Ah, Corto Maltese, que n’aurais-je fait pour tes beaux yeux et ton esprit rebelle !
Lio, Pop Model, Flammarion, 2004
Che ricordi io, nel 1981 mi sono innamorato almeno due volte. La seconda è stata in novembre: quella volta che sono andato al cinema – avevo tredici anni e, se volevi avere una vita sociale, avere visto quel film era un obbligo assoluto – a vedere Il tempo delle mele. Scelta geniale per il titolo italiano, perché una traduzione letterale di quello originale (La Boum), non avrebbe avuto su di noi lo stesso effetto. Comunque. Ci mancò davvero poco che Sophie Marceau cacciasse dal mio organo cardiaco la ragazza di cui mi ero innamorato a febbraio. Non ci riuscì, per un soffio. E stanno ancora tutte e due qui, nel mio cuore (quasi loro coetaneo) di granito.
Sono pochi i momenti della vita in cui capitano vere e proprie rivelazioni, quelle che formano il tuo gusto estetico e la tua personalità. Io nella mia ne conto tre, forse quattro. L’incontro con Lio il 6 febbraio 1981 è il primo e probabilmente quello che mi ha dato il concetto di bellezza. È la seconda serata del Festival di Sanremo, condotto da Claudio Cecchetto e da Eleonora Vallonne (bellissima ma mi sembrava troppo vecchia – aveva 28 anni). È un Festival in cui sto sentendo cose che mi piacciono assai e che i miei genitori e mia nonna – lo si guardava tutti assieme il Festival – non capiscono e criticano spietatamente con argomenti tutti nostalgici. È il primo Festival di Sanremo, da dieci anni a quella parte, di cui almeno tre canzoni entrano con prepotenza nelel chart mondiali: Per Elisa di Alice e Battiato, Maledetta primavera di Loretta Goggi e Sarà perché ti amo dei Ricchi e poveri. Ma quella che mi piace di più, che piace di più a tutti i miei amici e le mie amiche, che balleremo per tutto l’anno a ogni festicciola, è la sigla del Festival: Gioca Jouer scritta da Cecchetto e da Claudio Simonetti (che fosse lui l’autore della colonna sonora di Profondo Rosso lo scoprirò, con sorpresa, anni dopo).
Insomma, è la prima volta, da quando guardo questo rito laico annuale attorno a cui si raduna tutta la famiglia (capiterà di nuovo l’anno dopo con la partecipazione di Vasco Rossi) che il Festival di Sanremo mi suscita qualche interesse. Poi, in quella seconda fatidica serata, altro che interesse! Probabilmente la mia prima consapevole eccitazione erotica. Su quel palco in cui vengono proiettate palme insulse, sale… cioè, scende la diciottenne Vanda Maria Ribeiro Furtado Tavares de Vasconcelos in arte Lio. Canta in francese. Una canzone scritta da Ellie Medeiros e da Jacno, una delle coppie più originali dell’elettropop degli anni Ottanta. Non capisco niente di quello che dice, ma non c’è bisogno di capire le parole di Amoreux solitaires, basta guardarla.
Quando riesco a farmi regalare il suo album, siamo ormai nell’autunno del 1982, mentre guardo la copertina, certo, rinnovo il mio innamoramento, ma mi convinco anche di averla già incontrata prima. Ne sono certo, ma non so proprio dire dove. Poi mi viene in mente dove l’ho già incontrata. Tra le pagine di Una ballata del mare salato, un fumetto che mi ha cambiato la vita e che ho letto proprio nell’estate del 1982, l’estate dei miei quattordici anni, in una vecchia edizione Mondadori del 1972 comprata, se non ricordo male in una libreria di libri usati in fondo a via XXV aprile a Sestri Levante.

Sono molto giovane e un po’ scemo, ma lo so che non può essere lei ad avere ispirato a Hugo Pratt il personaggio di Pandora Grovesnoore. La ballata è del 1967, Lio aveva solo 5 anni. Non è Pandora che somiglia a Lio, è Lio che tende a somigliare a Pandora. E c’è un motivo preciso, che ho scoperto una ventina di anni fa, quando ho letto la gradevolissima autobiografia che Lio ha scritto insieme a Gilles Verlant (sì, l’autore della biografia definitiva di Serge Gainsbourg): Pop Model.
Grande lettrice di fumetti, a sedici anni Lio si trova tra le mani la Ballata. Gliel’ha consigliata Jacques Duvall, mentre – insieme a quel cazzo di genio degli arrangiamenti di Marc Moulin – stanno lavorando alla registrazione di le Banana split (singolo che alla sua uscita nel novembre 1979 venderà più di 700.000 copie, che nei due anni successivi supereranno i 2.000.000). Lio si innamora di Corto e si identifica con Pandora, di cui il marinaio «nelle ultime pagine della Ballata del mare salato sembra essere così tanto innamorato». Effettivamente ci somiglia. Ma sa di somigliare un sacco anche a un altro personaggio femminile. Un personaggio secondario ma fondamentale di Les Colères du mange-minutes, il secondo episodio della Barbarella di Jean-Claude Forest, che si chiama Lio. In effetti, chissà se per caso Pratt non si è ispirato proprio alla Lio di Forest per l’aspetto di Pandora, un po’ si somigliano. Se Vanda Maria vorrebbe essere Pandora per potere, a differenza della giovane Grovesnoore, partire con Corto, in realtà ha molto più in comune con la Lio di Forest.

Lio è la figlia dell’Arcipresco di Ventusa, la città di ferro che sta insieme senza viti, ma che per una perdita di magnetismo rischia di crollare. Lio deve portare a suo padre un minerale che salverà la città. Ma non è questa la cosa importante. La cosa importante è che Lio è una ragazzina che (ancora come Alice, quella di Carroll) «ama molto le figure». Ne è sempre circondata. E quando non ha figure da guardare sta male e tenta il suicidio. Deve sempre comprarsene di nuove. Per questo si fa accompagnare da Barbarella su un pianeta dove le producono. Dice Vanda maria di sentirsi proprio come lei, senza le immagini che continua a guardare, le copertine dei suoi 45 giri di Julie London, Ronnie Spector, Blondie, si sentirebbe persa, non riuscirebbe a dare un senso alla propria vita.

Quando di 45 giri deve uscire il suo, è evidente che non può presentarsi al pubblico francofono (non te lo avevo ancor adetto, lei è di origini portoghesi ma naturalizzata belga) – e poi a quello mondiale – come Vanda Maria Ribeiro Furtado Tavares de Vasconcelos, che è un nome bellissimo, ma decisamente poco pop. Vorrebbe usare quello di Pandora, ma i dirigenti di Ariola (l’etichetta per cui è sotto contratto) non lo trovano un nome spendibile. Preferiscono l’altra proposta di Vanda, Lio.
Allora lei scrive a Forest. Gli chiede l’autorizzazione per utilizzare il nome di Lio e allega alal lettera una foto per dimostrare quanto somiglia al suo personaggio. Forest le risponde di essere felice di constatare che esiste una Lio in carne e ossa, le fa presente che Lio era stato usato per dare il nome a una stella scoperta nel 1969, e le augura di brillare altrettanto. Vanda lo farà.
Passano gli anni e i milioni di copie vendute. Lio non smette di leggere fumetti. Segue le avventure di Corto Maltese con la passione di un’innamorata. Lo racconta lei stessa, che la sua prima figlia avrebbe potuto chamarsi Pandora, poi le è toccato il nome, forse anche più bello, di Nubia, ma il punto è quello: che Lio spera senza sosta di incontrare prima o poi Hugo Pratt.
Lio non lo sa, ma Hugo Pratt si divideva, quando non era in viaggio, tra la sua casa di Malamocco e quella di Parigi in rue Saint-Louis-en-l’Ile, poi nel 1983 vende tutto e si ritira in un luogo che contraddice tutta la sua vita, in una specie di tomba anticipata. A Grandvaux, sul lago più triste del mondo, quello di Losanna. Non entriamo nel merito di questa scelta, all’inizio probabilmente più fiscale che cimiteriale, ma in fondo preoccuparsi della fiscalità (anche per eluderla) è un sintomo di ricchezza e di morte in vita.
Comunque. Ogni volta che Pratt deve venire a Parigi, adesso che non ha più il suo apprtamento, scende all’ Hotel Esmèralda. No. Lo so che te lo stai chiedendo, ma il nome dell’albergo non è in onore del personaggio di Pratt, ma di quello di Victor Hugo. Che Pratt lo avesse scelto per alloggiare a Parigi ogni volta che doveva andarci, ha un senso profondo: l’hotel porta lo stesso nome del suo personaggio più sensuale, che lui ha cretao di certo ispirato dalla gitana del cui padre letterario lui si è scelto per nome (quella H non c’è all’anagrafe) il cognome.
L’albergo sta al 4 di rue Saint Julien le pauvre. Quinto arrondissement, proprio dietro Notre Dame. Le stanze sono dei buchi molto vintage. Non costa nemmeno particolarmente troppo, se sei un prattiano all’ultimo stadio, prenderti una stanza lì è un’esperienza che devi fare. Ma torniamo a Lio.
A metà degli anni Ottanta lei abita in quai de la Tournelle. Veramente a due passi da rue Saint Julien le pauvre. Un pomeriggio che passa di lì, per puro caso, vede Hugo Pratt uscire dall’albergo e lo segue per più di un’ora, ma senza trovare il coraggio di approcciarlo. Lo vede entrare in una libreria specializzata in tarocchi e poi in un negozio di strumenti musicali.
Si conosceranno in quello stesso 1985, quando Michel Denisot di Canal + li invita entrambi per una puntata della trasmissione “Zénith à moi”. È una puntata dedicata a Corto Maltese. Una di quelle cose tristi con filmati ispirati a pagine dei fumetti. La scena è la ricostruzione di una sequenza di Tango, l’opera più recente di Pratt. La scena è il bordello di Esmeralda (interpretata da Lio) dove tre prostitute, Lio, sua sorella Helena e una loro amica, aspettano Corto (interpretato da Cacho Vasquez) che deve arrivare. Una cosa di una tristezza e di un imbarazzo infiniti. Ma Lio, che oggi è molto intransigente con il suo passato e rilegge le canzonette dei suoi esordi con uno sguardo – a mio avviso – fin troppo severo (si è autoaccusata di istigazione alla pedopornografia), a quell’episodio perdona tutto. Perché quel giorno ha conosciuto Pratt. Quando gli racconta di averlo pedinato per Parigi senza trovare il coraggio di parlargli, lui la porta in quel negozio di strumenti e le regala un’armonica. Lei dice di possederla ancora.
«Hugo Pratt è stato adorabile. Poi mi ha anche scritto e mi ha invitato in Svizzera a casa sua. Dal 1986 fino alla sua morte, la nostra è stata un’incredibile storia d’amore e di amicizia. Un amore platonico… Ero il tipo di donna che gli piaceva… Eravamo molto legati. Lo adoravo e mi ricordo di un capo d’anno a casa sua, l’ultimo prima della sua morte, in cui aveva fatto addirittura venire una compagnia della commedia dell’arte…” (Lio, Pop Model, Flammarion, 2004, p.128.)
In realtà, per quello che mi è dato sapere la compagnia dell’arte erano Bruno Lauzi e la sua orchestra. Quella festa di capo d’anno c’è un sacco di gente che la ricorda, e ognuno te la racconta in modo diverso, persino quelli che non furono invitati.
Insomma. Platonica o meno, quello che a noi resta della relazione tra Hugo e Lio è un oggetto che io, adesso, ancora innamorato dell’una e critico sistematizzatore dell’opera dell’altro, conservo tra gli oggetti più preziosi: la copertina e il fascicolo interno dell’LP CAN CAN del 1988.

C’è un aneddoto che mi piace molto e che molto dice dell’attenzione di Pratt per la cultura pop. Quando un giornalista gli chiede, con altezzosa snobberia, perché ha realizzato la copertina di un album di canzonette come Can Can, Hugo gli risponde «ho fatto la copertina di Lio perché Lio è sublime! Se domani dovessi formare un governo, la vorrei come Ministro della Cultura e del Buon Gusto!» Poi probabilmente avrà contatao anche il compenso, ma quello è naturale.
Hugo Pratt muore il 20 agosto 1995. Apprendo la notizia la mattina del giorno dopo, mentre sfoglio i giornali alla stazione di Palermo dove attendo il treno che mi riporterà a Milano. Vorrei poter dire il contrario ma Pratt io non l’ho mai conosciuto. Avrei voluto mettere alla prova quella fascinazione che mi raccontano tutti, con la mia refrattarietà per chi vive alimentando la propria automitobiografia raccontando balle senza sosta, ma non è successo. Me ne faccio una ragione, ma in quel momento, quando apprendo quella notizia provo un sottile dolore. Il viaggio Palermo Milano durava più di 14 ore. Per affrontare durate simili mi portavo sempre dietro il walkman e una bella scorta di cassette su cui avevo registrato i miei lp preferiti. Infilo la cassetta di Can Can, inserisco l’autoreverse e affronto il viaggio.
Sono passati trent’anni. Da allora la Ballata la rileggo almeno una volta all’anno. Invece quel dsico non lo ascolto più. Mi sa che adesso vado a prendere nella libreria il vecchio volume Mondadori e metto sul piatto Can Can. Voglio essere accompagnato nella lettura dalla voce che ha per me Pandora e immaginare un finale in cui finalmente lei abbia il coraggio di partire con lui.

Non fa un cazzo da anni, ma è invecchiato lo stesso. Vive a Milano, e non potrebbe farlo in nessun’altra città italiana. Legge e parla di fumetti dal 1972 (anno in cui ancora non sapeva leggere). Ha una cattiva reputazione, ma non per merito suo. Ama e praticava la boxe, poi si è rotto. Beve tanto in compagnia di gente poco raccomandabile, tipo Paolo con il quale – per colpa di una di quelle bevute – si è ritrovato a curare QUASI.