“La fine del mondo” è arrivata al terzo numero (che, però, in copertina – per strane alchimie dadaiste – riporta il numero 2). Ci sono arrivato anch’io. Dubbioso. Avevo deciso di smettere. Me lo dico sempre: «Smetto quando voglio!». Poi, non è vero. Non riesco a riemergere dalle dipendenze. Se tu fai una rivista di fumetti, potrebbe essere anche la cosa più brutta del mondo, puoi aggrapparti a una certezza: io la comprerò! Magari odiandoti e insultandoti i genitori. Oppure prendendoti in giro per le ingenuità che sicuramente ti scapperanno in tutti quegli editoriali auto celebrativi. Intendiamoci, faccio una rivista – (Quasi) – anche io e so bene che negli editoriali un po’ di autocompiacimento dovrai mettercelo. È inevitabile. Ma ti prenderò per il culo lo stesso.

Arrivo al terzo numero de “La fine del mondo”, colmo di pregiudizi. So che non troverò nulla in grado di stupirmi, sentirò una vaga atmosfera di compagnia di giro e ci troverò un po’ di cose decisamente imbarazzanti (vuoi i nomi? Bruno Bozzetto è stato un gigante, ma per questa rivista sta facendo cose molto brutte; Dottor Pira è il compagno di liceo che ti disegnava i fumetti sulla Smemoranda durante l’ora di italiano e che non è mai riuscito neanche a essere mediocre).
E, poi, ci sono quelle copertine, con una grafica da inserto del “Manifesto” in cui spariscono dei disegni che paiono ingrandimenti di vignette. La cosa che si nota di più è il prezzo (che, diciamocelo, è decisamente appetibile, quattro euro).
Compro la rivista e la caccio nello zaino. Sfoglio il quotidiano cui è allegata e poi mi dimentico di avere il fascicolo spillato con me. Nel fine settimana sono al lago con mia figlia Carlotta. Mentre lei legge e rilegge una robaccia di Pera Toons (interrompendosi per raccontarmi le barzellette più divertenti di questo Gino Bramieri in erba), io leggo Spaghetti Comix: Il fumetto underground in Italia (1968/1979) di Michele Mordente. Come tutte le cose belle, anche questo libro (che racconta una storia sotterranea del fumetto italiano cui moltǝ dellǝ autorǝ de “La fine del mondo” sono – forse inconsapevolmente – debitrici) finisce. Apro lo zaino alla ricerca di qualcos’altro e ci trovo il nuovo numero della rivista. In copertina un disegno di Shintaro Kago stampato in maniera da parere disegnato con i pennarelli esausti che Andrea Pazienza usava solo per certe sfumature delle nuvole. Mi monta il disappunto. Scarto l’editoriale e un articolo di apertura: voglio fumetti. Il fascicolo si apre con un fumetto breve di Kago, Elevator. Il giapponese sa essere molto divertente e le prime dieci volte che incontri le sue invenzioni ti viene da ridere. Da quel momento in avanti subentra la curiosità per come gestirà un fumetto dalla struttura seriale molto ripetitiva inserendo la sua idea, diciamo per un’altra ventina di storie. Devo aver superato entrambi i livelli: ora Kago mi scatena solo noia.

Per fortuna, dopo Kago, c’è una cosa bella: Il lavoro dei sogni di Eliana Albertini. Non ricordo se la vicenda raccontata prosegua dal numero precedente, come sembrerebbe indicare la numerazione dell’episodio, e mi limito a guardare quelle pagine come se fossi di fronte a una storia breve: mi diverto. E tanto basta. Probabilmente, se continuo a comprare una rivista che non mi piace è anche colpa di Eliana.
Non faccio in tempo a tirare un fiato che, sulla pagina di destra, inizia il primo episodio di Ninnananna (del paese oltre lo spazio e il tempo) di Manuele Fior. Non me lo aspettavo. Funziona. Molto bene. Si risolve. E chiude con una pagina che commuove. Ne voglio ancora.
Dopo Lise e Talami (in una dose dignitosa), una sequenza che, nel mio immaginario di lettore, sente un po’ troppo di “Canicola”, Martina Sarritzu, Kalina Muhova, Zuzu e Alice Socal. Queste autrici, prese singolarmente (a parte Zuzu, che proprio non riesco a capire), mi interessano molto. Messe in sequenza, sento il bisogno di vedere più neri e meno mezzetinte, sfumature acquerellate e pastelli.

La rivista si chiude con il terzo episodio di una storia di Zerocalcare il cui protagonista non è Zerocalcare. La leggo con curiosità. Considero quel disegnatore il più importante esponente del fumetto d’attore e mi piace vederlo alle prese con un altro genere.
Da lì in avanti iniziano le cose che non riesco proprio a guardare (una sequenza di pagine che contiene Pira, Maicol e Bozzetto). Ed è una vera sfortuna per Vitt Moretta e Blu (e forse anche per me) l’essersi infilate là in mezzo.

Scrive e parla, da almeno un quarto di secolo e quasi mai a sproposito, di fumetto e illustrazione . Ha imparato a districarsi nella vita, a colpi di karate, crescendo al Lazzaretto di Senago. Nonostante non viva più al Lazzaretto ha mantenuto il pessimo carattere e frequenta ancora gente poco raccomandabile, tipo Boris, con il quale, dopo una serata di quelle che non ti ricordi come sono cominciate, ha deciso di prendersi cura di (Quasi).