioni, ma anche i loro personaggi. E, indubbiamente, anche alle spalle di Allen Meyer c’è una ricerca iconografica fatta su vestiti, oggetti e paesaggi dalla profondità tutt’altro che trascurabile e che finisce per dare concretezza alla cospirazione risorgimentale.
Eppure è vero anche il contrario: tutti e due i fumetti possono essere letti come un tentativo di dare conto del presente in cui sono stati scritti proprio attraverso la comprensione storica del nostro passato. Le sommosse ottocentesche e la ritirata sul fronte russo diventano fondamentali per parlare della situazione sociale particolare presente al momento in cui le tavole sono state disegnate, anche al di là della volontà degli autori. Ci torneremo ma non adesso, e nemmeno la prossima volta: prima ci toccherà affrontare il percorso inverso, quello che dalla Storia porta all’Antropologia.
Alla prossima.

è scrittore di mezza tacca, disegnatore a tempo perso e suonatore di citofoni (in cui fa le pernacchie prima di scappare) ma nella sua carriera vanta anche esperienze teatrali e cinematografiche poco riuscite, alcune brevi incursioni nel mimo e nel porno ne fanno un artista completo.
In preda ad una crisi di mezza età, senza i soldi per comprarsi la spider e troppo apatico per intraprendere la classica relazione con una ventenne, sceglie di prendersi una laurea in antropologia. Ma siccome a lezione si annoia infila le graphic novel dentro le sovracopertine dei libri di testo e alla fine, facendo confusione tra gli argomenti delle lezioni e quello che legge, inizia a scrivere cose strane che ancor più stranamente vengono pubblicate.