Ronald Searle: più umano dell’umano

Paolo Interdonato | Disegnetti per perditempo |

(Quasi) nasce perché Boris e io volevamo uno spazio in cui si potesse parlare di storie – fatte in larga parte di parole e immagini – mostrando una certa indifferenza al calendario delle uscite, alle ricorrenze editoriali, alla consorteria che spesso caratterizza (in modo incomprensibile: ci sono pochissimi soldi) il mondo delle storie con le figure. Nei fatti, poi, ci perdiamo spesso nel discorso intorno alle cose che succedono. Perché è inevitabile. Alla fine, come ci ha insegnato Il silenzio degli innocenti, il desiderio nasce da quello che osserviamo ogni giorno.

Per fortuna ci capitano anche cose impreviste. In una libreria dell’usato mi salta in mano un libro che non avevo mai visto, di un editore di cui non sapevo nulla. È in condizioni perfette e costa niente: queste caratteristiche, insieme al nome del disegnatore, mettono a tacere il grido di dolore che mi provoca la grafica di copertina e il modo in cui è trattato il nome dell’autore.

È l’edizione italiana di The Illustrated Winespeak, un libro di Ronald Searle del 1983, tradotto tre anni dopo da Edagricole di Bologna. Si chiama Parlardivino e, benché in costa il nome dell’autore sia riportato correttamente accanto al titolo e senza troppi fronzoli, in copertina e nel frontespizio è il delirio. Ci sono almeno tre elementi che meriterebbero qualche secolo di purgatorio a chi ha curato questa edizione: la bruttezza delle font scelte e la disposizione schizofrenica dei caratteri in copertina; la modifica del disegno pensato da Searle per presentare il suo libro, manomesso per aggiungervi una donna nuda; il fatto che il volume si presenti come «illustrato da Ronald Searle con un ditirambo di Giorgio Celli», con il nome dell’autore e quello dell’entomologo-ditirambista (e anche traduttore) nella stessa dimensione e con lo stesso rilievo tipografico.

Il libro, con tutti questi difetti, è bellissimo lo stesso. I disegni di Searle sono magnifici e stampati bene. Inoltre, mi permette di fare una di quelle cose per cui è nata (Quasi): parlare di Ronald Searle, anche se oggi non è possibile trovare alcun suo libro nel catalogo degli editori italiani.

Quel segno, oggi, forse ti sembra accettabile, addirittura bello. Hai metabolizzato decine di suoi allievi e di allievi dei suoi allievi. Da Ralph Steadman e Gerald Scarfe a Quentin Blake e Tomi Ungerer, da Roland Topor a Edward Gorey, da Gary Baseman a Tim Burton. Ma immagina lo stupore di chi se lo è trovato davanti la prima volta, con quella pennellata grassa, spezzata, tremante, imprecisa. Un segno sgraziato, a disegnare corpi grassi o macilenti, volti porcini, nasi fallici, occhi appoggiati alla fronte, braccia flessuose, pance pesanti, dita tozze… E tutti quegli elementi, accostati, raccontano l’umanità con amore, disincanto e precisione. Proprio quello che cerco: verità e bellezza, vestite di metafora; più umano dell’umano.

La vita di Searle è interessante e meriterebbe un racconto articolato. Ne fisso qualche elemento, perché mi pare rilevante per capire da dove nasce quel disegno.

Ronald Searle nasce il 3 marzo 1920 a Cambridge. Figlio dell’addetto alla manutenzione delle linee telefoniche dell’ufficio postale locale, ha una carriera scolastica ordinaria: a quindici anni lascia la scuola e poi, mentre lavora, frequenta per un paio d’anni l’istituto d’arte locale. Appena compiuti diciannove anni, quando capisce che la guerra è inevitabile, si arruola nei Royal Engineers (quelli che gli italiani, ancora oggi, si ostinano a chiamare genieri, quasi avessero bevuto troppa grappa dell’alpino). Nel 1942 è al fronte. Non quello europeo, quello del Pacifico. È a Singapore proprio quando viene conquistata dai giapponesi. Trascorre il resto della guerra, fino alla fine del 1945, come prigioniero. Lavora alla Ferrovia della Morte Siam-Birmania, contrae tutte le malattie che riesce a prendere (beriberi, malaria e chissà cos’altro), arriva a pesare meno di quaranta chili e, soprattutto, sopravvive. Dopo la guerra, presta servizio come disegnatore nei tribunali durante i processi di Norimberga. A partire dagli anni Cinquanta, i suoi disegni escono ovunque: “Life, “Holiday, “Punch, “New Yorker, “Sunday Express, “News Chronicle

Il suo vero esordio artistico è segreto. Durante la prigionia, non smette mai di disegnare. Documenta minuziosamente le condizioni del campo di concentramento. Disegna ossessivamente e nasconde quei fogli stropicciati sotto i materassi dei prigionieri che muoiono di colera. Vuole documentare quello che sta succedendo e non importa se sopravviverà o meno: bisogna testimoniare.

Quando viene liberato, porta in salvo circa trecento di quei disegni, che confluiscono in The Naked Island, il libro di memorie del compagno di prigionia Russell Baddon. Un altro recluso racconta Searle in quei giorni con una frase che mette i brividi:

«Se provi a immaginare qualcosa che pesa una quarantina di chili, sta per morire e vive in condizioni rivoltanti da meno che umano, sdraiato in un angolo, tranquillo, con una matita e un pezzo di carta, a disegnare, puoi avere un’idea vaga della differenza di carattere tra quest’uomo e l’essere umano comune.»

Se guardi quei disegni – oggi raccolti nel volume Ronald Searle: To the Kwai and Back, War Drawings 1939–1945 – ci trovi un disegnatore straordinario che ha sicuramente guardato George Grosz, Otto Dix, Daumier. Ma ci trovi anche, e soprattutto, uno che guarda gli umani.

Il segno di Searle ci arriva da un altrove ostinato. Non si lascia incasellare in una scuola, in una tradizione, nemmeno in un’epoca precisa. È un segno che ha visto il disumano e che si è aggrappato alla deformazione – del tratto e del corpo – consapevole che quella è l’unica forma onesta per dire il mondo.

Poi Searle si trasforma nel professionista che disegna le ragazzine di St Trinian’s, i teppisti scolastici del ciclo di Molesworth, gli avvinazzati felici, i gatti, la mondanità britannica, i riti della burocrazia, i mostri della società dei consumi, i reportage… in migliaia di cartoon, in un centinaio di libri. E il suo disegno – grottesco, esasperato, eccessivo – contiene tutta la fragilità del corpo e tutta la violenza del secolo. Il pennello spezzato, spesso incerto, non è solo uno stile: è il rifiuto della levigatezza, dell’ordine rassicurante. È un segno che non vuole sedurre. È nervoso, spesso caustico, eppure pieno di compassione. Quasi una grafia più che una linea. Una scrittura per raccontare le persone nel momento in cui si rompono. Una scrittura feroce, che non salva nessuno, ma che non si innerva mai di disprezzo.

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