“La prima volta che ho letto Gotlib, mi sono detto: cazzo, c’è qualcuno che lo fa! Allora lo si può fare, abbiamo il permesso di farlo!”
Edika

Martedì 16 dicembre 2025, circa le 23.30
Claudio: Diocàn! È morto Edika!
Paolo: No! Cazzo!
C: Mentre vi scrivevo il messaggio, mi sono caduti gli occhiali. E ho perso una lente.
P: Così adesso sai cosa significa pestare sui tasti senza vedere un cazzo.
C: Non mi distrarre. Sto cercando di trovarla senza pestarla.
P: Muore Edika e tu non trovi niente di meglio da fare che muoverti in giro per casa cercando tastoni una lente. E mi lasci a soffrire da solo.
C: Trovata!
P: Adesso hai qualcosa da inumidire mentre piangi con me.
C: Edika per me si merita tutto. Nell’immaginario collettivo italiano è un colosso. Peccato non abbia mai avuto un’edizione filologica. La sua capacità di riconoscere e stigmatizzare i fenomeni sociali e antropologici è una roba che va oltre il gusto personale. (Quasi) dovrebbe parlarne.
P: Sei sobrio?
C: NO!
P: Allora ok, parliamo di Edika. Che è stato un grande fumettista. Mica un fenomeno sociale o antropologico, ma un gran cazzo di disegnatore e un narratore immenso.
C: Essere fenomeni sociali o antropologici non dovrebbe essere ritenuto un insulto.
P: Edika è anche quello, ma… Clark Gaybeul, ti ammazza di risate… e poi questi tipi in ascensore incastrati tra tettone assurde…
C: Ma Boris dorme? E tu stai scrivendo un articolo? Mi vedo già le ricerche su Google e Gemini che cita (Quasi) tra le risorse.
P: Sono sul treno, sto tornando a casa. Se non mi addormento, lo scrivo.

Mercoledì, 17 dicembre 2025. Circa le 9,00
Boris: Sembrate un fumetto di Edika, tutto questo climax e poi “pas de chute”! Dacci un finale: ti sei addormento o no?
P: E tu ti sei svegliato finalmente. Sei andato a sbronzarti subito dopo aver saputo della morte di Edika?
B: Ahahah… No, ero salito in solaio a cercare i 37 volumi in cui “Fluide Glacial” ha raccolto la sua opera. Mi ricordavo una cosa, sulle mutande di Clark Gaybeul e volevo verificarla. Così facciamo contento Claudio con un pezzo su Edika.

P: Forse a Claudio sono cadute di nuove le lenti. O forse è stata una mattinata complicata. Ma, fammi capire, tieni Edika in solaio? Cosa hanno le mutande di Clark Gaybeul? Vengono dallo stesso cassetto di quelle di Gros Dégueulasse?
B: No, il solaio era una formula retorica. Stavo dormendo sbronzo fradicio, ma non per la morte di un ultraottuagenario. Sì, quelle mutande sono decisamente reiseriane (erano coetanei lui e Reiser, però Edika al fumetto ci arriva molto dopo), ma quello che mi faceva ridere è la marca. Non ho mai letto Edika in italiano e non so come è stata tradotta, senza perderne l’umorismo, la marca “Grande Barque”. Non ti fa ridere? UNA MUTANDA REISERIANA CHE È LA PARODIA DI QUELLE PER BAMBINI di “Petit Bateau”. Quanto cazzo era genio Edika!

P: L’ho letto rigorosamente in italiano. Era uno dei pochi motivi per cui compravo “Totem” (che era veramente una rivista montata a casaccio). Devo confessarti che gran parte di quelle gag mi passava sopra senza che me ne accorgessi. Ero perso a seguire le traiettorie velocissime dei movimenti, l’interazione continua dei personaggi con il loro autore (e con me), e quelle anatomie esagerate. Edika costruiva dei personaggi grotteschi con caratteristiche fisiche estremamente riconoscibili. Era, per me, una sorta di Mordillo underground. La stessa idea di esagerazione e ripetizione. Ma, là dentro, in queste pagine densissime di immagini e movimento, c’erano questi corpi meravigliosi, esasperati, dinoccolati o sovrabbondanti, che si muovevano tantissimo. Ecco. A me è parso sempre stranissimo che il crescendo di movimento di Edika sia stato accolto dai suoi lettori italiani senza stupore. Anche e soprattutto da quelli che non hanno mai guardato le pagine di Gotlib.
Sarebbe bello studiare la costruzione dell’immaginario visuale di Edika: una traiettoria di sguardi che mette insieme le grandi trasformazioni del fumetto francese e Gilbert Shelton, Moebius e l’undergorund, la critica alla famiglia e la slapstick comedy…
Ogni volta che ci penso, però, precipito in un maelstrom di sbadigli (quasi come quando tu ti metti a parlare di edizioni filologiche). Edika faceva ridere un sacco. Punto.
C: Arrivo. Questa dannata lente si è staccata di nuovo…
B: Assolutamente sì, ma la parte verbale non va trascurata. Era un flusso inarrestabile di battute e giochi di parole (probabilmente perduti o scoloriti nella traduzione italiana). D’altra parte, il suo primo lavoro da illustratore è stato con Pierre Desproges, brillantissimo umorista dal quale ha imparato a usare i tempi e i ritmi delle battute.
Era talmente ossessionato dalla lingua da continuare a sostenere di non riuscire a trovare finali per le sue storie, quando i finali erano tutti grafici, con quelle folli eiaculazioni di corpi, animali, oggetti.
C: Ed effettivamente neanche voi siete capaci di trovare finali.
P: E tu?
C: Io ho ritrovato la lente.
