Un genere narrativo è una macchina normativa rorida di perversioni. Definisce un sistema di regole e di vincoli che è anche un contratto con chi legge: da un lato, ci tranquillizza mentre godiamo di una narrazione garantendoci che possiamo attraversare incolumi quella storia consolatoria; dall’altro, ci rende accettabile una finzione colma di stereotipi e sciocchezze.
Pensa al western. Fin dalle sue origini editoriali e cinematografiche, è uno dei generi più immediatamente riconoscibili. Ci mostra l’epopea della frontiera nordamericana come se fosse un grande palcoscenico morale: un’orda di invasori migranti che conduce alla civiltà terre che per millenni non ne avevano avuto bisogno. Gli individui che, in precedenza, popolavano quegli spazi si ritrovano all’improvviso assimilati a selvaggi, dediti a pratiche sconvenienti e socialmente inaccettabili. Questi mostruosi primitivi, che vivono in una barbarie crudele e feroce, devono essere sconfitti e sottomessi perché il cammino irrefrenabile del progresso prosegua il suo corso. Perché si arrivi al sublime grado di civiltà odierna. Quella raccontataci quotidianamente dai notiziari.

Il western narra lo scontro tra le culture. E, nella sua forma più classica, costringe nel ruolo di alieno chi in realtà ha il diritto di nascita in quei territori. E chi se ne frega dello ius soli.
Il volto di Charles Bronson è una maschera di rughe e silenzio. Nato nel 1921, da genitori lituani, ha un passato di povertà e fatica fisica. Minatore in Pennsylvania e mitragliere durante la Seconda guerra mondiale, esordisce trentenne al cinema con il suo vero nome Charles Buchinsky. Dopo tre anni di ruoli minori, nel 1954, cambia nome e, col suo vissuto di fatica reale, porta sullo schermo il volto impassibile di un eroe che non si rassegna a essere una delle tante maschere del cinema western.

Con quel viso di granito, veste spesso i panni del nativo americano. Nel 1954 è Hondo in Apache, diretto da Robert Aldrich. Un guerriero che ha scelto la via della sottomissione e del compromesso con l’esercito bianco. Il protagonista del film è Burt Lancaster, ma Bronson gli ruba continuamente la scena. Lancaster è un ribelle, Hondo un perdente, uno sconfitto che pare voler rinunciare alla propria identità. Indossa una divisa blu, si comporta da civilizzato ed è sgradevole oltre ogni lecita aspettativa. Da quel momento, gli capiterà spesso di interpretare il ruolo del nativo americano o del mezzosangue, fino al capolavoro Chato, diretto da Michael Winner nel 1972.
Benché il western non sia il solo genere entro cui sviluppa una carriera straordinaria, Bronson frequenta quel modo del racconto con sistematicità. È Pittsburgh, il tagliagole che suona l’armonica. in Vera Cruz (1954), Captain Jack, il feroce capo dei Modoc in Rullo di tamburi (1954), Reb Haislipp il vagabondo in Vento di terre lontane (1956), il capo sioux Blue Buffalo in La tortura della freccia (1957), il cacciatore di taglie Lucky Welsh in La vera storia di Lucky Welsh (1958), Bernardo O’Reilly, il boscaiolo irlandese, in I magnifici sette (1960), Teclo, il capo dei banditi meticci che terrorizza un villaggio messicano, in I cannoni di San Sebastian (1968), Rodolfo Fierro, il fedelissimo (e, da quel momento, baffuto) luogotenente di Pancho Villa, in Viva! Viva Villa! (1968) e Armonica, il vendicatore muto, in C’era una volta il west (1968).
Nonostante l’aspetto oscuro e lo sguardo impassibile, Charles Bronson è il prisma attraverso il quale guardare la trasformazione del cinema di frontiera. Quello straniero in terra straniera accompagna gli spettatori dal classicismo eroico degli anni Cinquanta, in cui «l’unico indiano buono è un indiano morto», al revisionismo cinico e crepuscolare degli anni Settanta. Volto di pietra e occhi di ghiaccio.

Sul finire di maggio 1973, Ediperiodici, la casa editrice di Renzo Barbieri specializzata in albi tascabili neri ed erotici, manda in distribuzione il primo numero di “Mortimer”. Dopo la nascita di “Diabolik”, nel novembre 1962, quel formato ha via via conquistato sempre più spazio nei chioschi, diventando uno dei prodotti del fumetto nazionale più riconoscibili. Si tratta di volumetti che, di solito, riportano in testata il nome di un personaggio quantomeno ambiguo, se non addirittura malvagio, alle cui imprese riservano centoventi pagine di racconto in bianco e nero, scandite da due vignette ciascuna, quasi sempre sovrapposte. Albi realizzati in fretta per un consumo veloce. Pare proprio che Angela Giussani – presto affiancata dalla sorella Luciana – ideando “Diabolik” pensasse ai bisogni di narrazione veloce e divertente dei pendolari che, tutti i giorni, arrivavano a Milano in treno e si riversavano in piazza Cadorna per raggiungere il posto di lavoro. Su quei treni stipati di umani annoiati era difficile sfogliare le pagine enormi di un quotidiano: ci si poteva giusto rifugiare in un fascicolo piccolo e colmo di sottili eversioni.
“Mortimer” è diverso dagli altri tascabili neri. Innanzi tutto, è a colori, e poi è corredato da un articolo, in fondo all’albo, che racconta l’epopea della conquista del west: “Armi e uomini del vecchio west: In mille immagini la storia avventurosa dell’800 americano”.
Sulla copertina, disegnata da Pino Daeni, compare l’inconfondibile volto di Charles Bronson. È lui Mortimer, il cacciatore di taglie che dà il titolo alla serie: Stetson calato sugli occhi e cigarillo in bocca, punta la pistola verso il lettore, mentre, alle sue spalle, una donna in rosso sorride ed evoca notti di saloon, fumo e whisky. Una copertina rassicurante che prepara il lettore a un fumetto come tutti gli altri: questo è solo un altro western, pare voler dire.
Nelle ultime pagine dell’albo, l’editore riporta il calendario delle uscite del mese. La quantità di pubblicazioni portate in edicola è stupefacente: otto quattordicinali (“Lucrezia”, “Isabella”, “Jacula”, “Goldrake”, “De Sade”, “Messalina”, “Oltretomba” e “Bonnie”) e dieci mensili (“Lucifera”, “Jolanda”, “Peter Paper”, “Oltretomba colore”, “Oltretomba gigante”, “Thrilling”, “Terror gigante”, “Mortimer”, “Lucrezia doppio” e “Goldrake doppio”); ventisette uscite nei trenta giorni di giugno 1973.
Quasi tremilacinquecento pagine di fumetto in un mese. Per soddisfare questa esigenza produttiva, l’editore Barbieri deve coinvolgere un gran numero di professionisti della scrittura e del disegno.
Per “Mortimer”, chiama Giorgio Pedrazzi, uno sceneggiatore finissimo, capace di muoversi nei generi (western ed erotico) senza scossoni e costruire, al contempo, una narrazione sul tempo, e Victor De La Fuente, un gigante del fumetto spagnolo che, stufo di vivere di ristrettezze alla corte dell’agenzia “Selecciones Ilustradas” di Josep Toutain, sta trasferendosi in Francia per conquistare il giusto riconoscimento per il suo ruolo autoriale.
Prima di assurgere alla grandezza definitiva, nello stesso anno in cui si trasferisce in Francia, De La Fuente ci regala quello che i suoi biografi talvolta indicano come “un western erotico alimentare”.
Ed è proprio in questa tensione tra industria e pulsione autoriale, tra produzione di consumo e bellezza, che Mortimer assume la sua forma.
(continua)

Scrive e parla, da almeno un quarto di secolo e quasi mai a sproposito, di fumetto e illustrazione . Ha imparato a districarsi nella vita, a colpi di karate, crescendo al Lazzaretto di Senago. Nonostante non viva più al Lazzaretto ha mantenuto il pessimo carattere e frequenta ancora gente poco raccomandabile, tipo Boris, con il quale, dopo una serata di quelle che non ti ricordi come sono cominciate, ha deciso di prendersi cura di (Quasi).
Una risposta su “Mortimer: Un western erotico alimentare”
Massimo Perissinotto
Bel pezzo.