Hugo

Boris e Paolo | QUASI |

I disegni sono di Titti Demi.


Hugo Pratt è una questione privata.

Un fumettista gigantesco, un genio cialtrone, un disegnatore formidabile, sbrigativo e preciso, un mago del ritmo narrativo, un grande venditore di sé stesso.

Autore di avventura, narrazione, dilatazione del tempo, incantesimi, erotismo, precisione storica, invenzioni.

Corto Maltese, Anna, Koinsky, Bocca Dorata, Sgt. Kirk, Venexiana Stevenson, Cush, Sheva, Ernie Pike, Pandora, Asso di Picche, Vanghe Dancale, Cato Zulu, Banshee, Morgan…

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Ognuno ha il suo Pratt preferito. Quello che ricorda a memoria, di cui sa citare i discorsi, le pose, gli sguardi, perfino i silenzi. E ognuno, prima o poi, si ritrova in mano un fumetto di quell’autore che proprio non gli piace. Lo sfoglia distratto, lo critica, lo liquida con frasi spezzate e sprezzanti. Poi si ferma un attimo a fissare un punto della pagina che non aveva mai visto così. E si incanta. Perché, anche nei fumetti di Pratt che ci sembrano peggiori, c’è almeno un gesto che rimane. Una battuta, un’inquadratura, un nome, un ritmo. Un ritmo, appunto. Una storia. Una promessa. Una possibilità. Un fumetto.

Hugo Pratt è una questione privata perché riguarda il modo in cui abbiamo imparato a leggere il fumetto. Ciascuno di noi, se scava un po’, trova il suo posto nelle sue storie. E, dentro, ci trova il momento in cui ha capito il fumetto.

E il punto non è solo quali storie ci ha raccontato. Ma il suo modo straordinario di fare fumetto. Un fumetto che non ha alcuna sacralità. Può essere violato, smontato e rimontato. Colorato e pubblicato in grande, in piccolo, in orizzontale, in verticale, con una striscia in più – o in meno – per pagina. E, certo, quando ti arriva in mano una versione diversa da quella che consideri canonica, ti viene da imprecare forte. Ma, dannazione!, tra le divinità e gli animali da cortile che ti vorticano sopra la testa, quel fumetto continua a funzionare. Continua a essere fumetto. Il fumetto che hai imparato.

C’è un momento in cui ti sorprende, ti smonta, ti prende in controtempo. E da lì non leggi più come prima.

Questo non è il momento della nostalgia. Consideriamo i fumetti una cosa seria. Perché ci fanno ridere e ci fanno godere. Ora. Non ce ne frega nulla del rimpianto del nostro passato. Non siamo mai stati giovani e forti; non abbiamo mai saltato i fossi per il lungo.

Hugo Pratt è morto il 20 agosto del 1995. Sono passati trent’anni.

Nel frattempo, fuori da qui, il mondo è andato in pezzi.

Porci e fascisti al governo un po’ ovunque, le rivoluzioni si arenano così tanto prima di prendere vita che non devono neanche essere messe a tacere, ci sono guerre, crisi energetica, cambiamento climatico, idiozia dilagante, nessuno che accenni a embarghi a governi che fanno più schifo che mai, nessuno che dica che bisogna uscire dalla NATO, nessuno che chieda l’abolizione degli Stati Uniti…

C’è un genocidio in corso a Gaza. Lo sta compiendo il governo israeliano, con lucidità e determinazione. Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto. È un crimine costante, sotto gli occhi di tutti, operato da un governo fascista che si muove all’insegna di un fondamentalismo religioso spaventoso.

E noi – che facciamo (Quasi) – non facciamo niente. Non sappiamo tenere la rabbia accesa. Non sappiamo restare sulle posizioni. Non sappiamo essere perennemente incazzati e addolorati. Non siamo particolarmente bravi neppure a odiare.

Ci distraiamo. Smettiamo di nominare le cose, di fare domande, di disturbare. Ci rifugiamo nell’immaginario. Ci aggrappiamo a quello che conosciamo. Alle pagine. Alle storie. Ai disegni che ci hanno insegnato a guardare.

Sappiamo che non basta. E non è neanche il tentativo di portare una scusa.

Ma sappiamo anche che, per noi, l’unico modo di prendere posizione è questo: tornare su quelle figure e usarle per proseguire il discorso critico.

(Quasi) è una rivista di critica. Non la legge nessunə.

Non serve a nulla, se non a ricordarci che le questioni private sono, sempre, faccende politiche. E Hugo Pratt è una questione privata.

Ad agosto non chiudiamo. Ci occupiamo di Pratt. Non per celebrarlo. Ma per scavarci dentro, ancora una volta.

Perché il mondo brucia, e noi continuiamo a leggere fumetti.

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(Quasi)