Ci ostiniamo a chiamare quei ventun anni di storia brasiliana “Quinta Repubblica”: è un’edulcorazione intollerabile. È stata una dittatura militare, imposta con un colpo di stato, fortemente fiancheggiato dal governo degli Stati Uniti, il cui presidente, in quel momento, era il democratico Lyndon B. Johnson, succeduto a John Fitzgerald Kennedy, il cui mandato si era interrotto piuttosto bruscamente.
In sintesi, il primo aprile 1964, il presidente João Goulart viene deposto da un attacco guidato dalle cariche più alte dell’esercito brasiliano: generali con opinioni feroci su tutto e pochissimi scrupoli, gente di cui è sempre bene fidarsi poco.

Come nota di contorno, Goulart sarà l’ultimo presidente collocabile a sinistra del Brasile, fino alle elezioni di Lula nel 2003, e morirà il 6 dicembre 1976. Forse per un attacco di cuore o, come si sospetta da un po’, per la sostituzione delle pillole da cardiopatico che prendeva quotidianamente con una compressa di veleno, ma non lo sapremo mai perché la salma è stata inumata prima di autopsia ed esame tossicologico.
Quando Il golpe brasiliano del 1964 è stato pianificato ed eseguito c’erano dentro tutti quanti: i vertici dell’esercito, gli ufficiali, i settori conservatori della società, la chiesa cattolica, i movimenti anticomunisti, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti… tutti d’accordo. Infatti, una tale comunanza di intenti ha garantito un periodo lunghissimo di generali al potere. Coi fascismi funziona spesso così: arrivano e, poi, per un ventennio non te li scrolli più di dosso.
Mali terrificanti e documentati: censura, violazione dei diritti umani, tortura istituzionalizzata, esecuzioni extragiudiziali, sparizioni improvvise. Nel 1967, il Brasile si ritrova, senza troppi complimenti, con una nuova Costituzione che dà una bella stretta alla libertà di parola e alle possibilità di opposizione politica. Le parole chiave sono: nazionalismo, sviluppo economico e anticomunismo.

Quella dittatura – come sempre accade coi fascismi – ha fatto anche cose buone. La nazionale di Pelè, che vince i Mondiali e in campo fa proprio paura, è un esempio lampante. E poi il “Miracolo economico”, un’allucinazione di massa costruita sul cemento, sul petrolio preso a costo di grandi debiti e sulla paura.
Fra il 1969 e il 1973, sotto la spinta del generale Emílio Garrastazu Médici e della regia economica del ministro Antônio Delfim Netto, il Brasile stacca il suo passo da camminata in salita. È più veloce di tutti gli altri paesi che lo circondano. Il PIL – quell’indicatore bastardo che non si riesce mai a capire come sia collegato al benessere degli individui – cresce a ritmi vertiginosi e tocca picchi del 14% annuo, mentre la popolazione lascia le campagne per affollare le metropoli. Con la benedizione del capitale straniero e una manodopera a bassissimo costo, lo Stato erige opere monumentali (hai mai visto il ponte Rio-Niterói? Oltre tredici chilometri di cemento e asfalto sul mare che, al confronto, lo stretto di Messina lo si fa saltando sui sassi), fonda colossi industriali e promuove l’industria automobilistica e dell’etanolo.
E quando, nel 1970, la nazionale di Pelé conquista la terza Coppa del Mondo, il motto del paese – riportato con cura sugli adesivi appiccicati sul lunotto posteriore delle auto – recita: «Brasil, ame-o ou deixe-o». Amalo o lascialo: se non ti suona come una minaccia, non so cosa dirti.

Alla base del boom economico c’è la “teoria della torta” di Delfim Netto. È semplice: se la torta non è grande abbastanza, la divisione del dolce produce ben misere fette, incapaci di soddisfare chiunque. La torta economica, prima di essere distribuita in maniera uniforme tra tutti i partecipanti al Miracolo, deve diventare abbastanza grande. Fino a quel momento, la ricchezza resta purtroppo concentrata nelle mani di quei pochissimi che finanziano e difendono la crescita. E lo fanno con il terrore. Le prassi di governo sono: una censura feroce, capace di soffocare stampa e cultura, una repressione poliziesca intenta a smantellare i sindacati, e, un po’ dappertutto, omicidi e sparizioni degli oppositori.
Tutto meraviglioso. Almeno fino al 1973, quando la prima grande crisi petrolifera mondiale mostra i trucchi da baraccone alla base dell’incantesimo. Per portare avanti il Miracolo, bisogna chiedere prestiti agli altri paesi. Con la seconda crisi energetica, quella del 1979, il Brasile si ritrova in mutande, con il debito estero più alto del mondo e, da lì, precipita in un decennio di recessione, disuguaglianza sociale esasperata e iperinflazione, lasciando dietro di sé macerie economiche e le cicatrici indelebili della violenza di Stato.

Chico Buarque comincia a imporsi nella scena musicale brasiliana nella prima metà degli anni Sessanta. Il suo primo successo arriva nel 1966. Sono anni in cui la bossa nova sta trasformando i ritmi del samba, innervandoli di free jazz. Buarque aderisce alla tendenza con successo e ne guadagna giudizi feroci da parte di Caetano Veloso e Gilberto Gil, di un paio di anni più grandi: considerano lo stile musicale dei suoi primi dischi decisamente conservatore. Quando, nel 1968, esegue dal vivo Roda Vida (tradotta in italiano come Rotativa e cantata meravigliosamente da Mia Martini in quel gioiello intitolato Miei compagni di viaggio), non sfugge alle attenzioni della censura della junta e, per evitare il carcere, all’inizio dell’anno dopo, si sposta in Italia per quattordici mesi.
Qui registra e pubblica tre dischi belli e importanti: con due di questi fa conoscere le sue canzoni in traduzione italiana – Chico Buarque na Itália (1969) e Per un pugno di samba (1970) – e, con il terzo, Chico Buarque de Hollanda N°4 (1970), riprende la numerazione dal precedente disco in portoghese, a dire che la sua produzione ufficiale deve coincidere con le parole che dice nella sua lingua.
Nel 1971, Chico Buarque torna in Brasile. Non sono in grado di dire con che stato d’animo, ma è chiaro che non vuole scendere a compromessi. Pubblica il disco Construção, dieci canzoni che si esauriscono in meno di trentacinque minuti. Quasi tutti i brani si risolvono in poco più o poco meno di tre minuti, c’è perfino una versione in portoghese di 4/3/1943 di Lucio Dalla e Paola Pallottino.
A chiudere il lato A del vinile, c’è una canzone che dura il doppio di tutte le altre: è quella che dà il titolo al disco.
Il Brasile della junta e del Miracolo è costellato di cantieri. Palazzi monumentali sorgono ovunque a rivaleggiare con il cielo. Per costruire un futuro in cui la disparità sociale sia ben evidente, bisogna distinguere bene ciò che è in alto da ciò che è in basso: Metropolis ce lo ha mostrato senza timore.
Construção, quarta traccia del lato A del vinile, è un’opera epica e ipnotica. La puntina gira nel solco e noi ci facciamo cullare da quei ritmi. La cronaca della vita (e della morte) di un operaio che monta sull’impalcatura e costruisce il futuro del Brasile. Un operaio, un pezzo di ricambio, carne da Miracolo. Materia trasformabile in Capitale. Lo chiarisce molto bene, con una frase sibilata con accento porteño, il fumettista argentino José Muñoz: «In fondo cos’è il denaro? Il denaro è il sangre dei nostri ancestri trasformato in denaro!»
Quel sangre operaio appartiene a tutti i brasiliani che hanno abbandonato i campi per rovesciarsi nelle città e lavorare con retribuzioni che non garantiscono la soddisfazione di un nuovo sistema dei bisogni. E, allora, bisogna lavorare di più, per più ore, più in fretta, con meno sicurezza. E gli incidenti sul lavoro diventano voci di cronaca di appena due righe. Una lista quotidiana di morti capace solo di disturbare il traffico, di disturbare il sabato.
Questa mattanza, però, ci dice Chico Buarque, non deve toglierci la poesia. La musica e le parole, in quel connubio commerciale di senso e metrica, di danza distratta e lalalà canticchiati mentre si cammina, ci illuminano la vita. La critica allo stato mossa dalla canzone non è frontale, non c’è una denuncia diretta alla porcilaia militare che sta stritolando le carni del popolo, ci sono solo gli effetti. E la dolcezza di quelle parole è commovente.
L’operaio fa l’amore con la moglie, poi la bacia, bacia anche i figli e si reca al cantiere controvoglia. Sale su quella costruzione mostruosa, sull’impalcatura inizia a lavorare, con gli occhi impastati di cemento e lacrime. Si ferma per pranzo e quella pausa sembra un sabato, la pausa di un dio che crea la vita, e mangia la pasta scotta che si è portato e beve, forse un po’ troppo, e ricomincia a lavorare e cade. Si schianta sulla strada e lì agonizza e muore, recando disturbo ai suoi concittadini.
La storia viene raccontata tre volte, quasi fosse un passaparola in una città rumorosa e spaventata. E ogni volta cambia un po’, si trasforma. Si spostano parole, soprattutto gli aggettivi, e quel racconto diventa ambiguo al punto di arrivare a raccontare la vita di ognuno di noi. E a ogni racconto, lo stato allucinatorio dell’operaio diventa sempre più evidente. L’alienazione del lavoro al servizio di qualcosa di mostruoso e incomprensibile che combatte contro la libertà e la vita. E da quel canto, alla fine, non possono che sgorgare lacrime di rabbia.
L’arrangiamento sinfonico, ideato dal maestro Rogério Duprat, innesta l’eco roboante della metropoli in crescita in quel ritmo samba. Gli strumenti sembrano fare il verso al rumore della strada, al brusio della gente che passa, ai cantieri, ai clacson, al volo di passero o di pacco flaccido di un muratore che si schianta sull’asfalto.
Non si può dire, ché sennò sembra che stai sottovalutando i nemici, ma i fascisti – oltre che disumani e ignoranti – non sono mai troppo intelligenti. La censura del regime brasiliano, all’uscita di Construção non capisce la carica eversiva della canzone. La lascia passare con relativa indifferenza. Come a dire che una canzone non può cambiare le idee di nessuno.
Dannazione! Come al solito mi lascio prendere da una visione ideale… A ben vedere, se mi guardo intorno, forse i fascisti sono meno stupidi di quanto amo credere.

Scrive e parla, da almeno un quarto di secolo e quasi mai a sproposito, di fumetto e illustrazione . Ha imparato a districarsi nella vita, a colpi di karate, crescendo al Lazzaretto di Senago. Nonostante non viva più al Lazzaretto ha mantenuto il pessimo carattere e frequenta ancora gente poco raccomandabile, tipo Boris, con il quale, dopo una serata di quelle che non ti ricordi come sono cominciate, ha deciso di prendersi cura di (Quasi).