Cristo in cerca di merda: Das Gespenst di H. Achternbusch (1982)

Nina Grenzwert | Aperture facilitate |

Apparentemente, per farsi censurare non ci vuole molto.
Una suora che scoreggia, per esempio, aiuta.
Oppure un Cristo anchilosato che elemosina merda in giro per il centro di Monaco. E che per quattro minuti e mezzo non ripete altro che «Merda, merda per la polizia. Datemi della merda. La vuole la polizia.»

Sinistra: Annamirl Bierbichler, la madre superiora, solleva la toga per petare.
Destra: Herbert Achternbusch è regista e attore nel ruolo di Cristo sceso dalla croce.

La prima volta che ho cercato di guardare questo film, non ce l’ho fatta. Desolazione, squallore e comicità fecale tipo cinico tv più un accanimento anticinematografico alla Straub-Huillet mi hanno spezzata. Mi sono arresa alla scena in cui Poli e Ziotto si sforzano di cagare in due bicchierini, calzoni calati e culi nudi per otto interminabili minuti (è un film che i minuti ti costringe a contarli), non riescono, e finiscono per spararsi a vicenda con l’arma d’ordinanza. Un primo piano sul fiotto di sangue che sgorga dalle labbra conclude questo episodio in cui cacca e sangue si mescolano e si scambiano i ruoli in dialoghi scurrilmente metafisici. Insomma è lì che ho ceduto.

Kurt Raab e Dietmar Schneider sono Poli e Zisti. La polizia, che ha inizialmente ordinato gli escrementi, si trova nella situazione di dover produrre con sforzo e senza successo proprio quella stessa merda che ha preteso. 

Ma non ho mai smesso di pensarci, perché se nel 1983 il ministro dell’Interno cristiano-democratico Friedrich Zimmermann revoca il finanziamento pubblico definendo «rivoltante, blasfemo e sconcio» questo film, allora qualche merito deve pure averlo. E ci voleva (Quasi) con il tema del mese, talk dirty, schmutzig reden, per darmi il coraggio di rimettermi a caccia di questa perla.

Friedrich Zimmermann, CSU (a sinistra) non ha apprezzato il film. Ciriaco de Mita, DC (a destra) in realtà non c’entra niente.

Il film si può vedere in Internet. Un visibile offset tra immagini, suono e sottotitoli (anche in inglese) renderà l’esperienza ancora più surreale. È diventato, ovviamente, leggendario.

«Chi trova questo film blasfemo, è fuori dalla grazia di dio,» avrebbe detto Achternbusch, aggiungendo che se i suoi lavori piacessero a Zimmermann, tanto varrebbe spararsi. Oltre alla merda onnipresente e a qualche comparsata delle scoregge, si parla sporco in varie occasioni. Prendiamo una quieta scena domestica vista dalla finestra: una signora con abito a fiori e capelli raccolti, seduta al tavolo della cucina, si rivolge premurosamente a un uomo che sta mangiando.

«Ti piace il pesce? È proprio buonissimo! O preferiresti forse leccarlo dai miei genitali? Dove? Sul divano o dietro al divano?»

Nonostante tutti questi esempi, la verità è che Achternbusch ha messo nel film qualcosa in più per meritare, realmente e sostanzialmente, lo sdegno furioso dei benpensanti. Denunciato come indecente sperpero di denaro pubblico dai giornali dell’editore di destra Axel Spinger, il film è oggetto di centinaia di lettere di protesta inviate al Ministero. Il ministro Zimmermann di cui sopra organizza quindi una proiezione privata per soli rappresentati del partito cristiano-democratico e della chiesa. Una vicenda che meriterebbe di per sé un film: non so, immaginate un governo De Mita che insieme a qualche scagnozzo della CEI si chiude in sala coi popcorn per vedersi il Decameron di Pasolini. Al termine della visione la decisone è presa: il finanziamento viene revocato. Per protesta, cinquanta registi e professionisti del cinema si presentano vestiti da fantasmi al Festival del Cinema di Monaco. Nel frattempo, il film viene prima dichiarato inadatto alla proiezione, poi invece ottiene l’approvazione sopra i diciotto anni. L’interesse cresce e il pubblico è molto più numeroso che per i film precedenti del regista. Tra le varie iniziative pro e contro il film si annoverano: una processione dei boy scout bavaresi per la redenzione dell’anima di Achternbusch, un nuovo tentativo di divieto da parte della procura di Monaco e una sentenza che dichiara il film innocuo in virtù della sua palese stupidità, puerilità, nonché mancanza di gusto e di rispetto delle norme elementari dell’arte cinematografica.

Cosa ha questo film, per scandalizzare fino a questo punto?

Chiediamo a qualcuno che lo ha premiato: la Giuria cinematografica della chiesa protestante spiazza tutti e lo nomina film del mese nell’Aprile 1983. Il giudizio è corredato da un’interpretazione teologica. «Nella sua impersonificazione di Cristo, Achternbusch mostra esercizi preparatori alla resurrezione, una tensione verso la vita contro la predominanza assoluta della morte». Poi: «[Cristo] si interessa alle rane – nella Bibbia animali impuri, piaga, per i padri della chiesa simbolo del diavolo e dell’eresia, ma altrove simbolo della vita oscura e materica, anche della fertile madre terra, della trasformazione e della resurrezione». E ancora: «La volontà struggente di rimpossessarsi del corpo espropriato, il desiderio di superare la croce come simbolo necrofilo di morte, […] vengono qui raccontati con il carattere assurdo e autentico della fiaba».

La chiesa protestante si dovrà dare la pena di sconfessare la propria giuria cinematografica e unirsi all’onda di indignazione, non fosse altro che per mantenere il fragile equilibrio politico con la chiesa cattolica.

Il film è marcatamente disomogeneo, anche i detrattori gli riconoscono scene poetiche, e nasce il sospetto che siano proprio quei momenti lirici o filosofici a risultare intollerabili a molti, più  degli escrementi e dei genitali. Le relazione tra i due protagonisti, la Madre Superiora (Oberin) e il Cristo sceso dalla croce (Ober, che nel gioco di parole tedesco significa “cameriere” e determina così il mestiere del Gesù redivivo) è il matrimonio tra un Cristo poveraccio, spaesato, onesto e una Chiesa istituzionale che si è data nei secoli proprie norme e strutture. Visto con questa consapevolezza, il film che sembrava volgare e sconnesso diventa perfino moralista e didattico.

C’è un dialogo tra i due che si svolge nel prologo di una scena-omaggio a Hemingway. Cristo appende una foto dello scrittore americano. Ha invitato, dice, tre antichi romani e a loro piace Hemingway. Prima che si svolga quella che è una trasposizione cinematografica del racconto Today is Friday, Cristo (Ober) deve difendersi dagli attacchi della Madre Superiora (Oberin).

Oberin: «Farti crocifiggere e mostrarti al mondo! Diventare famoso e permettere che si formi un seguito che ci ha portati tutti alla rovina! Lasciarti penzolare dalla tua trave come un povero sfigato e farti lavare dalle lacrime di innumerevoli persone senza fiatare!»

Ober: «Io almeno sono sceso.»

Oberin: «Sì! Sceso! E come vai in giro? Come un fantasma.[…] Ti fai sfruttare. E lo sfruttamento ti rende sempre più spettrale. Ma sei tu stesso, che ti lasci sfruttare!»

Ober: «È questo quello che avete sempre detto ai poveri e così li avete fatti obbedire.»

Oberin: «Chiudi quella boccaccia da fantasma! Ne esce solo roba fantasmagorica! Tu non hai aiutato i poveri, e noi, la Chiesa, abbiamo cercato di rimediare al tuo grande fallimento, in qualche modo.»

Ober: «Avete fatto tutto nel modo peggiore possibile.»

Oberin: «Come parli?! Roba da fantasma, tutte bugie. Noi lo abbiamo amato, il mondo che tu hai abbandonato, lo abbiamo reso bello per te. Abbiamo messo ordine nel tuo caos selvaggio, portato la luce nelle teste buie dell’umanità, le abbiamo insegnato l’arte e la scienza. Senza di noi, la tua cricca starebbe ancora lì a giocare con le scimmie.»

Ober: «Lascia in pace le scimmie, almeno.»

Oberin: «Svergognato! Anche con gli animali abbiamo fatto quel che potevamo. Ma volevano saperne ancora meno che gli uomini, di te! Sai agli uomini quanto interessava, di te? Zero, niente! Solo con le buone e le cattive siamo riusciti a ficcargli in testa che esisti. Li abbiamo picchiati, per fargli capire che li ami. E se non erano pronti ad accettare il tuo amore, li abbiamo anche ammazzati. Non solo alcuni, anche in massa, interi popoli. Non è sempre stato piacevole, ma era necessario. Grazie a dio, oggi abbiamo la possibilità di far saltare in aria il mondo intero, se tu ce lo ordini.»

Ober: «Io non vi ho mai dato ordini.»

Oberin: «È quello il punto! Ci siamo dovuti scervellare, per capire cosa intendevi!»

Cristo trasformato in serpente sullo sfondo di tre rane crocifisse è una delle inquadrature più potenti del film.

È legittimo il dubbio che fosse questo il vero linguaggio sporco che scandalizzava la stampa di Spinger, il governo e le chiese. D’altronde si era in tempi di piena restaurazione post sessantottina, Helmut Kohl aveva annunciato tempi di rinnovamento spirituale e morale (la celebre geistig-moralische Wende), partendo da una diagnosi piuttosto fumosa della crisi del tempo:

«Io affermo che la crisi in cui ci troviamo, nonostante i notevoli e rilevanti problemi materiali, è in gran parte una crisi morale e spirituale. […] Questa crisi è l’esito di un disorientamento esercitato da oltre un decennio, disorientamento e insicurezza in rapporto alla nostra storia, ai valori morali essenziali e alle virtù sociali, in rapporto allo Stato e al Diritto e anche un disorientamento rispetto alla nostra consapevolezza nazionale», per passare a una chiara condanna del Sessantotto e del suo spirito: «La verità è che ai giovani sono stati dati falsi criteri. Si diceva che il conflitto fosse il padre di ogni cosa, che la disciplina fosse superflua, e la volontà di successo un sintomo di mentalità aggressivamente competitiva. […] Ma disciplina e zelo servono nella vita, perché sono indispensabili», e collegando questi ideali alla loro necessaria base materiale: «Cito Wilhelm Röpke […]: l’economia di mercato è una condizione necessaria ma non sufficiente per una società libera, felice, benestante, giusta e ordinata. […] La “ricchezza delle nazioni” non si basa solo sulla crescita economica, ma anche su valori umani, virtù e legami».

A coltivare programmaticamente il disorientamento denunciato da Kohl avevano contribuito i registi del Neuer Deutscher Film. Edgar Reitz, Alxander Kluge e altri 24 firmatari (tutti uomini, sia detto per onestà) partivano nel 1962 con il Manifesto di Oberhausener da questa premessa: «Il crollo del cinema tedesco convenzionale sottrae la base economica a un atteggiamento mentale che noi rifiutiamo. Di conseguenza, il nuovo cinema può prendere vita». Erano seguiti due decenni di sperimentazione formale e artistica: pellicole di Herzog, Fassbinder, von Praunheim, Straub-Huillet, Schlöndorff e altri.

«Dio, ti giuriamo che l’Austria tornerà ad essere cattolica. Amen.» Ulrich Seidl, Paradies: Glaube.

Esattamente venti anni dopo, lo scandalo e il successo di Das Gespenst sembrano il fuoco di artificio finale di quella sperimentazione che si scontrava con il sedicente nuovo spirito personificato da Kohl e Zimmermann. Ma il parlare sporco, il cinema ruvido, respingente e destabilizzante sono difficili da soffocare. Dopo il Neuer Deutscher Film e Achternbusch sono, in tante declinazioni e direzioni diverse, Bouli Lanners, Chantal Akermann, Maren Ade, Ulrich Seidl e molte altre a renderci così necessariamente spiacevoli le visite al cinema.

Preghiamo Iddio che non smetta mai di farci soffrire in sala.

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