Per chi crede che esista una vita dopo quella terrena, probabilmente le due Line che attraversano queste pagine, sono lassù, da qualche parte.

È il 1992, è appena passato un anno dalla finale del 29 maggio 1991 allo stadio San Nicola di Bari che, fra tutte le finali giocate nella storia della coppa più ambita del calcio europeo che all’epoca si chiamava Coppa dei Campioni e oggi si chiama Champions League, rimane una delle più significative. Quel 29 maggio del 1991 la Stella Rossa di Belgrado sconfisse ai calci di rigori l’Olympique Marsiglia in una partita che non fu solo calcio, ma che per il calcio segnò la fine di un’epoca. Perché fu allo stesso tempo la prima e l’ultima vittoria della Jugoslavia unita nel calcio dei professionisti, dopo decenni di sfortune e delusioni difficili da spiegare per la qualità dei giocatori avuti, e delle sue squadre, tre su tutte: Stella Rossa, Partizan e Dinamo Zagabria.
Non solo quella del 1991 rimane l’ultima vittoria europea di una squadra balcanica, ma a giocare quella finale fu la squadra jugoslava più rappresentativa, la Stella Rossa, parte di una enorme polisportiva di proprietà statale nata negli ultimi mesi della Seconda Guerra Mondiale e, dalla morte del maresciallo Tito nel 1980, diventata una sorta di termometro dell’unità nazionale jugoslava nello sport.
Il 13 maggio 1990, circa un anno prima della finale di Bari, gli scontri tra tifosi croati della Dinamo Zagabria e quelli serbi della Stella Rossa prima di una partita tra le due squadre avevano preannunciato la guerra che da lì a poco sarebbe iniziata. Quel giorno i disordini si divisero tra lo stadio Maksimir di Zagabria e le strade della capitale croata durando fino a notte fonda, con la Stella Rossa che dovette barricarsi negli spogliatoi e che uscì dallo stadio soltanto dopo la mezzanotte. Sul campo, rimane nella storia il calcio che Zvonimir Boban della Dinamo diede a un poliziotto, gesto che gli costò mesi di squalifica; in curva, a capitanare gli ultrà della Stella Rossa, Zeljko Raznatovic detto “Arkan”, che diventerà famoso durante la guerra dei Balcani per il suo sanguinario gruppo paramilitare chiamato “Le tigri di Arkan”, gruppo spietato che compirà stupri, saccheggi, uccisioni, indegne di un essere umano.

In quella squadra erano rappresentate cinque delle sei repubbliche che formavano la Jugoslavia, e una delle due province autonome: mancavano solo sloveni e kosovari. Il capocannoniere, Darko Pančev, era macedone, il trequartista, Dejan Savićević era montenegrino (andrà al Milan nella dissoluzione della Jugoslavia e, tra le perle regalate nel suo periodo rossonero, c’è quel meraviglioso arcobaleno, ad Atene nella finale di Coppa Campioni del 1994, un pallonetto che sorvola il portiere e segna il terzo gol del 4-0 finale – lo so: c’ero), Robert Prosinečki, il regista, aveva madre serba e padre croato, in difesa, Sinisa Mihajlović (il cui paese natale, Vukovar, stava per essere raso al suolo dai combattimenti tra serbi e croati) era di madre croata e padre serbo, Refik Šabanadžović era metà bosniaco musulmano e metà montenegrino. E poi c’era Miodrag Belodedici, romeno di etnia serba che nel 1988 era scappato dalla Steaua Bucarest dei Ceaușescu dopo aver vinto un’altra storica edizione della Coppa dei Campioni. Quella Stella Rossa Belgrado non era solo una squadra, era la Storia nelle storie di un paese.
A Bari fu un incrocio di coincidenze. Nella città di San Nicola, uno dei santi più venerati dalla chiesa ortodossa serba, la Stella Rossa ritrovò Dragan Stojković, che era stato venduto proprio al Marsiglia, l’altra finalista, per fare coppia con il futuro Pallone d’Oro Jean-Pierre Papin. Gli jugoslavi giocarono una partita puramente difensiva seguendo due piani piuttosto rischiosi: segnare in contropiede o resistere fino ai calci di rigore, per i quali si ritenevano più preparati. Anche per questo venne fuori una delle finali più brutte nella storia del torneo.
Ai rigori gli jugoslavi non ne sbagliano uno, e il loro portiere, Stevan Stojanović, particolarmente bravo nel pararli, respinge il rigore di Amoros. Stojković, che veniva da un infortunio, giocò solo qualche minuto nei supplementari e poi si rifiutò di calciare contro la sua ex squadra. Il rigore decisivo fu segnato da Pančev, che così chiuse una stagione da 40 gol che poi gli valse la Scarpa d’oro e il secondo posto tra i giocatori più votati per il Pallone d’Oro. L’anno dopo, quando andò all’Inter, durò poco e non lasciò un gran ricordo.
Pochi giorni prima della finale di Bari, i croati avevano votato per l’indipendenza, così come gli sloveni prima di loro. Nella primavera del 1991 iniziò la lunga guerra dei Balcani che segnò l’Europa. Le condizioni critiche del paese e la squalifica di quel che restava della Jugoslavia da tutte le manifestazioni sportive decretarono la fine della Jugoslavia unita creata dal maresciallo Tito, sognata dagli stessi cittadini jugoslavi e mise fine a quell’incredibile esperienza di incrocio e di convivenza di culture e religioni che era, di fatto, uno straordinario esperimento di un’Europa multietnica e multiculturale, il riflesso di ciò che potrebbe essere oggi se la tormenta delle destre – che portarono ad altre guerre (come la Seconda Guerra Mondiale) e ne portano di nuove – smettesse di soffiare.

Ecco perché nell’Europeo del 1992 che si giocava in Germania al posto della Jugoslavia squalificata viene richiamata, 11 giorni prima dell’inizio del torneo, la Danimarca, che nelle qualificazioni era arrivata seconda nel girone.
I danesi sono già tutti in vacanza, arrivano in Germania senza preparazione, molti non accettano la convocazione e la stella di quella nazionale, Michael Laudrup, non partecipa per contrasti con l’allenatore Richard Møller-Nielsen. Ma, nonostante tutto questo, riescono incredibilmente ad arrivare in finale eliminando ai rigori in semifinale la vincitrice dell’Euro 1988, l’Olanda di Marco van Basten, che sbaglia il rigore decisivo.
La Danimarca quella competizione non avrebbe dovuto disputarla, eppure il 26 giugno del 1992, invece, si gioca Germania-Danimarca valevole per il trofeo.
Il 26 giugno del 1992, la finale tra Germania e Danimarca racconta una storia nella storia.
Kim Vilfort oggi è un ex calciatore che continua a calpestare i campi da calcio nel suo ruolo di amministratore delle giovanili del Brondby.
Ma quell’estate, per quell’Europeo, Vilfort espresse la voglia di esserci ma sua figlia di otto anni, la piccola Line, lottava con la leucemia e voleva solo starle vicino.
Il tecnico Møller-Nielsen gli dà il via libera, «giochi e vai a trovarla quando vuoi», gli dice.
E così fu, partita e poi un traghetto che lo portava dalla Svezia a trovare la sua bambina.
Vilfort era un gregario, uno di quelli che corre, corre e continua a correre, un mediano fatto di corsa, cuore e polmoni.
Quella squadra scrisse partita dopo partita una pagina di incredibile storia calcistica che si va a sovrapporre a quelle drammatiche della storia contemporanea, il pallone e la guerra che si incrociano, vita e morte che si sfiorano, si incrociano, si sostituiscono negli stessi momenti: mentre gli jugoslavi muoiono, i danesi vincono, in quell’estate del 1992.
La Danimarca lo vince quell’Europeo, il 2-0 ai tedeschi in finale lo segna proprio uno dei più inattesi tra i 22 in campo: Vilfort segna con un dribbling di destro e un sinistro a incrociare sul primo palo.
La squadra lo sommerge in un abbraccio enorme, un abbraccio che travalica il gesto del gol, va oltre il significato stesso della partita.
Line è a casa, con sua madre: vede il padre in televisione, lo vede alzare la Coppa, lo vede dedicargliela.
Line se ne andrà qualche settimana più tardi, non raggiungerà mai i 9 anni di età.

Anni dopo, tanti anni dopo, nello stesso mondo e in un altro secolo, nell’altro emisfero del pianeta, Caroline Found detta Line è una ragazza di 17 anni, palleggiatrice, anima e trascinatrice della pallavolo locale, la squadra dello Iowa City West dell’omonimo liceo.
È la compagna di squadra che sa tirar su il morale quando non è giornata e in campo non riesce niente, è la compagna che spezza la tensione del pre-partita facendo ridere così, dal nulla, ed è quella che riesce a diventare amica persino delle avversarie.
La squadra ha appena vinto il campionato liceale del 2010, è un’estate come tante in quella parte degli Stati Uniti. Cliccando Iowa su Google Maps, vengono mostrate distese di granturco, piatte e infinite che si perdono all’orizzonte. Non a caso, il bellissimo film con Kevin Costner del 1989, in italiano L’uomo dei sogni e nell’originale Field of Dreams, è ambientato nei campi di granturco: è il film della squadra di baseball fantasma che appare e scompare nel granturco.
Iowa City rimane più sul lato orientale, incredibilmente, per essere un paese nel mezzo del nulla americano. Quei luoghi me li immagino come in un altro film, Varsity Blues con protagonista il compianto Dawson di Dawson’s Creek, James Van der Beek: sono non luoghi nei quali si creano equilibri attorno a un attrattore potentissimo che non permette di andare via. Quell’attrattore, di solito, è lo sport. Una ricerca del 2008 di “Forbes Magazine” indicava tuttavia Iowa City al secondo posto tra i “Best Small Places For Business And Careers”, piccole località metropolitane migliori per opportunità di studio e lavoro, negli Stati Uniti. Ma è anche il non luogo confinante con un altro non luogo, l’Oklahoma, che viene ciclicamente devastato dai tornado (vedi il film Twister). Insomma, Caroline Found vive e studia in un angolo di mondo che per lei è il centro dell’universo.
È la notte dell’11 agosto 2011. Nel film a lei dedicato il fatto di tornare a casa in motorino quella notte è giustificato dalla batteria scarica della sua auto usata come generatore per permettere di avere la musica durante una festa, la realtà è che quella notte Caroline usò un motorino per tornare a casa e a casa non ci arrivò mai. Ne perse il controllo, niente alcool e niente droga, un semplice, banale incidente.
La madre Ellyn era malata di cancro al pancreas, riuscì a vedere il funerale della figlia prima di spirare anche lei, dodici giorni dopo la figlia.
Il padre Ernie continuò il suo lavoro di insegnante nella stessa scuola dove Line studiava e giocava a pallavolo. La notizia della sua morte fu un tale shock per la comunità che sbandò, letteralmente. Il dolore fu tale per cui all’inizio dell’anno scolastico e della stagione agonistica sembrava che tutto fosse caduto in un limbo, la sua luce spenta e nulla che potesse farla tornare.
È così che inizia la stagione di pallavolo del 2011: la squadra vincitrice totalmente senza forze. Il ruolo di Line lo prende la sua migliore amica, Kelley Fliehler, e, ogni volta, la discesa in campo è un misto di ricordo e di difficoltà emotiva. L’allenatrice Kathy Bresnahan nel film è interpretata da Helen Hunt: nella realtà è la classica donna americana di quei luoghi, bruttina, appesantita dagli anni, anni luce lontana da una Helen Hunt che prova in ogni modo a imbruttirsi, fallendo. Ma è anche la persona che non vuole dimenticare: è lei che, intervistata, racconta di Line, racconta di quel secondo campionato difficilissimo e che poi va in tutt’altro modo, è lei che racconta cosa accade.
E accade che la squadra proprio non gira, gli schemi, seppur gli stessi, senza Line non funzionano.

Ma poi succede qualcosa. Il padre di Line inizia ad andare alle partite, a modo suo continua a stare vicino alla squadra, e, con Ernie, anche i tifosi.
«Live Like Line», «Vivi come Line», diventa un motto da gridare a squarciagola, da scrivere su tante magliette blu e da cantare, sulle note di “Sweet Caroline” di Neil Diamond. E così papà Ernie, che continua a presentarsi in tribuna per seguire le partite, si ritrova presto circondato dall’affetto di una comunità intera. Le partite diventano il momento in cui si dimentica per un attimo il dolore e, al contrario, affogarlo in un mare di entusiasmo.
La squadra inizia a ingranare, qualificandosi per le finali dello stato dell’Iowa.
E nel momento più importante della stagione, avviene qualcosa di straordinario, quelle storie che solo lo sport sa regalare.
Dopo aver vinto le prime due partite, nella finalissima per il titolo, l’Iowa West si ritrova sotto di due set a zero. Poi, sorprendentemente, macinano gioco e rimontano, trascinando le avversarie al tie break.
Quando vincono 18 a 16, gli spalti sono stracolmi di persone con la maglietta blu con la scritta «Live Like Line» e cantano Sweet Caroline. E quando la squadra fa il giro di campo, le ragazze non si passano di mano in mano la targa della vittoria, ma la cornice con Line in campo.
Sono passati decenni dalla morte di Caroline Found, eppure andare al palazzetto dello Iowa City West come spettatori significa ancora indossare la maglietta blu e cantare Sweet Caroline.

Sono passati anni da queste due storie, decenni dalla più antica.
Di storie di sport, di storie nelle storie delle partite è piena la stessa storia degli sport. Queste due sono solo due puntini che andranno persi, un giorno, nelle pieghe della memoria. Sta a noi fare in modo di ritrovarle da qualche parte, di non dimenticarle.

Rimini 1975, disegnatrice di fumetti, fumettara, illustratrice. Pubblica dal 1999. Qualche titolo: la fanzine “Hai mai notato la forma delle mele?”, le graphic novel Io e te su Naboo e Cinquecento milioni di stelle, il fumetto sociale Dalla parte giusta della storia, il reportage a fumetti scritto dalla giornalista Elena Basso Cile. Da Allende alla nuova Costituzione: quanto costa fare una rivoluzione?.