Questo non è un trip report

Carlotta Vacchelli | Charlie don't surf |

Domenica pomeriggio Psychedelia a Defrag (08/02/2026)

Pervengo a una certa la domenica pomeriggio. Sto indietro con tutto. È il secondo giorno del festival e gli organizzatori di Psychedelia, l’associazione Crush Collettiva aka Eleonora D’Agostino e Matteo Gabos, mi informano che ieri è andata bene.

Non dovrei ma lo faccio, ho troppa roba da consegnare a breve, ma ho anche tanta voglia di fare qualcosa che non mi capita quasi più: andare agli eventi culturali per il piacere e la socialità, accompagnare qualcuno anziché essere io a dover organizzare le cose, preoccuparmi di come andrà. È riposante stare a un festival a farmi i cazzi miei, ma ovviamente me li faccio sentendomi in colpa verso gli altri impegni lasciati momentaneamente incompiuti, a causa di questo misterioso meccanismo insito nel lavorare nella cultura: se non stai facendo qualcosa di produttivo, a qualche livello, per il campo tuo, stai solo perdendo tempo. L’alternativa è fare qualcosa che non ci piace: preferisco morire di stenti, mamma. Vai a letto, non star sveglia nella stanza.

Lo sto facendo sempre meno, di andare solo a divertirmi e a chiacchierare del più e del meno, e infatti i fidanzati che fanno esperienza della mia fumettolalia (poverini!) mi danno della disadattata perché mi sono dimenticata di come si fa a stare nel mondo in veste di organismo e non di funzione. Dopo avermi dato della disadattata mi danno anche della ketamina, così almeno il cervello mi si placa, le membra mi si rilassano, perdo per poche mezz’ore la facoltà di ragionamento e parola, dunque mi posso permettere di stare zitta a guardare la luna risplendere e le scie elettriche trascorrere impalpabili sui fili del tram. Che pace!

Quindi niente, sto a Psychedelia a Defrag, sono in ballo e ballo.

Faccio in tempo a vedere la mostra di quadri e illustrazioni, a interagire con la myse en abyme dell’installazione partecipativa (intripposissima): Trasmissione elettrica a cura di Mattia Onorascienzi e Gabriella Taliento, in collaborazione con Davide Radicella (live performance con vari sintetizzatori, chitarra elettrica e voce hip hop) e Jacopo Tescaro (collaboratore all’allestimento).

Mi sento anche qualche incontro incentrato sul tema della psichedelia e delle sostanze che ne agevolano il dispiegarsi: si parla di funghi magici, LSD, ketamina, feste underground, stati alterati di coscienza in generale. Tutte cose di cui ho un’infarinatura pratica e teorica – intenzionalmente parziale e moderata – che in certi casi ho anche studiato in rapporto ai fumetti. Cose verso cui, più o meno come tutto il resto di quello che faccio, provo sentimenti misti, complessi, stratificati – che mi impediscono di abbandonarmi completamente all’esperienza, ed esserne attraversata: quanto piuttosto trasformarle in occasioni per esercitare il ragionamento, l’intelletto, lo spirito critico. Non ci posso fare niente: sono nata con un apparato argomentativo ingombrante e ci rimango. Non fraintendetemi: è bella la droga, ma perdere completamente la lucidità a furia di pensare per me resta la primigenia forma di dissociazione dalla realtà. Non rompetemi il cazzo, quest’è.

Psychedelia oggi è il posto giusto per fare così. Oltre a diversi spunti visuali per intripparsi, al festival ci sono banchetti di autoproduzioni, presso cui incontro alcuni volti noti del Crack! Festival che puntualmente mi interrogano sulla prossima edizione (mancano mesi raga, please), orecchini fatti a mano con funghi e radici, indumenti a uncinetto, felpe e toppe fantasiose, e un programma bello fitto di incontri, cui seguiranno concerti e dj set.

Percepisco la dimensione votata all’approfondimento critico, l’intenzione di smantellare falsi miti, di scrollarsi di dosso un po’ di sovrastrutture e accogliere discorsi. È importante fare così, perché le droghe vanno prese anche in modo cosciente. Non solo. Non necessariamente.

Mi sovviene una domanda che mi ricama dentro da tempo: le sostanze sono uno strumento per superare lo status quo che di lustro in lustro la società ci impiatta o ne sono una conferma? Sono uno strumento di livellamento o di evoluzione? Chiedo per un’amica.

La risposta, come sempre, è: la domanda è mal posta. Finché restiamo lucidi, esiste solo una non-risposta: dipende.

Mentre mi avvicendo intorno al banchetto – magnetico – dedicato al Network per lo studio della diversità micologica, incrocio Matteo Gabos. Bel cognome.

Mi dice che l’interesse verso la questione gli si è manifestata soprattutto a partire dal rapporto tra psichedelia e musica, in particolare il ruolo della psichedelia nel plasmare la scena progressive rock, e di lì ha esteso l’osservatorio ad altre forme di creatività, cercando di rintracciare una più generale corrente artistica. Eleonora D’Agostino proviene invece da studi di antropologia (intrigante accoppiata), mentre Defrag è un’associazione culturale che è stata legalizzata alcuni anni dopo essere nata come spazio occupato, soprattutto dedicato ai concerti metal.

Cosa vedo appeso ai muri e in giro sui tavoli: visioni futuribili, varietà nelle forme di interazione col pubblico. Mi colpiscono gli immaginari ricorrenti, declinati in una gamma varia: scorci rurali arcadici, squarci ultracittadini, postmetropoli, colature plasticose, filamenti, bulbosità tumoriformi, fluorescenze incrostate su un palinsesto di toni tenui. Mi sembra di camminare in un sottobosco indistinto paranoicamente elucubrato da una MENTE ALVEARE. Quella precisa dimensione di fatato sotto cui trama un rovescio inquietante: tu sai che sta lì sotto, il ghigno malefico, accogli questa dicotomia e continui indisturbatə il trip. La bella età dell’oro è il tempo asfissiante immobilizzato nell’eternità, la matrice della distopia è l’utopia, nell’atmosfera tangibile si agitano i mondi irraggiungibili dell’alterità. È così da sempre, non squarceremo mai lo spazio-tempo, ma possiamo passare la vita a provarci. Comunque, con moderazione.

L’atmosfera è piacevole, le persone sono socievoli, hanno voglia di chiacchierare, sembrano tutti contenti di stare qui. L’ambiente mi appare eterogeneo e interdisciplinare, caratterizzato dalla presenza di un pubblico variegato composto da curiosi, appassionati, musicisti, scrittori, teorici, artigiani. Questa pluralità di profili propone una convergenza di interessi differenti, indirizzata allo scambio tra ambiti culturali e scientifici diversi, dalla botanica alla bigiotteria: il contesto è aperto alla contaminazione tra saperi, rafforza il carattere trasversale e inclusivo dell’iniziativa.

Parte il talk con Holly Heuser, che è un drago, una chimera, una manticora, un fatto inspiegabile. Holly l’ho conosciuta a Cremona al Piccolo Festival di qualche anno fa, poi le ho rotto le palle per starmi a sentire su un certo progetto mai veramente impostato durante Crack! dell’anno scorso, lei pazientemente mi ha pure dato corda. Mi ricordo mentre disegnava implacabile sul muro del circolo Arcipelago del mio natìo borgo selvaggio questo insetto gigante, che brulicava da fermo, pieno di zampe, zanne, squame e spire. Una padronanza tecnica rara, una perizia certosina, un immaginario complesso, ma leggibile, una fascinazione per l’iconologia di marca orientale, ma filtrata da certo gusto suburbano. Spero che qualcuno prima o poi lo stacchi dal muro per proteggerlo per sempre sotto una vetrina, perché in materia di fumetti io sono un’elitista borghese del cazzo – se non lo fossi mi limiterei a scrivere che spero solo che prima o poi tutto il mondo lo veda.

Mi ricorda uno dei miei incubi ricorrenti: una lisca dura e contorta, tutta aculei e spine che mi ritrovo a masticare mentre addento una cosa che invece dovrebbe essere buona e nutriente, tipo una mela – o una struttura che a volte in altri sogni mi ritrovo abbarbicata al palato e che riesco a sradicarmi dalla bocca solo con grande sforzo, disgusto e fatica. Meglio se mi prendo la speed e sto sveglia, anziché mettermi a nanna a incubare tormenti terrificanti, che poi l’è düra togliersi dalla capoccia al risveglio, rispondo male alla gente o più spesso mi ossessiono di pensieri ruminanti. Comunque sia, l’orrida scolopendra dipinta da Holly a Cremona mi fece sentire compresa nelle mie mostruosità, finalmente non ero più sola a vedermi spuntare intorno quelle cose, proprio sul più bello.

Oggi invece Holly ci parla di un lavoro condotto prima con Agenzia X, a partire dall’iconico Milano Emotiva, poi continuato con Eris Edizioni: l’autrice presenta una riflessione che intreccia mappe, ketamina e disegno, soffermandosi sull’influenza della K sul linguaggio fumettistico e sul processo percettivo che ne deriva. Attraverso immagini di mappe generate a partire dall’assunzione di ketamina, il disegno emerge come pratica che oscilla tra artigianato e fase digitale, mettendo in discussione il controllo del segno e la precisione formale. L’immaginario evocato ruota attorno al corridoio come condotto verso una liberazione dal segno ossessivo, passando per figure di embrione e regressione all’inchiostro, fino ai fumetti intesi come rappresentazione di stati d’animo. Il gesto dello “spegnere il cervello” per lasciare spazio al disegno produce una crasi tra immaginari intestinali e cosmici, popolati da strutture gommose e da una prevalenza cromatica del viola. Ne risulta una dimensione ambigua, capace di rappresentare in modo equo tanto la cellula quanto il cosmo, in cui la gestione narrativa si confronta con il ruolo di carceriera della storia per poi aprirsi a una libertà che rifiuta la precisione, dando forma a paesaggi spaziali. La ascolterei per altri 3 quarti d’ora.

È la volta del caso letterario che ha meno bisogno di introduzioni qui dentro: Vanni Santoni interviene sul tema degli psichedelici mettendone in luce le difformità rispetto ad altre sostanze e problematizzandone l’uso attraverso la letteratura. Nel Detective sonnambulo il protagonista maschile prende forma come caricatura dell’intellettuale, calato in una storia d’amore che diventa dispositivo critico per mettere in discussione gli psichedelici come possibili acceleratori di evoluzione storica, tanto in senso negativo quanto positivo. L’autore sottolinea come tali esperienze non siano necessariamente progressiste, né reazionarie: senza adeguati strumenti culturali, il loro impatto risulta problematico, alimentano caos, derive paranoiche, intestine – come la percezione di infiltrati, ed esterne – come l’eterna condanna sociale che le droghe si recano appresso da quando sono entrate in circolo. L’ignoranza diffusa facilita il decorrere di luoghi comuni e l’insorgere di pseudoscienze. Il discorso si estende alle dinamiche di censura e autoritarismo, alla questione degli ambienti in cui droghe pesanti vengono spinte all’interno di contesti associati alle cosiddette droghe leggere. Centrale nel Detective sonnambulo è il confronto tra i due protagonisti, con la figura femminile posta come esatto opposto di quella maschile, in un lavoro consapevole su setting, framing e intenzione narrativa. Da qui si apre il “domandone” sull’io e sul suo superamento, interrogando la tradizione occidentale: l’esperienza non coincide con la vita, ma con la letteratura, con ciò che si è letto e con la tradizione in cui ci si inscrive. In questo quadro, Santoni affronta anche il rapporto tra scrittura, borghesia e sostanze psichedeliche, culminando nella lettura di un brano che precede la festa da La verità su tutto, in cui l’elemento dionisiaco conduce a una temporanea spersonalizzazione.

In sintesi: si tratta di pratiche socio-culturali, ma la cultura ce la devi mettere tu.

Il dibattito prosegue con l’incontro di Carlo Mazza Galanti, che ricostruisce la figura di Henri Michaux, soffermandosi in particolare su Miserabile miracolo e sul contesto dei primi anni Cinquanta. Michaux viene presentato come poeta, pittore e prosatore ormai canonizzato, considerato un classico della letteratura francese, il cui percorso si sviluppa dapprima attraverso viaggi fisici e successivamente attraverso viaggi mentali. Opere come Ecuador mostrano come il viaggio non sia mai racconto dei luoghi in sé, ma dell’impatto che quei luoghi producono su di lui: il viaggio si profila come un pretesto per esplorare stati di coscienza e per smantellare strutture cognitive eurocentriche, facendo dell’introspezione il vero punto di vista. Mazza Galanti inquadra inoltre l’uso della mescalina in una prospettiva storica, che attraversa gli anni Venti, Trenta, Quaranta e Cinquanta, sottolineando però come Michaux si inserisca in una tradizione letteraria già consolidata, affrontata con l’attitudine di un “nerd letterario”. Il suo ruolo di mentore per i Beatnik emerge non per scelta ideologica, ma per una richiesta esterna, laddove l’autore mantiene una posizione priva di apologia o entusiasmo. Al centro resta la complessità dell’esperienza psichedelica, che include anche il bad trip, oscillando tra demolizione e virtù, e mettendo in luce un conflitto – spesso rimosso dal mainstream – tra l’esperienza psichedelica e la mentalità scientifica, segnata da disforia e attrito irrisolto.

(Mi viene da pensare che forme di espressione come la poesia e fumetto in un certo senso risolvono la questione tra simultaneità e narrativa perché sono mezzi malinconici, che procedono parimenti in via orizzontale e verticale, restano un passo indietro tra il dato narrativo e quello immaginifico. Ok, mi taccio.)

Se l’io – come dispositivo narrativo, identitario e rappresentativo – appare oggi in larga parte sfruttato, saturato, forse esausto, la rinnovata attenzione per la psichedelia può essere letta come un tentativo di riaprire il discorso su altro: su forme di esperienza, di immaginazione e di linguaggio che non coincidano più interamente con l’auto-narrazione?

Non pongo la domanda, non ottengo la non-risposta. Lo chiederò a ChatGPT.

Tramonta l’era degli intellettuali, sorge quella della danza. Il DJ set di Cado in trance / Ionut Cura si inserisce nel solco della tradizione old school trance, privilegiando sonorità melodiche e strutture classiche che richiamano l’estetica degli anni d’oro del genere, ma la adattano a istanze contemporanee. La selezione musicale appare coerente e mirata, con una costruzione progressiva che accompagna l’ascoltatore in un percorso graduale, più orientato all’ipnosi e alla continuità che all’impatto immediato: riesce comunque ad essere vario, non monotono. Il set si distingue per l’attenzione alle dinamiche e per una narrazione di tensione costante, confermando un approccio filologico alla trance degli anni Novanta.

La sala rimane popolata di un drappello di persone che ballano fino alla fine: Ionut ci coinvolge, ci divertiamo.

Torno a casa con la voglia di scrivere questo pezzo e lo faccio, poi lo mando a (Quasi), e adesso voi lo avete letto e io vado a dormire.

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(Quasi)