Corto non si tocca!

Lella Parmigiani | Interni |

È stato un pilastro del mio immaginario adolescenziale, tanto quanto Valentina di Crepax. Due icone lontane, eppure entrambe centrali in quel paesaggio mentale che andavo costruendomi a colpi di immagini e trame oblique. Il fumetto, allora, era il mezzo più potente per aprire crepe nella realtà, scavalcare confini, generi, geografie e approdare a visioni libere e plurali.
Corto mi ha insegnato che si può leggere una tavola come si legge una mappa,  o un sogno, predisponendomi al piacere della lettura delle immagini.
Con Corto Maltese, Hugo Pratt ha creato un’opera che sfugge alle etichette: racconto d’avventura, diario di viaggio, riflessione filosofica, romanzo di formazione.
Ha fuso narrazione e disegno in una sintesi stilistica inedita, abbandonando la tradizione classica per dar vita a una visione autoriale colta, aperta alle suggestioni letterarie, alla geopolitica, alla mistica, all’esoterismo. Ha ridefinito, come pochi altri, il fumetto europeo del secondo Novecento.
Corto è una figura archetipica, quasi mitologica. Ha influenzato un’intera generazione e continua a dialogare con generazioni diverse, ispirando autori in tutto il mondo.
La sua ombra attraversa ancora il lavoro di molti fumettisti, a partire dall’amico e allievo Milo Manara. Ma soprattutto, ha aperto la strada a una nuova consapevolezza: Il fumetto può essere un territorio di pensiero, non solo di intrattenimento.
Il suo profilo, tagliente e preciso come tracciato da una lama sottile, con lo sguardo costantemente rivolto altrove, mi turbava. Evocava una tensione verso l’ignoto, un altrove geografico e interiore che scuoteva la mia smisurata curiosità giovanile.

Nelle sue tavole, dove paesaggi reali e immaginari si mescolavano, la finzione non negava la realtà: la potenziava.
Le storie di Pratt mi insegnavano che il fumetto poteva essere letteratura disegnata, arte visiva, avventura metafisica. Senza possedere ancora gli strumenti per comprenderlo fino in fondo, ammiravo qualcosa di unico: l’essenzialità grafica, l’equilibrio delle tavole, l’eleganza di immagini mai sovraccariche, capaci di grande respiro e di suggerire il senso della libertà e della solitudine.
Corto era chiaramente una proiezione di Pratt: del suo vissuto, delle sue emozioni.
Nessuno è in grado di disegnare con un impatto così forte e penetrante emozioni che non ha conosciuto intimamente.

Ero affascinata dal suo segno  fluido e nervoso, da quelle linee vibranti, vive, come se non fossero fatte per durare, ma per raccontare un’emozione precisa e passeggera.
Maestro della ricerca dell’espressività del gesto, mai della perfezione, Pratt lasciava istintivamente spazio all’immaginazione, al silenzio, alla sospensione meditativa.
Il suo tratto si opponeva radicalmente all’estetica ridondante e densa di molti altri fumetti da edicola, figli di una cultura visiva popolare affollata fino all’horror vacui.
Corto è stato il primo vero antieroe che ho incontrato nel fumetto. Non è l’uomo comune, certo, ma nemmeno un supereroe mascherato. Non indossa tutine sintetiche, non vola, non guida veicoli ipertecnologici, non spara ragnatele.
In lui non c’è spettacolo: c’è mistero.
Non è al servizio del bene o del male, ma del proprio codice. È bellissimo, distante, inafferrabile, enigmatico, solitario e disarmante.
La sua postura e i suoi sguardi bastano a creare il personaggio.
La sua freddezza è una maschera che cela la malinconia che lo pervade; la sua ironia, un’arma affilata. Apparentemente cinico, in realtà partecipa, profondamente, al dolore e alla bellezza del mondo.
Rincorre tesori, ma l’unico oggetto prezioso che porta con sé è un piccolo anello all’orecchio: l’unico avere che può, in ogni momento, garantirgli, in una vita da nomade, una sepoltura dignitosa.
Non vuole saperne d’amore, eppure alcune delle pagine più intense mai scritte su questo tema nel fumetto sono firmate da Pratt.

Quelle pagine sono una dichiarazione di desiderio: desiderio di universalità e di eternità che trascende tempo e spazio.
Non c’è possesso, non cerca somiglianza, ma unicità e le infinite possibilità dell’incontro.
La malinconia del «sempre… in qualsiasi posto» suggerisce l’impossibilità di un legame duraturo per un uomo che volutamente si condanna a navigare.
Ma al tempo stesso celebra la bellezza irripetibile di quell’incontro temporaneo.
Corto mi spiazzava.
Racchiudeva ciò che avrei voluto conoscere della vita, pur senza saperlo ancora: l’avventura e l’ignoto.
Poi c’erano la cabala, il mistero, la passione per l’acquarello, lo strumento che più richiede velocità e assenza di ripensamenti, con cui ancora oggi litigo,
la Venezia che avrei vissuto negli anni universitari, il mare che amo profondamente, e la navigazione: quel senso di appartenenza al mare, indescrivibile, che è la forma più pura di indipendenza.

Quelle tavole hanno contribuito a far nascere in me il desiderio di viaggiare.
Non solo fisicamente: cercavo emozioni.
Volevo esplorare rovine, seguire mappe dimenticate, attraversare villaggi su palafitte, perdermi in taverne affollate, smarrirmi nei labirinti di un souk, incontrare volti gentili e sorrisi disarmanti, e stendermi all’ombra dell’unica palma su una spiaggia di sabbia finissima. Sognavo la partenza con un biglietto di sola andata e ritorno, affidando tutto il resto al cuore e alla sorte. Proprio come fa Corto.
Quel desiderio è poi diventato un’esigenza quasi fisica.
Ho viaggiato, usato mezzi locali improbabili, dormito in capanne, assaggiato cavallette fritte, riso con persone di cui non capivo la lingua.
Le mappe dimenticate, però, non le ho mai trovate. Ma è stata una buona scusa per incrociare, e assaporare con gioia, culture così diverse dalla mia.
Corto era un ponte tra il visibile e l’invisibile.
E il disegno, quel segno che Pratt chiamava “scrittura disegnata”, era quanto di più raffinato avessi tra le mani: un continuo esercizio di sottrazione, essenzialità, evocazione. Un’arte della linea che dice senza mostrare tutto, che suggerisce senza spiegare.
Nuovo era l’uso del bianco: nei suoi fumetti, il vuoto non è assenza, ma spazio di riflessione, di libertà assoluta.
La luce, trattata come area bianca lasciata viva, diventa strumento di sospensione emotiva, di silenzio visivo.
Le inquadrature sono evocative e colte: rimandano a Turner, all’arte giapponese, alla pittura romantica, ma anche al cinema espressionista e noir.
E soprattutto, la relazione tra testo e immagine non è mai didascalica: dialoghi essenziali, scrittura stratificata, sintassi frammentata.
Hugo Pratt è un autore che ogni disegnatore dovrebbe studiare con la lente d’ingrandimento.
Il suo segno, volutamente incompleto, sfumato, in alcuni punti quasi calligrafico, non è mai gratuito. Ogni linea serve a evocare, non a spiegare. La costruzione della tavola segue una logica insieme cinematografica e letteraria: Pratt inquadra come un regista, ma scrive come un narratore orale, usando ellissi, sospensioni, ritmi irregolari e pause come parte integrante della narrazione.
Per Pratt, disegnare è raccontare, non illustrare.

Una lezione fondamentale per chiunque voglia trattare il fumetto come linguaggio autonomo.
Una buona occasione per tornare a Pratt è la mostra “Hugo Pratt. Geografie Immaginarie”, in corso a Siena fino al 19 ottobre.
Ospitata a Palazzo delle Papesse, la retrospettiva per il centenario della sua nascita è la più vasta mai dedicata all’autore: oltre 300 opere originali tra disegni, acquerelli, video, sculture, installazioni immersive.
Una vera immersione nel mondo visionario di un artista che ha fatto del fumetto un atlante dell’anima.

Magari ci si vede là.

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