Sulla piccola, minuscola, trascurabile ossessione che coltivo per i fumetti di Frank Miller te ne ho scritto da queste parti, più e più volte. Colgo l’occasione di questo numero di (Quasi) dedicato a Hugo Pratt per condividere un ricordo di giusto trent’anni fa.
C’eri quando fu pubblicato Sin City, in Italia, all’inizio? Prima (1992), a puntate sulla rivista “Hyperion: Odissea nel fantastico” di Star Comics.

Poi (1993) in volume, sempre da Star Comics, e la seconda storia, Si può anche uccidere per lei, uscì in albetti singoli con Comic Art (1994).

Curiosità: al tempo non lo chiamavamo Il duro addio, il primo libro di Sin City era semplicemente Sin City.
Insomma, un casino tra edizioni diverse, di cui mi stufai presto e passai, a partire da The Big Fat Kill, ad acquistare gli albi originali.

Da quelle prime due storie in italiano (la prima in realtà credo di averla in almeno quattro edizioni diverse) ho continuato a collezionare esclusivamente gli albetti, e dopo The Big Fat Kill uscì quello che a mia memoria è il primo “fuori collana” della serie, Sin City: Silent night. E si percepiva dell’entusiasmo. Entusiasmo che, ehi, prendila con le pinze: siamo nel 1995, internet lo usavi giusto per chattare con le sconosciute su mIRC, non dimenticare che a differenza di come te la racconti parliamo pur sempre di un piccolissimo sottobosco di nerd, per di più quando non era di moda.

C’è forse un altro dei miei infiniti guilty pleasure di cui non ti ho ancora parlato: l’ossessione per le pagine della posta. Cioè, negli albetti di “Cerebus”, di “Sin City”, di “Grendel”, ma anche di “Preacher” o di “Invisibles”, spesso si sono sviluppati dialoghi interessanti direttamente con gli autori delle storie, un sacco di contenuti che sono persi nel tempo, fuori da ogni filologia. Posso passare serate a leggere esclusivamente rubriche della posta di albi a fumetti americani (sì, non chiederlo neanche figurati, fai come fosse casa tua: puoi compatirmi).

Silent Night è un racconto praticamente muto (c’è un solo baloon in 26 pagine di storia a fumetti), composto prevalentemente da splash page. Una storia dritta, senza fronzoli.
Bambina in pericolo, arriva Marv in una notte nevosa, la salva, fine.
L’albo si conclude così.
Di sicuro da qualche parte ti ho accennato a un’altra mia passione, e sotto sotto, anche un filo di nostalgia, per le riviste di fumetto. Non mi sfuggono i motivi per cui oggi siano un fenomeno irripetibile, tra cui questo non trascurabile difetto: quanto è vero che con un solo numero di, facciamo un esempio, la rivista “Corto Maltese” edita da Milano Libri, potevi essere sottoposto a una manciata di stili diversi da tutto il mondo e scoprire autrici e autori che non conoscevi, lo è altrettanto che era dannatamente scomodo leggersi una storia completa. Hugo Pratt tra l’altro nei tempi in cui potevo leggerle io non era, diciamo, al picco della sua produttività, e centellinava puntate davvero molto brevi delle sue storie, su infiniti numeri mensili delle riviste. Oddio, è possibile che avessi letto Anna della Giungla che avevo in un volume Oscar Mondadori, ma di Corto Maltese in quel periodo io ho ricordi prevalentemente di brandelli di storie pubblicate qua e là tra “L’Eternauta” e la rivista omonima.
E ricordo perfettamente che in quel momento, nel 1995, con Silent Night in mano che si conclude con quella dedica, mi sono esplose in mente andando a mettersi in fila tutte quelle pagine estrapolate da storie lunghe, quei bianchi e quei neri, quelle linee.
Quella che, passando da Daredevil a Ronin, fino a Il ritorno del Cavaliere Oscuro ed Elektra Lives Again, con Sin City poteva sembrare un’evoluzione quasi forzata, il cambiamento inevitabile nello stile di un autore già consacrato, era in realtà l’elaborazione di elementi già presenti nella storia del fumetto: un continuo dialogo tra maestri, da cui Miller ha costruito il proprio stile attingendo di qua e di là. Dal montaggio mutuato dai manga a partire da Lone Wolf & Cub di Kazuo Koike e Gōseki Kojima, alla progressiva rarefazione della linea che affonda le radici in Terry e i pirati di Milton Caniff, passa per Alex Toth e Una ballata del mare salato di Hugo Pratt e approda a Sin City, per poi trasformarsi ancora, nella giustapposizione di neri pieni e linee sottili che contraddistinguono il suo stile attuale.
Sono sicuro, quella sera, una volta riposto l’albo nella sua busta, di aver riletto in unica soluzione Una ballata del mare salato, quando si intitolava ancora “la”.
