Io e Paolo (Interdonato) condividiamo un destino asimmetrico, una geometria dello sguardo che non torna, un occhio irreparabilmente sguercio. Se fossimo nati due secoli fa, avremmo sfoggiato bende da pirati in cuoio nero, trasformando una mancanza fisica in un’iconografia trionfale. Avremmo potuto caratterizzarci come personaggi di un fumetto d’avventura della Golden Age e la benda sarebbe stata il segno distintivo di chi ha visto troppo o di chi guarda il mondo da una prospettiva che agli altri è preclusa.
Invece, apparteniamo all’epoca della manutenzione straordinaria e dell’integrità a tutti i costi; la mia vita lavorativa, che è pure la mia passione, non ammette falle visive.
Caduta di retina e foro monoculare: qualche anno fa questa diagnosi ha snaturato la mia terza dimensione e il mondo è diventato un foglio più scontornato dove le distanze sono un’ipotesi e non più una certezza sensoriale.
In questa nuova bidimensionalità è cambiato radicalmente il mio rapporto con le storie per l’occhio, trasformandosi da fruizione estetica a necessità di sopravvivenza immaginifica.
Per anni ho minimizzato, ma la realtà presenta il conto nel modo più banale: un inciampo, un gradino calcolato male, un bicchiere che manca la base del tavolo. Fallire il calcolo delle distanze è il primo segnale che lo spazio non è più un alleato.


In questo mio nuovo mondo piatto, la memoria visiva torna prepotentemente alle tavole di Francesca Ghermandi. Per i lettori di questa rivista, Ghermandi rappresenta una sfida costante: è un’autrice che ha saputo trasformare l’occhio da semplice strumento di ricezione a protagonista assoluto, quasi biologico, della messa in scena. Penso a opere come Pastil o Cronaca dalla palude, dove il suo segno, una sintesi miracolosa tra l’eleganza rigorosa della linea chiara e la deformazione gommosa e instabile dei cartoni animati degli anni Trenta, costruisce spazi saturi, labirintici e densi di dettagli grotteschi.
Nei fumetti di Francesca, l’occhio è un organo ipertrofico, una presenza che assilla la pagina. I suoi personaggi sembrano fatti di una materia plastica, mutante e reattiva, capaci di sgranare pupille enormi, spalancate davanti alle assurdità del mondo. Non c’è nulla di passivo nello sguardo ghermandiano; c’è invece qualcosa di profondamente anatomico, quasi clinico, nel suo modo di sezionare la realtà e di riempire ogni vuoto con texture, venature e micro-oggetti animati.
È un universo visivo che non concede tregua, dove tutto osserva e tutto chiede di essere guardato.


Per anni, nel mio lavoro di progettazione ho cercato di operare con quella accuratezza al particolare quasi maniacale. Il disegno tecnico e l’architettura richiedono esattamente questo: un occhio che domina il dettaglio, una linea che perimetra lo spazio e il controllo assoluto sulla superficie del foglio.
Ma cosa succede quando quell’occhio, così centrale nell’estetica della visione, smette improvvisamente di funzionare come un obiettivo perfetto?
Se prima ammiravo Ghermandi per la sua capacità di saturare lo spazio con una precisione da miniaturista, oggi ne leggo un lato più profondo, quello sforzo titanico e quasi disperato di voler vedere tutto, di voler catalogare ogni frammento del reale per non soccombere al caos.


Io, al contrario, ho dovuto compiere il percorso inverso.
Ho dovuto imparare che ciò che l’occhio perde, l’immaginazione ha il dovere e il diritto di riempire.
Ho deposto la matita e ho scoperto una nuova passione: la tecnica Raku. Lì, dove l’occhio non può più misurare con certezza, arrivano le mani; dove la vista fallisce nel prevedere il risultato, lavoro l’argilla abbandonandomi all’improvvisazione, alla casualità e all’imperfezione.

Abitavo vicino al lago, immersa nel verde della Valtenesi. È servita l’impossibilità di guidare la sera per riportarmi nel cuore della città. Sono tornata in centro, vicina a tutto, dove la vita accade a portata di passo.
Da poco ho chiuso la partita IVA e mi sono pensionata da un modo di stare al mondo. Ho smesso di guardare troppo lontano e, paradossalmente, ho scoperto ciò che prima non vedevo. Ora costruisco il mio mondo ogni giorno, un frammento alla volta, aggirando gli intoppi.

Vederci poco, o vederci in modo sguercio, non è solo una condizione medica: è una posizione mentale. È la scelta di chi decide di guardare meglio nelle zone d’ombra, dove le storie sono meno nitide e infinitamente più umane.
Oggi, quando apro un fumetto, la lettura diventa un atto rituale, lento, quasi archeologico. Uso la lente di ingrandimento e cerco. Se storia per l’occhio significa riflettere su come la luce e l’ottica influenzino la narrazione, allora la mia testimonianza è quella di una visione che diventa l’etica del non vedere tutto, del rinunciare al feticismo del dettaglio per godere della struttura d’insieme.
Chi se ne frega se ho perso anche la profondità di campo!

Non sa cosa ci fa qua. Dei fumetti era appassionata in passato. Curiosa e iperattiva vorrebbe vedere e vivere tutto: è una perenne dilettante di nuove passioni. Da sempre respira il mondo dell’interior design che è diventato parte della sua vita e del suo lavoro: ristruttura spazi collettivi e privati, progetta interni, disegna mobili e complementi d’arredo unici, ogni tanto anche in giro per il mondo. Vive di quello che le piace fare. Progetti futuri? Non fare progetti.