Ecco. A me son toccati i tatuaggi. Disegnetti con cui quella che sembra essere – oggi – una maggioranza, costruisce sul proprio corpo (pagandola in sofferenza) una esibita narrazione di sé che, come tutte le autobiografie è intrisa di menzogna e banalità. E di bruttezza. Che spesso quei disegnetti sono di una bruttezza unica. La maggor parte di chi si fa scrivere e disegnare la propria storia sul corpo vorrebeb manifestare in questo modo la propria eccezionalità, cadendo in un paradosso quasi ridicolo, quelle scritte e quei disegni sono roba serializzata, che scegli sul catalogo del tatuatore o della tatuatrice. Ricercando l’affermazione della propria unicità, chi si tatua usa artifici (i tatuaggi) che li riconducono alla mediocrità.
Ecco. A me, di questi corpi pieni di storie serializzate e mediocri, più o meno come nel secolo scorso le edicole erano piene di mediocrissime serie a fumetti, non me ne frega proprio un cazzo. C’è invece una cosa che mi sembra interessante e riguarda la natura dei tatuaggi. Me l’ha fatta notare Federico Vercellone nel suo Filosofia del tatuaggio (Bollati Boringhieri, 2023). Dice il docente di estetica che il tatuaggio esclude la significazione, non rimanda a un significato o a un messaggio, ma rinvia solo a sé stesso. Praticamente il tatuaggio è un simulacro. Allo stesso tempo però, aggiunge Vercellone, nonostante la sua natura autoreferenziale, quel segno si trova su un margine continuo di significazione. Una sorta di scrittura la cui decifrazione più che dalla volontà dell’autore (che si confonde tra tatuatore e tatuato) dipende dalla superficie su cui è scritta. La lettura del tatuaggio è legata in modo consustanziale al corpo sul quale gli aghi hanno lasciato il loro segno e dal percorso che lo sguardo esterno traccia su quel corpo. Capisci cosa significa? Che i tatuaggi funzionano come i fumetti. I tatuaggi sulla pelle, i fumetti nella tavola.
Ecco. A me, di quasi tutte le mediocri storie disegnate, standardizzate nella categoria merceologica del fumetto (quella roba che serve a far tirare fuori i soldi ai vecchi nostalgici collezionisti iscritti all’ANAFI), non me ne frega proprio un cazzo. Però, visto che c’è un discrimine rilevante tra la natura potenziale del tatuaggio e l’uso che se ne fa, come tra la natura potenziale del fumetto e la costruzione che se ne fa, ci sono pochissime eccezioni di cui mi interessa un casino.
L’opera di Bonten Taro è una di queste. E non è una coincidenza se questo autore incredibile fu sia magaka che horishi. Fumettaro e tatuatore. Da questo punto di vista la sua vita è interessante quanto la sua opera.

Te la racconto di volata. Nato a Tokyo il 5 gennaio 1929, in una famiglia di shokunin (gli artigiani che realizzano i kimono, Bonten Taro in realtà si chiamava Ishii Kiyomi: sceglierà lo pseudonimo con cui lo conosciamo (che fonde nel suo significato il concetto di divino e di mediocre) quando comincerà a pubblicare fumetti. Alla fine della Seconda guerra mondiale – durante la quale, appena quindicenne, era stato arruolato in una squadra di ricognizione che preparava gli attacchi dei kamikaze – dato che il padre aveva scelto, come erede della sua storica bottega di kimono, il figlio minore nato dal suo secondo matrimonio, Kiyomi si iscrive alla scuola di disegno di Kyoto. Alla fine degli anni Quaranta conosce Katsuichi Nagai (l’uomo che animerà una delle riviste più seminali di sempre, “Garo”) che, impressionato dal suo stile di disegno, lo introduce al mondo del fumetto. Nel giro di un decennio diventa un autore affermato di shojo manga. Nel 1960 ha all’attivo almeno dieci serie pubblicate su svariate testate per ragazze. In quel decennio succede anche un’alra cosa. Nel 1951 incontra Horigane, un maestro tatuatore considerato il più grande rivoluzionario dell’arte del tatuaggio giapponese, e ne resta affascinato. Così, fino all’inizio degli anni Sessanta, affianca le due attività: disegnatore di fumetti per ragazzine e tatuatore. Poi si stufa. Molla tutto e per un lungo periodo conduce una vita vagabonda, facendo – per sopravvivere – il cantante in localacci e il tatuatore. Naturale, a causa di queste attività, che entri in contatto con l’ambiente della malavita (chi più degli adepti alla Yakuza, nel cui ordine gerarchico il linguaggio degli irezumi è fondamentale, ha bisogno di un tatuatore?).

Carico di questa esperienza di vita, alla fine degli anni Sessanta torna al fumetto: al gekiga questa volta, genere che sta vivendo un vero e proprio boom con il fiorire di un sacco di riviste per ragazzi. Sembra sia stato lui a inventare, sulle pagine della rivista “Manga OK” , il sotto-genere del sukeban, termine che significa – più o meno – “ragazza delinquente” e nel quale si raccontano storie di gang delinquenti, ma con personaggi femminili. Il più popolare tra i suoi personaggi, Konketsuji Rika (Rika la mezzosangue), godrà di una lunga serializzazione (dal 1967 al 1973) e di svariate versioni cinematografiche. La sua notorietà è tale che, nella primavera del 1972, durante il suo viaggio in Giappone, dove avrebbe incontrato (e battuto) Mac Foster al Nippon Budōkan di Tokio, Muhammad Ali si fece realizzare da lui la vestaglia da indossare prima dell’incontro.
Negli anni Novanta Taro si ritira a Okinawa per dedicarsi esclusivamente alla pittura e al teatro. Dopo la sua morte, avvenuta nel 2008, i suoi fumetti vengono come dimenticati. E noi lettori occidentali dobbiamo accontentarci solo di questi dati anagrafici e di qualche rara immagine delle sue tavole pescata sul web.

Nel 2023 la francese Le Lezard Noir pubblica Sex & Fury, un’antologia dei suoi manga. Edizione uscita poi anche in Giappone. Un volume bellissimo, con oltre 400 pagine di fumetti. E finalmente anche noi possiamo godere e capire la grandezza di questo mangaka. La sua poetica, maturata in quegli anni di vagabondaggio “con gli aghi nella mano destra e una chitarra nella sinistra” (come li ha descritti lui stesso), ci mostra senza sovrastrutture psicologiche, la natura umana e i meccanismi che la governano. Il sesso, la violenza e la volontà di potere con tutta la loro brutalità ci vengono mostrate senza giudizio e senza pregiudizio. Non ci sono complicazioni etiche nella lotta per la sopravvivenza e l’affermazione di sé. Cosa più del fumetto, in equilibrio precario sul margine tra simulacro e significazione, può funzionare a raccontare questa natura umana in equilibrio tra il divino (la bellezza delle donne disegnate da Taro le avvicina alle divinità classiche) e la brutale mediocrità (tutta quella violenza e quel sesso)?

Nel settembre dell’anno successivo, J-Pop ha dato ai lettori italiani che non masticano il francese o il giapponese, la possibilità di appoggiare il proprio sguardo su quelle stesse tavole. Dalla vendetta di una donna samurai che ha perso la sua compagna di vita a causa di un agguato mafioso, al suicidio di Yukio Mishima, al quasi incesto di un maestro tatuatore, alle perversioni di un vecchio sadico e della sua schiava volontaria, tutto ci sfila davanti allo sguardo con un’immediatezza naturalistica (in senso filosofico) che non ci lascia scampo.

Il volume italiano ha solo un difetto. Delle oltre 400 pagine delle edizioni nipponica e francese, ne propone ai suoi lettore solo 150. Capiamo la necessità di contenere i costi e gli assegniamo ugualmente il (Quasi) un premio come uno dei volumi a fumetti più importanti usciti tra il gennaio 2024 e il giugno 2025.
Non fa un cazzo da anni, ma è invecchiato lo stesso. Vive a Milano, e non potrebbe farlo in nessun’altra città italiana. Legge e parla di fumetti dal 1972 (anno in cui ancora non sapeva leggere). Ha una cattiva reputazione, ma non per merito suo. Ama e praticava la boxe, poi si è rotto. Beve tanto in compagnia di gente poco raccomandabile, tipo Paolo con il quale – per colpa di una di quelle bevute – si è ritrovato a curare QUASI.