È passato un sacco di tempo da quando abbiamo scelto il tema di ottobre. “Talk Dirty” fa riferimento a un fumetto porno che abbiamo molto amato. È il titolo di una storia di Matthias Schultheiss uscita a puntate sulla rivista “Blue” all’inizio degli anni Novanta. Tre o quattro vignette per pagina, disposte in colonna e allineate a sinistra, occupano i tre quarti della pagina. Sulla destra, i dialoghi con cadenza da drammaturgia teatrale. Un uomo e una donna (che poi coinvolgerà un’amica) si trovano in cima a un edificio sospeso sul mare. Fanno sesso. All’inizio con un po’ di diffidenza, poi cercano compromessi delle carni, si mettono d’accordo parlando, e trasformano il dialogo in desiderio. Talk Dirty è un fumetto in cui il sesso è così esplicito darisolvere rapidamente il dubbio che costringe a oscillare tra erotismo e pornografia. Quella roba è porno, senza se e senza ma.

Ma davvero la pornografia è l’erotismo degli altri? Chissenfrega del buonismo che si annida nel noto aforisma di Alain Robbe-Grillet. In quel distinguo, il buon gusto non c’entra proprio nulla. È più una questione di regole e controllo. Di legge, insomma. Tutti i sistemi giurisprudenziali che si innestano in un modello che chiamiamo democratico assumono la libertà di parola del popolo, ma al contempo inseriscono nel discorso l’idea di osceno. Tutto ciò che deve essere rimosso – diventando quindi indicibile e irrappresentabile – perché offensivo. Per il decoro, il pudore, il sentire comune.
Il fumetto di Schulteiss è straordinario. Perché mette in scena un linguaggio frontale e diretto che non nasconde mai il desiderio sotto una montagna di eufemismi. Il sesso, se fatto bene, è sporco: sudore, saliva, sperma, umori… E per dirlo, il sesso, bisogna parlare sporco.

L’autobiografia di Lenny Bruce s’intitola proprio How to Talk Dirty and Influence People (Come parlare sporco e influenzare la gente) e inizia così:
«I filippini vengono subito; i neri ce l’hanno incredibilmente grosso (“i loro cazzi sembrano il braccio di un bambino con una mela in pugno”); le donne con i capelli corti sono lesbiche; se vuoi tenerti il tuo uomo, strofinati l’allume sulla fica. Questi e altri aneddoti di folklore erotico venivano raccontati, tutti i giorni, a mia madre dalla signora Janesky, una vedova di mezza età che abitava di fronte.»
Se non fosse per la consapevolezza e il desiderio, non ci sarebbe alcuna differenza tra il parlare sporco dei pettegolezzi da cortile e quello degli amanti consapevoli. Eppure, è tutto lì: consapevolezza e desiderio. Una magica accoppiata che, in mancanza di parole più precise, abbiamo deciso di chiamare “consenso”. Mostrando però il fianco a una terrificante ambiguità. Quando si fanno le cose sporche, c’è chi si accontenta dell’assenza di un “no” esplicito; eppure, dovrebbe essere chiaro che l’elemento irrinunciabile è il desiderio. Di tutte le persone coinvolte.
E, allora, parlare sporco diventa qualcosa di meno concreto. Non esistono parolacce o bestemmie se tutte le persone coinvolte nello scambio non le considerano tali. E, d’altra parte, possono esistere bestemmie che insultano la nostra umanità, senza tirare in ballo un dio o un grande puffo.
«Definisci bambino». Due parole. Infilate come una lama di coltello in un confronto di parole gridate. Non chiedono chiarimenti, figurati. Lo sanno tutti cos’è un bambino: un corpo che occupa meno spazio quando lo seppellisci. Sono parole che raccontano chiaramente un sentire, un posizionamento. Cercano di erodere l’umanità di chi muore. Sono il tentativo – schifoso e violento – di indebolire la realtà che urla: in guerra i numeri dei morti, in particolar modo quando sono enormi, ci fanno perdere il senso. Un morto è un individuo, con una storia, che merita di essere raccontato. Magari brevemente, magari in un trafiletto, ma lo merita. Ma quando il numero diventa enorme, cosa facciamo? Quanti sono i morti a Gaza? Difficile contarli. Forse 65.000, probabilmente di più. L’83%, a detta di quotidiani di cui di solito ci fidiamo (come il “Guardian”) sono civili; 20.000 almeno bambini.

Definisci bambino. Un corpo piccolo, da ricomporre e allineare agli altri. Certo. Sono bambini gazawi. Degli sporchi, inutili palestinesi. E se colpisci indiscriminatamente la popolazione, dichiarando di voler debellare un esercito di terroristi, ma hai il peggiore esercito del mondo e riesci a colpire il nemico solo nel 17% dei casi, «Definisci bambino» è il tuo modo per dire che alcuni bambini non contano. Non sono veri, non sono meritevoli di nome o dignità. Sono nemici. Terroristi.
«Definisci bambino» non è retorica, non è provocazione dialettica: è una bestemmia. Per la negazione del dolore, della vita, del dialogo, della compassione, della possibilità stessa di riconoscersi umano.
Questo, allora, è il momento in cui parlare sporco è più necessario che mai. Non solo per il desiderio, ma per la verità. Per smascherare, nominare, denunciare. Perché se la parola diventa strumento di disumanizzazione, allora la vergogna non è usarla forte, ma rimanere in silenzio.
«Definisci bambino». Porco il tuo dio!