Come Thé Tjong-Khing ha inventato il graphic novel (e poi l’ha dimenticato)
Un paio d’anni fa, Fantagraphics, benemerita casa editrice di Seattle, ha pubblicato un libro bello e imprevisto, Iris: A Novel for Viewers. Si tratta di un fumetto olandese edito originariamente nel 1968, un miracolo del racconto a figure che stavamo per perderci.
Iris è scritto da Lo Hartog Van Banda e disegnato Thé Tjong-Khing e si iscrive in quella tradizione europea di fumetto adulto e per adulti, iniziata dal fumettista Jean-Claude Forest e dall’editore Éric Losfeld, con la pubblicazione del volume Barbarella nel 1964. Da quel momento, in un intervallo di tempo piuttosto contenuto sono usciti diversi fumetti dedicati a eroine, spesso nude, protagoniste di avventure intrise di esotismo ed erotismo e realizzate con un attenzione speciale alle avanguardie artistiche: Les Aventures de Jodelle e Pravda la Survireuse di Guy Peellaert, Epoxy di Paul Cuvelier e Jean Van Hamme, Saga de Xam dello pseudonimo collettivo Nicolas Devil, il feuilleton Paulette di Wolinski e Georges Pichard, fino ad arrivare a Valentina dell’italiano Guido Crepax.

Non stupisce allora che un segmento editoriale profittevole – e divertente da disegnare e da guardare – abbia generato emulazioni un po’ ovunque. Anche robaccia, eh. Ma anche cose meravigliose. Come Iris, appunto.
Thé Tjong-Khing nasce nel 1933 a Giava, da una famiglia appartenente alla minoranza cinese sull’isola che oggi è uno dei posti più densamente popolati al mondo. Alla nascita si ritrova in quella terra di mezzo cui ti costringe l’appartenenza a una minoranza (i peranakan, per l’appunto) in un regime coloniale. Già: perché Giava faceva parte delle Indie Orientali Olandesi. La sua famiglia era culturalmente e linguisticamente vicina all’Europa, ma lontanissima dalla classe dirigente olandese. Se davvero l’arte nasce nelle difficoltà, nelle insicurezze e nelle tensioni, Giava, negli anni Trenta, era un posto meraviglioso dove nascere per un artista.
Con l’occupazione giapponese, durante la Seconda Guerra Mondiale, finisce il colonialismo olandese e, tra il 1945 e il 1949, l’Indonesia conquista la propria indipendenza. Il risorto nazionalismo indonesiano proibisce la lingua olandese e debella l’ordine coloniale.
Nel 1956, Thé, ventitreenne che aveva ricevuto un’educazione olandese, parte per i Paesi Bassi per studiare arte nei corsi serali della Kunstnijverheidsschool di Amsterdam (che poi si chiamerà Rietveld Academy). Dall’anno dopo, inizia a lavorare presso Toonder Studios, un’agenzia di fumettisti olandesi che disegnano per editori inglesi come DC Thomson e Fleetway e producono materiali per il mercato nazionale.

Dal 1959, Thé inizia a collaborare con Hartog van Banda, che sarebbe diventato lo sceneggiatore di punta di Toonder Studios. Fin dagli anni Cinquanta, Thé frequenta generi e forme diverse: fumetti e strisce avventurose, umorismo, animali antropomorfi, illustrazioni di moda per riviste…
La collaborazione con Hartog van Banda attraversa narrazioni diverse: fumetti per bambini, racconti di studenti universitari, storie di poteri extrasensoriali…
Fin dagli esordi, tutti i lavori di Thé sono caratterizzati da un’ossessione per la precisione del segno e della costruziojne della tavola che confligge con i tempi di consegna imposti dalla serialità. Thé si ritrova spesso a dover rinunciare alla realizzazione di storie in corso d’opera perché non riesce a consegnare entro le deadline. A un certo punto, esausto, esce da Toonder Studios, per dedicarsi, da libero professionista, all’illustrazione per le riviste. Continua a disegnare fumetti, con meno intensità e a collaborare tanto con Hartog van Banda quanto con Toonder.
Nel 1968, Thé e Hartog van Banda realizzano Iris per la casa editrice letteraria De Bezige Bij, che sta evidentemente guardando con attenzione al lavoro editoriale di Losfed in Francia e, in particolare, ai fumetti di Guy Peellaert. È un libro a fumetti pensato proprio in quella forma: il primo graphic novel olandese (dieci anni prima di Contratto con Dio di Will Eisner).

Panem et circenses. Il Re dei Sogni controlla la vita quotidiana dei cittadini di Amsterdam offrendo divertimento, sesso occasionale e popstar da idolatrare. Un racconto immerso negli anni Sessanta che denuncia – con una precisione acutissima – una realtà alla quale, a un certo punto, abbiamo smesso di prestare attenzione.
Peellaert, con Pravda e Jodelle, ha tracciato una linea, ha definito un canone estetico, ha portato la pop art nel fumetto (con un movimento inverso rispetto a quello di Roy Lichtenstein, giusto per fare un esempio). Dichiarava che quel fumetto non fosse nato nell’alveo della sperimentazione e dell’avanguardia artistica, ma al bar, giocando al flipper. I tabelloni meccanici dei flipper Gottlieb avevano grafiche sparate e colori acidissimi: a quelli si rifaceva per costruire le sue pagine. Thé sembra non guardare né ai flipper né alla pop art: parte dall’immaginario visivo di Peellaert e lo fa brillare. Costruisce pagine di fumetto meravigliose, dense di azione, erotismo e ritmo visuale incrollabile. Lo sguardo danza su quelle pagine, mandando in vacca il tempo e la sequenzialità, con buona pace di Will Eisne e Scott McCloud.
Dopo quell’esperienza, Thé continua a realizzare fumetti. Fa anche, sempre con Hartog van Banda, serie di successo che proseguono per anni. Se cerchi in giro le pagine di Arman en Ilva e le confronti con quelle di Student Tijloos (di una decina di anni precedente), scopri un disegnatore incredibile, capace di metabolizzare il segno di qualunque fumettista europeo o statunitense e restituirlo con una personalità unica. Da Alex Raymond e Noel Sickels a Jijé e Robert Gigi.
Eppure, negli anni Ottanta, il fumetto inizia ad andargli stretto. Progressivamente si disamora di quel modo del racconto a figure e decide di passare ad altro. Prosegue il suo impegno nella realizzazione di disegni per i giornali e inizia a illustrare libri e creare picture book. Ed è forse questa la forma per la quale è più noto. E, probabilmente, è in questa forma che esprime i suoi lavori più belli e importanti.

Ho in mano Tortintavola, un libro incredibile. A parte il titolo, il nome dell’autore e le indicazioni editoriali è uno di quei racconti a figure in cui il testo è completamente assente. Un silent book, insomma (che fastidio! Proprio come graphic novel, un altro di quei nomi che diamo per essere sicuri che il prodotto sia messo nel corridoio giusto del supermercato).
La trama è semplicissima: in un giorno di festa, una coppia di cani prepara una torta; due topi la rubano; per poter festeggiare, tocca inseguirli.

A parte le copertine e i risguardi (che hanno comunque una funzione narrativa), sono dodici disegni che occupano, ciascuno, una pagina doppia. Con dodici disegni, un fumettista ci fa una pagina domenicale (o un “graphic novel” su “La Lettura” del “Corriere della Sera”). Thé Tjong-Khing ci costruisce un incredibile racconto corale. Decine di personaggi che si muovono in spazi grandissimi, si incontrano, interagiscono, soffrono, ridono, si spaventano, si innamorano, si salvano e, alla fine, festeggiano insieme. In ogni coppia di pagine, in ogni immagine, ci sono elementi narrativi che ti costringono a tornare indietro per capire cosa è successo, per trovare le cause di un evento. E non è un gioco, non è enigmistica, trova le differenze, unisci i puntini, dov’è Wally… Siamo di fronte a un incredibile romanzo corale. In dodici disegni.

Un’opera complessissima e al contempo molto semplice, in cui un narratore gigantesco, Thé Tjong-Khing, mette a frutto tutto quello che ha imparato del disegno, del fumetto, del racconto a figure. Forse, proprio per questo, quell’autore ha deciso di parlare con i bambini: ha scelto come interlocutori quelli che sicuramente potevano capirlo.

Scrive e parla, da almeno un quarto di secolo e quasi mai a sproposito, di fumetto e illustrazione . Ha imparato a districarsi nella vita, a colpi di karate, crescendo al Lazzaretto di Senago. Nonostante non viva più al Lazzaretto ha mantenuto il pessimo carattere e frequenta ancora gente poco raccomandabile, tipo Boris, con il quale, dopo una serata di quelle che non ti ricordi come sono cominciate, ha deciso di prendersi cura di (Quasi).