(Quasi) un premio 2025: Lindy Hop dall’Aldilà di Eva Daffara

Boris Battaglia | (Quasi) un premio 2025, Affatto |

Baby, take all of me

Dove provo a dare un senso ritmico al primo motivo per cui considero Lindy Hop dall’Aldilà di Eva Daffara uno dei migliori fumetti che ho letto tra il gennaio 2024 e il giugno 2025.

Il 21 maggio 1927, più o meno alle dieci di sera, lo Spirit of St. Louis, il monoplano pilotato da Charles Lindbergh, atterra all’aeroporto di Le Bourget, nei pressi di Parigi. Partito da New York 33 ore e 32 minuti prima, Lindbergh ha compiuto un’impresa che resterà nella storia dell’aviazione. Non tanto la trasvolata atlantica senza scalo, quella l’avevano già fatta otto anni prima John Alcock e Arthur Brown, quanto per essere stato il primo ad averla fatta in solitaria. Vedo che già ti stai chiedendo cosa c’entra questo con il fumetto di Daffara. Pazienta un attimo, ci arrivo.

Se lo hai letto (se non lo hai letto, fallo!) sai che la prima parte dell’ottavo tempo (poi ti spiego anche perché lo definisco così), quello che chiude il racconto, si apre con la Signorina Gappon che pedala allegramente per le vie alberate della Accabarì Bene, cantando Tarzan of Harlem, uno degli standard swing più belli incisi da Cab Calloway. Se già non poteva non essertene venuto almeno il sospetto (beh, il titolo è una lampante dichiarazione d’intenti! E il ritmo della storia è proprio quello), adesso ne sei certo: il fumetto di Daffara è costruito (con estrema perizia) su una struttura presa pari pari dallo swing, anzi da una danza particolare della grande famiglia dello swing.

Più o meno un anno dopo l’impresa di Lindbergh, durante una maratona di ballo (se non sai cosa erano, guardati Non si uccidono così anche i cavalli? di Sidney Pollack) al Rockland Palace di Harlem, il ventiquattrenne George “Shorty” Snowden e la sua compagna Mattie Purnell si inventano una variazione, con un coreografico balzo finale, sullo swing che stanno ballando. Variazione che presto farà scuola e diventerà un ballo tra i più diffusi nella comunità afroamericana. La leggenda racconta che dovendogli trovare un nome, George Snowden decise di chiamarlo Lindy Hop. Lindy in onore di Lindbergh e Hop a indicare il balzo che l’aviatore aveva fatto da New York aldilà dell’oceano Atlantico. È bella, ma è una leggenda. La verità storica è che lindy nello slang dei neri di Harlem negli anni Venti era il termine per indicare le ragazze, mentre hop era un modo per dire sia il ballo che l’atto sessuale. Se ti guardi una qualsiasi figura dello swing (ma in realtà di qualsiasi ballo) il dialogo sessuale tra i ballerini è evidente. Nel lindy hop ancora di più.

Come ogni ballo ci deve essere una guida e un elemento che la segue, adattandosi al ritmo e alla direzione che le viene data, assecondandola completamente nel momento dell’improvvisazione. Nel grande luogo comune della danza la guida è il maschio e chi segue è la femmina. Eva Daffara spiazza perché, se è vero che il suo fumetto segue esattamente lo schema del lindy hop (8 tempi o capitoli divisi in sequenze di 2) è altrettanto vero che ne ribalta la natura. In primo luogo, chi conduce la danza (con improvvisazioni involontarie ma sempre determinanti per l’evoluzione della storia: come la caduta della tazza di tè che con i suoi volteggi causa la morte di Gir Hof e Vestor Hellion) non è il ballerino ma la ballerina: nello specifico la signorina Gappon. La struttura del Lindy Hop è sostanzialmente su 8 tempi, e la variazione (lo swing out, il movimento d’improvvisazione che rende così originale questo tipo di ballo) entra al termine di ogni figura. Ad ogni nuova figura la ballerina leader cambia partner e con ognuno di essi (da Corinna a Vector Hellion passando per Giò Bindi) realizza uno swing out. Di tutti gli swing out che compongono questo frenetico lindy hop, il mio preferito è quello romantico e sensuale (mi ha fatto venire in mente All of me di Billie Holiday) tra la signorina Gappon e Giò Bindi in cui il segno di Daffara raggiunge (e mi piacerebeb sapere se lei lo conosce) l’essenzialità di Álvarez Rabo.

Basterebbe questo a fare di Lindy Hop dall’Aldilà una delle uscite più interessanti della prima metà del 2025, e invece mica finisce qua.

In mezzo a un mucchio di immagini infrante

Dove provo a dare un senso melodico al secondo motivo per cui considero Lindy Hop dall’Aldilà di Eva Daffara uno dei migliori fumetti che ho letto tra il gennaio 2024 e il giugno 2025.

Lindy Hop dall’Aldilà è la partitura sincopata di uno swing. Ma su questa partitura Daffara innesta due melodie principali che si fanno il contrappunto: due discorsi teorici. Uno sullo sguardo del lettore di fumetti, l’altro sul fumetto come terra desolata. Infatti: Accabarì non è, come ha inteso la solita critica superficiale fatta da gente che “legge” i fumetti, la rappresentazione grafica della provincia più profonda, ma è il centro della mappa con cui Daffara ridisegna la Terra Desolata descritta da Thomas S. Eliot nella sezione finale del suo poema, quella generalmente conosciuta come La quinta del tuono. E pensa un po’! La quinta del tuono è il film (“un classicone vintage” e cosa c’è di più vintage del poema di Eliot!?) che Cri si guarda all’inizio della storia e in cui Giò Bindi, attore ormai in disarmo, interpreta il ruolo di Santiago.

«In questa desolata spelonca tra i monti», la signorina Gappon, un po’ Proserpina (fa l’operatrice funebre e non è un caso che la prima sezione della Terra Desolata si intitoli La sepoltura dei morti) un po’ Patrizia Valduga (è poetessa come lei e porta i suoi stessi cappelli neri a falda larga) guida, come ti ho detto a passo di swing, i personaggi di questo racconto corale attraverso lo sguardo apparentemente indifferente degli entroydi, sorta di statue inquietanti che un’artista pazzo e visionario ha lasciato in giro ovunque, per quella terra desolata.

Un «cumulo di immagini infrante» che guardano ogni cosa e sotto il cui sguardo le cose che accadono assumono senso.

È lo sguardo di chi guarda che costruisce il senso delle immagini, che seleziona gli elementi distribuiti dall’autrice (o dall’autore) nelle vignette, aggiungendone dove necessario. Lo sguardo degli entroydi non è neutrale. Interpreta. I fogli che Corinna tiene nella sua valigetta da venditrice porta a porta non sono contratti di vendita, ma tavole di un fumetto. I video dello youtuber Enki assumono senso solo quando finiscono sotto lo sguardo (e i commenti violenti) del giovane Cri.  È la volontà del lettore (volontà spesso assente: Corinna non riesce mai a vendere le sue aspirapolveri… saranno solo gli entroydi a riorganizzare quei fogli sparsi) a dare vita alla storia, a far diventare cose ordinarie come gli elettrodomestici che Corinna non riesce a vendere, cose meravigliose, degne di essere guardate. Come diceva all’inizio la signorina Gappon: «ci guardano con voluttà e violenza silenziosa… o forse è semplice curiosità… il loro sguardo mi fa sentire stregata… e violata!!»

Quando capisce che dare senso a una storia significa esercitare curiosità e violenza (ed è la signorina Gappon a farglielo capire), Corinna si ferma e si mette a guardare la terra desolata che sta davanti a lei. Non sappiamo se spaventata o affascinata dalla responsabilità che dovrà assumersi: dare senso con quei suoi occhioni a quelle rovine.

«These fragments I have shored against my ruins..»

Così Eliot chiude il suo poema e solo così la storia può funzionare.

I fumetti si guardano, se li leggi e basta (come fanno in troppi) rischi di scambiare un forsennato swing sull’ insensatezza dell’universo per un graphic novel sulla vita di provincia.

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