Non amo la scuola. Anzi, diciamo che, declinata in ogni ordine e grado, la considero uno dei principali mali di questo paese. Però, dato che sono un individuo che non teme le proprie contraddizioni, quando anni fa, per un qualche corso di una qualche scuola di scrittura o di disegno (giuro che non mi ricordo quale), qualcuno (giuro che non mi ricordo chi) mi ha chiesto di fare un video, per i suoi studenti, in cui rispondevo a tre domande, mi sono sentito gratificato. Poi molto probabilmente, vista la sbrodolata che mi è venuta, manco sarà stato mostrato quel video. Meglio così.
L’altro giorno, ravanando per caso (stavo facendo irrimandabili pulizie) nel mio polveroso archivio digitale, l’ho ritrovato. Le domande non me le ricordo proprio, ma sono convinto che le risposte bastino a se stesse, e diano (Quasi) perfettamente il senso di quella che ritengo essere la natura del fumetto. Pubblicarlo qui mi permette due cose: dichiarare apertamente l’idea ontologica che sottende a tutto il mio “lavoro” critico e liberare spazio nel mio archivio personale.
Se hai tempo da buttare o ti diverti ad annoiarti, buona visione.
Non fa un cazzo da anni, ma è invecchiato lo stesso. Vive a Milano, e non potrebbe farlo in nessun’altra città italiana. Legge e parla di fumetti dal 1972 (anno in cui ancora non sapeva leggere). Ha una cattiva reputazione, ma non per merito suo. Ama e praticava la boxe, poi si è rotto. Beve tanto in compagnia di gente poco raccomandabile, tipo Paolo con il quale – per colpa di una di quelle bevute – si è ritrovato a curare QUASI.