Se escludo la serie del Grande Mazinga, pubblicata negli anni Settanta da Fabbri e acquistata grazie alla passione insana che solo un adolescente riesce a provare per un cartone animato, il primo vero incontro con i manga, così intenso da cambiarmi come lettore per il tipo di narrazione e costruzione della tavola così diverse da quelle a cui ero stato abituato fino a quel momento, nonostante la mia vasta frequentazione con il fumetto di ogni genere, e per quel ritmo così sincopato che non mi era mai capitato di leggere in un fumetto, è stato grazie a tre serie uscite negli Stati Uniti nella seconda metà degli anni Ottanta: Akira di Katsuhiro Otomo, pubblicato da Epic/Marvel Comics, Lone Wolf & Cub di Kazuo Koike & Goseki Gojima da First e The Legend of Kamui di Sanpei Shirato da Eclipse.
La fruizione di Akira come fumetto e come film (tramite la copia di una copia in VHS) è praticamente contemporanea. Quel mondo così oscuro, a cui la palette di colori di Steve Oliff attribuisce un’apparente brillantezza, in cui non esiste un vero eroe “senza macchia e senza paura” (ricordiamoci che Kaneda, sebbene poi venga travolto dagli eventi e diventi il “cattivo” da sconfiggere, fa parte di una banda di adolescenti che passano le serate a impasticcarsi e a sfidarsi in corse mortali sulle moto con altri adolescenti altrettanti impasticcati e con le stesse “passioni e interessi”), quel tipo di metropoli futuribile, che all’epoca avevamo solo intravisto con Blade Runner di Ridley Scott, ma soprattutto quel ritmo sfrenato e quell’azione inarrestabile che quando inizia sembra non finire mai e ti costringe a girare la pagina per scoprire che cosa si nasconde nelle tavole successive fino a quando non sei costretto a interromperti perché l’albo (o gli albi, se ne avevi accumulati un po’) finisce (l’unica sensazione che più si è avvicinata a quella “dipendenza” era stata la lettura del volume di Dark Knight Returns di Frank Miller: lo iniziai con il salotto illuminato dalla luce solare del primo pomeriggio e lo finii con la stanza nella penombra del tramonto… ma lì si giocava un’altra partita, con altre regole e riferimenti), è qualcosa di completamente nuovo. In quegli anni, dopo aver letto Akira, è impossibile guardare al fumetto con gli stessi occhi di prima: qualcosa è irrimediabilmente cambiato.

La lettura della quarantina di albi di “Lone Wolf & Cub” usciti per First, con le copertine di Frank Miller, Bill Sienkiewicz, Matt Wagner e Mike Ploog, inizia con un po’ di distacco ma alla fine ha gli stessi effetti appena descritti: questa serie, come la precedente, pubblicata in un’edizione per l’epoca ancora abbastanza nuova, chiamata “prestige format” (albi dalle 48 pagine in su, con la copertina in cartoncino e con il dorso quadrato, come quello di un libro), usa una formula costante: l’ex samurai Itto Ogami riceve la richiesta di effettuare un omicidio, si reca nel luogo dove deve espletare il compito e dove ci viene offerto uno sguardo su qualche aspetto della cultura giapponese, c’è un duello e finisce la storia. La struttura essenziale e ripetitiva (questo è almeno il ricordo che ne ho: nonostante sia disponibile in diverse edizioni, non sono ancora riuscito a rileggere, e concludere, questa serie) coinvolge il lettore con lentezza, gioca sulla ripetizione, per cui quando si inseriscono delle variazioni nella narrazione, queste acquistano un ritmo e una valenza molto più forte. Non mi scuote immediatamente, come era accaduto con Akira e quella doppia pagina iniziale così sconvolgente di Tokyo distrutta dalla bomba, ormai diventata iconica, ma come la goccia che cade costantemente e scava la roccia, così quei racconti apparentemente lineari e semplici, ma costruiti con una maestrìa senza pari, lentamente mi conquistano, finché… finché arriva il momento in cui il protagonista, accerchiato dai nemici, pensa che sia arrivato il momento della sua morte e combatte con decine, centinaia di guerrieri… riuscendo a sopravvivere e a rimanere l’unico sopravvissuto. Anche qui la lettura di quelle pagine è inarrestabile. So che Itto Ogami in qualche modo sopravvivrà (la serie è ben lungi dall’essere finita), ma la tensione mi pervade e devo sapere come va a finire quella sequenza interminabile. C’è un crescendo di violenza in quella sezione. Il ricordo che ne ho è di un personaggio che perde gradualmente la sua postura di samurai ascetico, capace di vincere un duello con un unico colpo, perfetto, che penetra la guardia dell’avversario, e gradualmente si trasforma in un animale che lotta per la propria vita, che perde ogni freno, ogni inibizione: quello che conta è colpire il più velocemente possibile chi gli sta di fronte e passare all’avversario successivo per finirlo e continuare così, fino al momento in cui cadrà oppure avrà finito i nemici. L’emozione della lettura, che ho ancora stampata nella memoria (sperando che non mi abbia tradito troppo e non abbia scritto qualcosa di completamente campato in aria), mi accompagna ancora adesso, a decenni di distanza.

E poi c’è The Legend of Kamui, il tentativo di Eclipse di entrare in quel mercato nascente, assieme ad altre due pubblicazioni, Area 88 e Mai The Psychic Girl. Ho grosse aspettative per questa serie, considerate tanto l’appena citata “Lone Wolf & Cub” quanto la mia passione per i film di arti marziali (tenete presente che in quegli anni Ottanta, prima che arrivassero gli appassionati sfegatati di manga, per noi ragazzi non faceva molta differenza se un film o un fumetto veniva dal Giappone o dalla Cina: erano entrambi dei prodotti “esotici” che apparivano lontani anni luce da quello che veniva prodotto in Occidente). In questo caso, trovo la lettura del fumetto gradevole, ma non eccezionale o sconvolgente come le due che ho appena descritto. Credo sia dovuto al fatto che, a differenza delle altre due opere, l’editore ha optato per un classico comic book, per cui il formato delle 32 pagine non è adatto ai tempi di lettura di quel tipo di fumetto e storia, che trae la propria forza dall’azione e dalla sua velocità: meno di dieci minuti di lettura in cui accade normalmente ben poco. Oggettivamente, poi, la storia è carina ma non eccezionale, in linea con le classiche storie di ninja, come si vedevano in quegli anni nei cartoni animati trasmessi dalle televisioni private. A questo si aggiunge il fatto che nel primo numero specificano che, per ragioni editoriali, hanno deciso di non partire dall’inizio. In realtà, quello che avevano fatto (ma questo l’ho scoperto solo recentemente) era stato di pubblicare la seconda parte di uno spin-off dal titolo Kamui Gaiden Dai-ni-bu, che presentava una storia auto-conclusiva uscita in quel periodo, invece di optare per la serie principale Kamui Den, realizzata all’inizio degli anni Sessanta.

Facciamo un salto di più di… trent’anni e arriviamo al 2024: la casa editrice canadese Drawn & Quarterly che, con gli autori giapponesi che ha pubblicato, come Yoshihiro Tatsumi, ha sempre dimostrato un forte interesse per il gekiga, cioè un fumetto nato tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta indirizzato a un pubblico più adulto e caratterizzato da un realismo e da un’attenzione a temi più maturi, rispetto a quelli presenti nelle riviste di maggiore successo dell’epoca, annuncia l’uscita di quella che dovrebbe essere una collana semestrale composta da dieci volumi di 600 pagine, intitolata The Legend of Kamui, sempre di Sanpei Shirato, ma questa volta senza l’indicazione dell’Akame Productions (cioè lo studio di Sanpei Shirato, in cui Tetsuji Okamoto, fratello dello stesso Shirato, aveva in realtà disegnato e inchiostrato il fumetto che avevo letto negli anni Ottanta). Quando acquisto e mi immergo nel primo tomo, mi trovo davanti a materiale completamente diverso da quello proposto da Eclipse e, nel decennio successivo, da Viz, che aveva ristampato in due volumi il ciclo precedentemente proposto: questa è la serie uscita sulla rivista “Garo” per sette anni, dal 1964 al 1971, ed è un mondo completamente diverso, rispetto a quello che avevo visto in precedenza.

Tanto per cominciare, la narrazione non è lineare e contrappone, alternandoli fin da subito, il mondo fortemente classista del Giappone con quello a-morale della natura. Se quest’ultimo è, da un punto di vista narrativo, più semplice, fornendo numerosi esempi in cui qualunque predatore a un certo punto diventa preda di qualcun altro, e poi focalizzando l’attenzione su un lupo bianco, ostracizzato dai propri fratelli, è la cultura degli umani quella che presenta la maggiore complessità. Numerosi personaggi, da quelli socialmente più alti a quelli di rango inferiore, si susseguono con vicende personali che proseguono per decine di pagine, spesso interrotte per presentarne di nuove e poi riprese successivamente. La contrapposizione di queste due realtà non è banalmente quella di vederle rispecchiate l’una nell’altra, ma di fornire una descrizione a tutto tondo di quello che accade durante il periodo Edo. Se il mondo animale appare strutturato in regole comportamentali piuttosto rigide per quello che riguarda i territori in cui ci si può addentrare e vivere, nonché per la gerarchia all’interno dei branchi stessi (e il lupo bianco lo imparerà a proprio spese, paria poco sopportato), nella maggior parte dei casi funzionali alla sopravvivenza del singolo e del gruppo, quello umano è descritto come una realtà drammatica in cui ogni azione, a qualunque livello sociale, è decisa e influenzata da persone ed elementi esterni. I capricci del destino e degli uomini, le invidie, i rancori e gli interessi personali che si scatenano verso persone di livello sociale diverso, le squallide rivalse e le vendette che distruggono le famiglie: quello che viene rappresentato in queste 600 pagine, che si leggono con una fluidità e una naturalezza senza pari, è una realtà crudele dove gli uomini e le donne sono prigionieri e non hanno nessuna speranza di riuscire a fuggire dalla vita e dalla situazione in cui si trovano, immersi in rituali che vengono spesso eseguiti casualmente (i controlli della qualità del riso, l’aumento delle tasse, le richieste di prestazioni sessuali che non possono essere rifiutate e che sfociano nello stupro) e che pesano come un giogo da cui nessuno è in grado di liberarsi.

È il ritratto di questo mondo oscuro e plumbeo, che non è così distante dalle rappresentazioni senza speranza orchestrate nei romanzi di Cormac McCarthy o dalle descrizioni angoscianti effettuate dallo storico Howard Zinn quando illustra l’evoluzione degli Stati Uniti, più che i duelli e i combattimenti, che rendono questo fumetto un rappresentante a tutti gli effetti della scuola gekiga espressa nella rivista “Garo”. Non c’è l’esibizione di una superiorità tecnica nelle battaglie, non c’è la frenesia di un film d’azione, non c’è la tensione dell’eterna lotta tra Bene e Male, piuttosto verrebbe da dire che qui tutto è Male, e quel poco di Bene che si intravede in alcuni tra i personaggi più giovani, non ancora guastati da una vita senza speranza, viene spesso schiacciato, lasciando lo spazio quasi esclusivamente alla rassegnazione. Uno dei pochi personaggi che lottano contro questo stato di cose, riuscendo a sopravvivere a malapena, è proprio il personaggio titolare della serie, quel Kamui che nasce duecento pagine dopo l’inizio del fumetto, che entra ed esce dalle vicende in modo quasi casuale, senza dare ancora l’impressione di essere il protagonista di questa saga fluviale, e che alla fine del volume sembra cedere a un destino da cui “non si può tornare indietro” (mancando oltre 5.000 pagine, sono sicuro che qualche modo riuscirà a trovarlo). In realtà, il caso che guida il destino di tutti i personaggi è proprio Sanpei Shirato che, come un vero e proprio dio della narrazione, si permette di realizzare un racconto labirintico, dove si susseguono senza soluzione di continuità pause, divagazioni e interventi in prosa che indicano una direzione e un piano che sfugge sia al lettore che, ovviamente, ai personaggi stessi, ignari di essere pedine di un “creatore” a loro sconosciuto.
Arrivato all’ultima pagina, oltre alla curiosità di sapere come verrà risolto il cliffhanger finale, c’è la consapevolezza che tutte quelle tavole di storia, rappresentazione sociale, filosofia, antropologia, ma anche azione e intrattenimento hanno il grande merito di avvincere dalla prima all’ultima pagina. Non ha avuto quegli effetti che, da post-adolescente, avevano avuto su di me “Akira” e “Lone Wolf & Cub”, ma questo è comprensibile. Sono passate migliaia di pagine sotto il metaforico ponte, ma la partecipazione intellettuale provata durante la lettura di questo tomo non è poi così lontana da quello che era avvenuto in passato, per cui anche “Kamui” merita di rimanere su quel podio, la cui presenza era sempre stata, in tutti questi anni, piuttosto traballante e insicura.

Ha accumulato diversi sostantivi a cui può aggiungere il prefisso “ex” (fanzinaro, correttore di bozze, redattore, editore, letterista-impaginatore sotto pseudonimo, articolista…), mentre continua ancora, sporadicamente e per passione, a tradurre libri a fumetti.