Scuola e libertà

Mariagrazia Minardi | Povere creature |

Che luogo straordinario, la scuola: il futuro parcheggiato in aula, rumoroso, inquieto e perennemente in ritardo, pronto a scoprire passioni, talenti e – se tutto va bene – anche il motivo per cui si studia il complemento oggetto. Il luogo dove arde la sacra fiamma della conoscenza (come suona bene!), spesso minacciata da correnti gelide di noia, circolari ministeriali del prossimo progetto e fotocopie sbiadite.

Durante queste vacanze natalizie ho rivisto Dead Poets Society.

Ricordo ancora la prima volta in cui lo vidi: non avevo alcuna intenzione di diventare insegnante, anzi lo escludevo con la stessa convinzione con cui si giura «mai più» dopo l’ennesima relazione finita male. Eppure era impossibile resistere al fascino del professor Keating, saldo al timone della nave, pronto a traghettare i suoi studenti verso la libertà, la poesia e il pensiero critico, senza la preoccupazione della modulistica allegata.

Poi, come in ogni tragedia ben scritta, il destino ha bussato. A scuola ci sono entrata davvero e insegnante lo sono diventata. La lezione di Keating era ancora lì, certo. Solo che, nel frattempo, era stata accuratamente sommersa da una liturgia laica di acronimi impronunciabili usciti da un manuale di crittografia sovietico: PTOF, RAV, PDP, PEI, BES, PAI, NAI. Un alfabeto misterioso che solo gli iniziati possono decifrare e mai senza una circolare di supporto, formule magiche che evocano riunioni interminabili, dove il benessere dello studente viene vivisezionato in verbali da firmare in triplice copia, preferibilmente mentre la realtà – quella fatta di carne e dubbi – resta fuori dalla porta a sbadigliare.

Ai tempi in cui ho iniziato, i programmi ministeriali erano il vangelo della scuola: corposi elenchi di contenuti da insegnare, obiettivi didattici da raggiungere e saperi da trasmettere, scritti con la serietà di un trattato accademico e la fantasia di un elenco telefonico. Ogni parola aveva il peso di una legge: nulla lasciava spazio all’inventiva o al margine creativo. La lettura faceva rima con obbligo e i libri erano strumenti da interrogare, non mondi da esplorare. L’insegnante camminava su un filo sottile, cercando di non cadere e procedendo tra il timore di deviare dalle regole e il desiderio di insegnare qualcosa di vivo, reale, che parlasse davvero agli studenti.

Successivamente sono arrivate le Indicazioni Nazionali, pensate per cambiare la prospettiva dell’insegnamento. Leggerle per la prima volta è stata una piccola epifania: non si trattava più di seguire pedissequamente elenchi di contenuti, ma di pensare a competenze da sviluppare, abilità da far emergere e traguardi di cittadinanza da raggiungere. Per la prima volta, l’attenzione si spostava dai fascicoli ai ragazzi, ai loro interessi, alle loro curiosità, al loro modo unico di scoprire il mondo. Le parole scorrevano leggere e profumavano di possibilità: libertà di scelta dei percorsi, laboratori di scoperta, progetti che valorizzano curiosità e creatività. Leggere quelle Indicazioni è stato come aprire una finestra in una stanza chiusa da decenni: aria fresca, spazio per respirare, osare, inventare. La lettura non era più solo decodifica: l’attenzione si spostava sui testi autentici, sulla comprensione globale, sul confronto con personaggi e storie. I ragazzi potevano finalmente interrogarsi, discutere, provare a leggere tra le righe. Ma, nonostante le buone intenzioni, la struttura scolastica restava vincolata a manuali e schede di esercizi: la libertà di esplorare era ancora parzialmente imprigionata.

Il 2025 è stato l’anno delle nuove Indicazioni Nazionali e l’orizzonte si è ampliato ancora. La novità più significativa riguarda soprattutto l’ambito della lettura e della lingua italiana: la lettura non è più vista come un esercizio da spuntare, ma come uno strumento fondamentale per crescere come persone e come cittadini. Le nuove Indicazioni pongono una forte enfasi sulla lettura integrale di testi letterari, non solo brani isolati, con l’intento di far sì che i bambini e i ragazzi non imparino soltanto a decifrare le parole, ma a comprenderle, interpretarle e confrontarsi con idee diverse. Viene valorizzata la lettura di romanzi, racconti e altri generi – inclusi anche forme non tradizionali: canzoni, fumetti e sceneggiature – come occasione per sviluppare pensiero critico, immaginazione e consapevolezza di sé e degli altri. 

In questo nuovo quadro, la letteratura diventa cuore pulsante dell’apprendimento linguistico: si insiste non solo sulla grammatica e sulla correttezza della lingua, ma sulla capacità di leggere, comprendere e comunicare in modo profondo, mettendo i libri al centro della vita scolastica.

Queste nuove Indicazioni sembrano portare un seme di speranza in un terreno arido: finalmente la scuola non chiede solo di trasmettere nozioni, ma di far nascere menti capaci di pensare, sentire e interrogarsi.

Tuttavia, come sempre accade, la realtà tende a smentire i proclami più poetici. Le Indicazioni Nazionali 2025 ci parlano di lettura come avventura, di testi che aprono mondi, di ragazzi al centro del percorso educativo. Fantastico. Peccato che, subito dietro l’angolo, ci attendano le prove INVALSI, quei famigerati test standardizzati che trasformano la lettura in un esercizio di sopravvivenza: domande a crocette, risposte univoche, tempi scanditi da un cronometro spietato. Improvvisamente, la letteratura torna a essere semplice materiale da interrogare, la curiosità si trasforma in capacità di individuare la parola giusta nella pagina tre, riga sei. La poesia dell’insegnamento si scontra con la fredda logica dei numeri e delle percentuali: il pensiero critico deve cedere il passo alla risposta corretta.

E l’editoria scolastica? Un’opera di ingegneria della noia. I manuali sembrano progettati da un algoritmo programmato per estirpare ogni sussulto di piacere estetico. Pagine affollate di box colorati, icone motivazionali e improbabili hashtag che tentano di simulare una modernità posticcia e l’effetto è quello di un nonno che cerca di usare TikTok a un funerale. Tutto ciò che le Indicazioni Nazionali celebrano come avventura, qui viene imbalsamato in schemi premasticati e attività pronte all’uso che garantiscono una sola competenza: l’arte della compilazione passiva.

Insomma, leggere secondo le Indicazioni Nazionali 2025 dovrebbe essere un atto di libertà, mentre la scuola reale ci ricorda che la libertà è una concessione temporanea, subordinata al calendario delle prove, ai volumi editoriali, ai programmi ministeriali rimasti nascosti tra le pieghe delle pagine. La contraddizione è evidente: da un lato si celebra la lettura come strumento di crescita e cittadinanza, dall’altro si struttura il percorso come una lunga gara a cronometro, con il voto pronto a sancire il successo o il fallimento.

Ed è proprio qui che la questione smette di essere soltanto didattica e diventa più profonda. Perché insegnare a leggere non significa addestrare all’interpretazione corretta, ma aprire uno spazio in cui il pensiero possa muoversi senza chiedere permesso, dove ogni libro resta un rischio e ogni lettore una possibilità. È in questo spazio che la scuola smette di produrre conformità e comincia, forse, a generare libertà.

La prima forma di censura, a scuola, non è il divieto esplicito, ma l’abitudine all’obbedienza. Accade quando la lettura smette di essere un incontro e diventa un adempimento, quando i libri vengono scelti per gli studenti, ma mai con gli studenti. In quel momento la scuola non educa alla libertà: addestra alla conformità.

Eppure leggere è, per sua natura, un atto indocile. Un libro apre possibilità, genera attrito, mette in crisi. Ogni vera lettura contiene un rischio: quello di cambiare sguardo, di scoprire parole che non coincidono con il linguaggio dominante. Qui entra in gioco il concetto di Opera aperta: ogni testo non è un contenitore chiuso di significati, ma uno spazio vivo in cui il lettore completa, interpreta e costruisce senso. La lettura richiede partecipazione, azzardo ed errore. L’errore non è un fallimento, ma parte integrante del processo formativo e interpretativo: sbagliare, dubitare, proporre una lettura personale significa esercitare il pensiero critico, trasformare un testo in esperienza e scoprire la propria voce.

Daniel Pennac lo ha detto con una frase che dovrebbe essere incisa all’ingresso di ogni scuola: «Il verbo leggere non sopporta l’imperativo». Dove la lettura è imposta, il desiderio si ritira; dove il desiderio si ritira, resta solo l’esercizio vuoto. Difendere la libertà di lettura significa allora restituire ai testi il loro tempo lento, la loro ambiguità, la loro capacità di resistenza, significa sostenere la possibilità stessa di formare lettori, non sudditi culturali. E significa accettare che, nella scoperta del senso, ci si possa anche sbagliare. Perché senza il rischio dell’errore, la lettura rimane un semplice addestramento.

Questo si vede chiaramente anche nelle piccole scene quotidiane di classe. Quando uno studente chiede se quel libro “va studiato per l’interrogazione”, se “basta leggere il riassunto” o se “ci sarà un voto” non sta mostrando disinteresse: sta semplicemente riproducendo il modello che gli è stato insegnato. Ma basta poco per incrinare quella logica. A volte è sufficiente concedere tempo, lasciare aperta una domanda, permettere che due interpretazioni diverse convivano senza una soluzione immediata. In quei momenti la lettura smette di essere una prestazione e torna a essere un’esperienza: imperfetta, esitante, ma viva.

Leggere è un gesto segreto e libero. Anche quando avviene in silenzio tra i banchi, la lettura è sempre un atto di solitudine abitata, un dialogo invisibile tra una voce e una coscienza. Nessuna imposizione può garantire questo incontro. Lo aveva intuito Italo Calvino quando scriveva che «un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire»: ma perché questo accada, qualcuno deve voler ascoltare.

Ecco il punto caldo: il canone letterario, elenco di titoli che molti insegnanti brandiscono come verità assoluta, salvo poi lamentarsi che gli studenti non leggono più. Il canone dovrebbe essere una mappa, non una gabbia; una bussola per orientarsi nel mare vasto della letteratura, non un elenco di obblighi da barrare; una soglia, non una barriera; una memoria viva, non un altare intoccabile. Quando però viene imposto come unico orizzonte possibile, produce esclusione e silenzio. Molti studenti si allontanano dai libri non per incapacità, ma per estraneità.

Il docente ha qui una responsabilità enorme: offrire strumenti agli studenti per riconoscere la qualità di un libro, distinguere tra ciò che è significativo e ciò che è semplice intrattenimento senza sostanza. Non significa imporre giudizi, ma guidare alla lettura consapevole, aiutando gli studenti a costruire criteri propri. E questo richiede competenza, passione e coraggio, perché significa accettare che il percorso di lettura sia spesso tortuoso e imprevedibile.

La libertà di lettura non è solo una questione didattica: è una questione civile. Nei libri gli studenti incontrano l’altro, l’estraneo, l’inquietante. Imparano che il mondo non è riducibile a una sola voce. Come ha scritto Martha Nussbaum, l’educazione umanistica è essenziale per formare cittadini capaci di empatia e di giudizio.

Limitare l’accesso ai testi, semplificare le letture, temere la complessità equivale a impoverire l’immaginazione morale. Una scuola che difende la libertà di lettura protegge la pluralità dei punti di vista e resiste alle censure, esplicite o silenziose, del presente.

Finite le vacanze natalizie tornerò di nuovo in quella scuola straordinaria dove il futuro parcheggia rumoroso, inquieto e in perenne ritardo. Tra banchi che scricchiolano e corridoi pieni di chiacchiere, persevererò nella mia scelta: lasciare che le parole inciampino, che le storie si ribellino, che i ragazzi si innamorino di un libro senza cronometro e senza crocette. Come Keating, ma con meno charme hollywoodiano e più fotocopie storte, insegnando che leggere non è un obbligo, ma un atto di libertà – disordinato, rischioso, bellissimo. E se la burocrazia, il registro elettronico, le sigle e i test standardizzati cercheranno di imbavagliare la curiosità, non fermeranno mai uno studente deciso a scoprire qualcosa di nuovo. Perché, alla fine, la scuola rimane quel posto meraviglioso dove l’inaspettato può ancora accadere e dove il futuro ha la possibilità di sorprendere chiunque abbia il coraggio di lasciarlo fare.

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