Insomma mi precipito trafelata da una di quelle stradine convulse e inconcludenti torpignesi che aggettano sulla banglatown di via della Marranella, a Risma Bookshop. Ho le palle ancora vagamente girate, perché i 15 giorni prima di Lucca Comics recano tra noi entità fumettocentriche, una qual misura di elettricità e senso di attesa. Parcheggio mezzo sulle strisce, lì davanti – bersagliata da bestemmie e clacson per la manovra avventata (c’avete ragione voi!!). Tanto dalla vetrina di Risma – come al solito ragionatamente allestita con i graphic novel più incisivi della stagione – si può buttare un occhio sulla strada, casomai arrivassero, importune com’è loro prerogativa, le madame.
La libreria specializzata in graphic novel più fornita di Roma è gremita di volti noti: è una situazione topica per lettori, artisti, critici, appassionati, collezionisti del settore, anticamente felici di vedersi in carne e ossa, scambiarsi qualche incoraggiante sguardo di ammirazione per l’ultimo progetto e qualche «come va?», che suona un po’ estemporaneo, ma è sincero: la programmazione curata da Serena è fitta, e noi andiamo lì per ascoltare gli autori invitati di volta in volta, e fare quattro chiacchiere sulle cose che leggiamo, che è uno dei piaceri credo più sani che comunque resistono in questo grigio diluvio (anti)democratico odierno, dove oramai scrivere/creare equivale a impallidire in solitaria davanti al PC, spersonalizzandosi sulla tastiera, e “condividere” suona più tipo una cosa che fai tu col tuo profilo Instagram pieno di selfie e scatti brutti di tramonti, anziché effettivamente decidere che ci si dà a vicenda del tempo, delle energie, delle attenzioni: che ci si scambiano ragionamenti, consigli, suggestioni.
Sembra un piacere semplice e comune quello di assistere alle presentazioni dei fumetti – ma sì, lo è anche: vale la pena di scriverne, perché al di là delle peculiarità che a breve circostanzierò, è anche bello poter semplicemente dire: sono stata bene. Non al settimo cielo, voglio dire, non è una sbranda di MD che mi ha indotto un artificialissimo stato di inspiegabile ottimo umore e socievolezza, completamente inutile perché passeggero – ma sono stata bene: mi è arrivato qualcosa di bello e memorabile. Che in ambiente culturale non è mica scontato.

Gli appuntamenti a Risma preservano quell’atmosfera, quella dimensione del riconoscersi reciproco: ci stiamo tutti simpatici, perché il gusto per un tipo di letture ci avvicina, perché il nostro immaginario converge, perché c’è prossimità tra le cose di cui nutriamo il nostro spirito, perché con naturalezza ci orientiamo a fare posto nella nostra giornata a cose che si assomigliano, perché mentre sfogliavamo le pagine di un graphic novel a un certo punto ci siamo ritrovati a sfogliare quelle delle nostre vite.
Una volta di più ci rendiamo conto del fatto che la vita, in fin dei conti, è un graphic novel un po’ troppo lungo e ripetitivo.
«Non più di due colori nello stesso outfit» diceva la mia amica di Parigi e io ne indosso tre, non lo faccio quasi mai, mi vesto soprattutto di nero perché è più pratico: ma tanto nessuno lo noterà, che vesto in ben tre colori, perché noi persone dei fumetti non badiamo a queste cose. Stiamo tutti – educatamente – o un po’ di fuori, o in Giappone (quasi mai a scopare), o col naso incollato a qualche amabile cartonato tutto pieno di bei disegni colorati e parole intelligentemente combinate in un rapporto di interdipendenza (costano un p.d., ma saranno, con ogni verosimiglianza, le ore meglio impiegate della vostra giornata).
Quando ci ritroviamo, siamo contenti di vederci, perché sentiamo di appartenere, perché la presenza di ognuno di noi rafforza la presenza dell’altro, perché se leggi i graphic novel è quasi certo che sei una persona che non si scompone, che non ha la puzza sotto il naso, o la diffidenza, o la spocchia, che per me rappresentano i mali assoluti di ogni forma di creatività; che ha sufficiente apertura mentale per trattare con serietà i libri che insieme alle parole hanno i disegni, che non ti frega se una cosa che leggi è riconosciuta dalla critica ufficiale, oppure no, che si lascia guidare dalle parole dell’autore, sì, ma una parte ce la deve mettere lei, che è curiosa, anzi entusiasta, verso le cose insolite. Nell’ambiente dei fumetti non girano i soldoni del cinema e quindi non c’è quella smania da prestazione e quel senso di depressione ancestrale, non è impoverito e maschile come l’ambiente letterario, in cui stanno tutti lì imparanoiati a misurarsi la curva della parabola delle pisciate rispettive a vicenda, non è la fiera della vacuità e dello sguardo da sott’in su che invece domina l’ambiente dell’arte contemporanea. Ci andiamo, agli eventi dei fumetti, perché ci piace veramente parlarne e sentirne parlare, e quando gli autori parlano, siamo veramente attenti a quello che dicono, ci interessa sapere cosa pensano, quali ingranaggi rintoccano dietro la magia che ci strega.

È il terzo evento di fumetti a cui vado questa settimana e mentre scrivo mi viene in mente che devo andare a un altro domani, ma fosse per me ne farei a tutte le ore. Fosse per me noi tutti gente dei fumetti, almeno tra noi quelli che stanno qui a Roma, dovremmo trovare un casermone abbandonato, occuparlo in massa e stare lì incessantemente a disegnare, a scrivere e a parlare di fumetti in ogni forma possibile: laboratori, presentazioni, proiezioni, performance, incontri con autori, residenze, senza sosta, di giorno e di notte. Alla speed ci penso io (scherzo, mamma!).
Andrebbe a finire malissimo: siamo fumettari, non ce l’abbiamo, il fisico, per resistere alle cariche se ci dovessero sgomberare le guardie, cosa che di questi tempi tende a succedere spesso nelle occupazioni, com’è tristemente noto, perché la gente soddisfatta che fa qualcosa di bello per gli altri sta sul cazzo a tutte le forme di potere; ma quanto sarebbe bello mentre c’è. I miei amici che non leggono i fumetti mi prendono in giro, dicono «ma ancora all’ennesima presentazione/mostra/incontro? Andiamo a drogarci piuttosto!»; il rosicone di turno dice che ci vado per presenzialismo, per fare la splendida, per fare relazioni (e a quale vantaggio, di grazia?), o per farmi notare.
Non è vero, non è così, non capite un cazzo e siete arroganti. A nessuno dei fumettari frega niente se ci sei o non ci sei, se ti hanno invitato oppure no, chi ti ha portato, quanto ci guadagni, di chi sei amica, a che livello sei nella scalata al successo (ma quale?), quanto potere hai, quale casa editrice ti ha pubblicato.

Ci vado perché si sta bene, perché la gente è piacevole e tranquilla, gli scambi sono stimolanti, le persone sono tendenzialmente adorabili, o è quello il lato che scelgono più spesso di mostrare. Facciamo il possibile per tirare avanti il baraccone, per arricchirlo con quello che conosciamo del mondo, per contaminare gli spazi, contribuire al dibattito. Chi sta tra i fumetti fa tante cose diverse, fare fumetti è una struttura ibrida che coinvolge un sacco di professionalità miste, e molti di noi hanno anche un altro lavoro, più o meno attinente al proprio impegno in direzione creativa, il che rende la situazione ancora più prismatica.
Stasera a Risma c’è tanta gente anche perché Andromalis & Simone Lucciola sono figure amate, per le loro qualità autoriali e per quelle umane, e hanno tanti amici che non vedono l’ora di salutarli, ascoltarli, naturalmente moderati dal prof. graphic novel, Alessio Trabacchini. E poi sì, ovviamente, ci sono pure quelli che erano incuriositi dalla pubblicazione e sono venuti a dare un’occhiata, l’argomento è ad alto tasso letterario, trattandosi di quella che a ogni buon conto è la biografia definitiva del poeta cosiddetto crepuscolare Sergio Corazzini, Vita breve, opere e scorribande di Sergio Corazzini pubblicata qualche settimana fa da Barta. Un graphic novel – fatemi prendere il fiato – biografico-onirico-filologico-critico-sentimentale: un’opera di surfing tra generi narrativi com’è difficile trovarne sugli scaffali dell’Amazon da cui acquistate senza l’ombra di un rovello etico le vostre friggitrici ad aria. Una lettura cui ripenserete con un misto di: affetto per il personaggio e il suo gruppo, come se li aveste conosciuti davvero; Sensucht per il periodo storico raccontato, fascinosamente vagheggiato in qualche piega del vostro immaginario; senso di accuratezza metodologica nel ricostruire la vicenda biografica del protagonista, che presuppone una dimestichezza con le fonti consultate, dalla bibliografia critica, agli archivi che conservano la documentazione giunta sino ad ora, alle tombe del poeta e dei suoi; maledettismo e proibizione per la vicinanza al suadentissimo, segretissimo, chiacchieratissimo argomento della Morte, il preferito di Corazzini – affrontato di petto ma senza vittimismo, problematizzato e sdrammatizzato a un tempo.

«Ho visto mio fratello morire tutti i giorni» avevo letto nel Grande Male di David B., che come tutti sappiamo parla di come l’epilessia e la conseguente depressione mal curate di uno dei membri della famiglia attira un disperato, ineluttabile, limaccioso senso di disagio e ingiustizia in cui restano tutti impantanati. Un lutto, interminabile perché il fratello è vivo e morto insieme, un male senza appello, divisivo fino alla disfatta. Il dolore e l’amore per il fratello malato, sempre in procinto di morire, si fissa per sempre nell’arte di David B. nei neri pesanti, nelle maschere sbigottite, nei buchi abissali degli occhi, nell’austerità culturalmente stratificata delle figure, nel fluire delle forme in scheletri di animali minacciosi, nelle ombre che avvertiamo esprimersi in incomprensibili sussurri, nell’occhieggiare furtivo di sguardi non consentiti. David B. è – come ha detto durante la presentazione a Risma Andromalis a proposito di Nick Cave e del modo in cui il lutto del primo figlio ha influenzato la sua musica – uno spezzato: uno in cui la superflua bellezza, la miserabile forza dell’essere umano si è rivelata nella risposta al trauma prolungato attraverso il fare arte. I creativi sono sempre dei traumatizzati che nessuno ha saputo curare, semplicemente perché incurabili. L’unica cura è quella che loro danno a se stessi, attraverso l’autosomministrazione metodica del proprio fare arte. Sono pericolosi per la società, grazie a dio, ma essenziali per testimoniare la propria epoca, perché lo sanno fare in modo più incisivo degli altri. L’immagine di Corazzini ci appare così, attraverso i disegni e le parole di Andromalis & Simone Lucciola.
A sentire parlare Simone nel quartiere suo siamo in tanti; siamo anche preparati – per averlo visto più di una volta presentare al Forte Prenestino – alle esuberanze di Andromalis: basta guardare come disegna, cioè come uno che si meriterebbe un esorcismo, perché il presupposto del suo fumettare è, a mio umile avviso, un esercizio di strategia diabolica. Sa con esattezza cosa mettere e dove nella tavola, e sapendolo ci mette quante più cose può – producendo per contro un effetto di essenzialità e precisione. Il risultato è un organizzatissimo horror vacui, per niente asfissiante, di un caos esatto: anzi riposante nel suo essere foriero di significati, stimoli, simboli, sorprese e stratificazioni (scusate, ma mi sono venuti solo sostantivi con la s!): dalla struttura della tavola risulta un’armonia impeccabile, non c’è figura, tratteggio, contorno, o texture lasciata al caso. Niente di quello che si vede lì è spontaneo, anche se a un primo sguardo lo sembra: è il risultato di una cesellatura certosina, di un’accuratezza di composizione che presuppone senso di fiducia e rispetto per il lettore. All’inizio sembrano volerti sfidare le tavole di Andromalis, ma poi ti accorgi che non fai alcuno sforzo, mentre guardi, che quello che fai guardando è perderti nel piacere del dettaglio, che mentre osservi in realtà sono le forme a venire incontro ai tuoi occhi. Non ne esci affaticato, piuttosto direi persuaso delle necessità del segno di questo autore. Tutto naturale, ma per niente spontaneo. Tutto coinvolgente, ma per niente impetuoso: più che la dimensione gestuale intravedo l’aspetto matematico della questione. E questa freddezza, calcolo, organizzazione, mi lasciano inquietata, anzichenò: è un piacere del tutto cerebrale.

Simone – mai una parola fuori posto, uno che del gusto per la parola e le sue combinazioni ha fatto una forma di disciplina – non me ne vorrà che parlo un po’ meno di lui, ma per sapere cosa penso del suo fare fumetti potrete andarvi a leggere quando uscirà la mia introduzione alla sua opera omnia (o Quasi) per In Your Face Comix – la attendiamo con trepidazione.
Questa soccida, Andromalis & Simone Lucciola, è espressione di una comunanza di spirito idealmente prossima alla materia raccontata. Il primo sceglie per i disegni un taglio burtoniano, in piena linea con il tema di gusto darkwave, la cui efficacia si misura sulle rotondità delle figure, gli occhioni tondi a mezz’asta, il guizzare dinamico dei movimenti dei personaggi nell’economia della tavola, il piegare le anatomie dei mille pupazzetti a vantaggio del significato da negoziare o della situazione da raccontare, l’accuratezza dei costumi della borghesia dei primi del Novecento. Il secondo sceglie invece un tono confidenziale, da epica orale, in cui affiorano, efficaci perché misurate, sporadiche battute e giochi di parole, con qualche indulgenza tardottocentesca, imputabile al periodo in esame, e quattro capitoli di licenza onirica in cui gli autori esprimono direttamente il proprio pensiero, giocano col personaggio, lo sdrammatizzano, lo anti-idealizzano (si può dire?). è un racconto carbonaro in cui si cospira la Letteratura, quello del Corazzini di Lucciola, un’opera di fervore e bohème, di passioni condivise, di figure che si cercano e spronano per coltivare il proprio senso della poesia, di amici che si conoscono e si prendono cura dei rispettivi testi, pubblicandoli, chiosandoli, ragionandoci, dedicando loro tempo e attenzioni, impegnandosi per mantenere viva la scena letteraria. Del Corazzini e dei suoi amici apprendiamo il carattere, le ingenuità, i tumulti interiori, le ansie e le fatiche sopportate per trovare il proprio posto nella storia della letteratura. Sullo sfondo, un omaggio a una Città che non esiste più, di cui ci rimangono palazzi signorili adornati di fregi, atlanti e cariatidi risemantizzati in senso decorativo com’era d’uso all’epoca, sculture funebri del cimitero monumentale e dagherrotipi di caffè decadenti. Anche il finale, che si concentra sul prosieguo delle vite di chi è rimasto a testimoniare Corazzini, ci conferma che la Morte, persino quella dei poeti, in fin dei conti, non è tutta ‘sta gran cosa di cui aver paura, se la tua vita è stata condotta all’insegna di ciò che volevi essere, se hai dedicato spazio a ciò che ti permetteva di coltivare te stesso, nella direzione di ciò che ti senti chiamato a fare.
E se sei fumettista, Risma in questo senso è uno spazio da tenere d’occhio.

Chiusa romantica:
Da pischella al liceo di suore del cazzo che odiavo con tutto il mio livore di teenager afflitta, lettrice bulimica e disordinata, di indole pigramente buona, ma insubordinata, dall’animo malinconico votato all’autolesionismo, Corazzini fu uno di quei maledetti (in tutti i sensi) per colpa del quale ho deciso di rovinarmi la vita con le Belle Lettere. Ritrovermelo raccontato in questo fumetto meritorio mi ha regalato per qualche ora la metà dei miei anni.
