“Vivere, per definizione, non lo si impara nè lo si insegna. Non da sé, dalla vita e attraverso la vita. Solamente dall’altro e attraverso la morte.”
Jacques Derrida, Spettri di Marx, Raffaello Cortina Editore, 2025, trad. di Gaetano Chiaruzzi
Hai presente Ernie Souchak? Il giornalista del “Sun Times” di Chicago interpretato da John Belushi nel divertente film scritto da Lawrence Kasdan e diretto da Michel Apted intitolato Continental Divide (titolo stupidamente tradotto in italiano con Chiamami Aquila)? Ecco. Evidenziate tutte le ineludibili differenze, anche io come lui non sono in grado di vivere lontano dal casino e dall’asfalto della città. Però, sempre come lui, a intervalli irregolari e per questioni, diciamo, sentimentali, mi tocca immergermi nel silenzio e nella natura della montagna.
È per questo che, nei primi giorni di agosto, mi trovavo da qualche parte sulle alpi svizzere, tra Pontresina e St. Moritz. Quando sei là, tra laghetti, sentieri, sassi e ghiacciai (che si sciolgono per il surriscaldamento globale) la connessione del tuo smartphone è molto ballerina. Assente per lunghi tratti. Sai, sono un flaneur allenato in città di saliscendi come Genova, Marsiglia e Barcellona, se ho le scarpe buone e i dislivelli sono alla portata del mio fiato, tengo botta anche in montagna. Con lentezza ma senza esitazioni. Quindi, data l’assenza di campo, il 6 agosto apprendo della morte di Francesco Guccini solo nel tardo pomeriggio quando, dopo un lungo giro attorno al Lago Bianco, mi fermo al bancone del rifugio per ristorarmi con un calice di pinot nero dei Grigioni e il mio cellulare si aggancia al wi-fi.

La prima cosa che vedo è un disegno di Claudio Calia in cui c’è Guccini che suona la chitarra e poi la citazione di un verso di L’avvelenata e l’affermazione (di Claudio) che quello è stato il primo “vero” concerto della sua vita. Sono sorpreso, nonostante tutto il tempo da cui lo conosco, mai avrei inserito Guccini tra i gusti musicali di Claudio. Ma perché, mi chiedo, questo disegno? Sarà mica morto? Istantaneamente, da altri canali, me ne arriva la conferma.
È strano, sono trent’anni esatti (da D’amore di morte e di altre sciocchezze – di cui salvo solo Lettera – per quanto riguarda la produzione discografica e da La legge del bar e altre comiche per quella editoriale – da cui escludo solo l’aggiunta alla prefazione a Incubi di provincia di Bonvi per l’edizione 2020 di Rizzoli Lizard) che di lui non me ne frega più niente e che evito di incappare nelle sue interviste o nelle sue dichiarazioni per evitarmi l’imbarazzo, eppure la notizia mi arriva addosso come la locomotiva dei fratelli Lumière al suo ingresso alla stazione di La Ciotat. È solo un’ombra, non mi fa male. Ma mi sconcerta. E mi attacca un’inquietudine che fatico a gestire. Mi sento improvvisamente fuori luogo, lì tra le montagne, e non mi è chiaro il perché. So però che c’entra il fatto che Guccini non c’è più. Devo andarmene da lì, mi serve vagare per le strade di una città, di quelle vere. Non dico una metropoli cosmopolita, non dico Bisanzio, ma qualcosa che almeno le si avvicini: un posto dove l’unico odore non sia quello della Bündner Gerstensuppe e gli unici suoni quelli dei Ländler. Il più vicino è Zurigo.
Il 22 settembre dell’anno scorso il Beaubourg è stato chiuso per lavori di ristrutturazione (partiti nell’aprile di quest’anno – tanto ci è voluto per mettere in sicurezza le opere) necessari soprattutto a bonificarlo di tutto l’amianto utilizzato per la realizzazione delle facciate, e lo resterà fino al 2030.
La prestigiosa Éditions Stock… prestigio un po’ millantato, perché per ricollegare questo sottomarchio del gruppo Hachette a quella casa editrice (Au Temple du goût) diretta da Nicolas-Bonaventure Duchesne che nel 18° Secolo pubblicava Voltaire e Rousseau ci vuole almeno un paio di salti mortali argomentativi e una sfacciataggine di cui non credevo capaci nemmeno i francesi… comunque, dicevo: quella casa editrice lì, pubblica una collana che personalmente trovo di una stucchevolezza mortale. Si intitola Ma nuit au musée e propone i testi di quel tipo di scrittrici e scrittori che noi che leggiamo romanzetti di fantascienza e fumetti, sentiamo nominare solo quando vincono il Nobel, ma che sicuramente piacciono alle lettrici e ai lettori di roba alla Emmanuel Carrère. Gli viene chiesto di trascorrere una notte in un museo a loro scelta e poi di raccontarla, e queste scrittrici e scrittori di qualità mettono in culo una all’altra, suggestioni, ricordi, aneddoti, riflessioni filosofiche (pìù pseudo che altro, ma alle lettrici e ai lettori medi di buona letteratura piace proprio così… forse perché mica se ne accorgono) che il museo scelto per passarci la notte gli ha suscitato. Il tutto cucinato con grandi aromi di letterarietà.
Fino a questo agosto di tutti i 28 titoli della collana me ne era interessato solo uno: Nu avec Picasso, quello in cui Bilal si mette a nudo, raccontando la sua notte trascorsa al Musée Picasso di Parigi. Da agosto se ne è aggiunto un altro.
Non ricordo esattamente che giorno fosse, ma non è una cosa rilevante. Diciamo che era più o meno metà agosto. Sto bevendo la mia prima birra pomeridiana seduto al Café Zähringer nella omonima piazza zurighese e leggo distrattamente sul mio smartphone uno dei troppi articoli pieni di banalità e luoghi comuni di una qualche gazzettiera o gazzettiere su Guccini. Data la stolidità dello scritto, mi distraggo e la mia attenzione viene richiamata da un post del Cartoonmuseum di Basilea che sponsorizza la loro mostra su Emil Ferris. Basilea è abbastanza vicina, non è incasinata come Zurigo ma è bella frizzante, sono tanti anni che non ci passo. Considerando che ho ancora due settimane di domeniche da trascorrere, decido che ci vado.

Della bellissima mostra di Ferris, ti dico un’altra volta, forse. Quello che è rilevante qui è che a due passi dal museo dei fumetti c’è il Kunstmuseum Gegenwart dove vado a vedermi la mostra dedicata a Marc Bauer (magari poi ti dico anche di questa), ed è nel suo bookstore (nelle librerie di Basilea non è raro trovare anche libri in francese, la libreria di fumetti che trovi sotto alla fontana di Thinguely, per esempio, ha un vasto assortimento di BD) che incappo nell’altro volume della collana Ma nuit au musée per il quale, secondo me, vale spendere del tempo in lettura: Un diamant dans les gravats di Luz. Appena vedo il nome di Luz in copertina, me lo prendo, mi siedo al bistrot nel bellissimo cortile del museo, mi ordino un ibiscus tea freddo e un gin doppio a parte e trascorro il pomeriggio a leggerlo.

Il museo in cui Luz ha scelto di passare la sua notte è il Beaubourg chiuso per restauri. Il motivo è evidente e lo dichiara subito: «Dopo il crollo del 7 gennaio, mi sono trovato a scavare nel cumulo delle mie macerie mentali. Per anni mi sono seduto di fianco a questo mio “io” polverizzato, esaminandone ogni più piccolo frammento. Chiedendomi come ricostruire tutto. Non so come, alla fine, sia riuscito a rimettere insieme i miei pezzi, ma è sicuramnete grazie alla meticolosa osservazione della mia personalità sbriciolata se ci sono riuscito. Ho cominciato a diventare il disegnatore che conosci adesso, quando ho compreso che non ero un mucchio di rovine, ma un cantiere in ricostruzione. Quindi, il Beaubourg in ristrutturazione… va da sè.»
Accompagnato da Francine, responsabile per la sicurezza – i cantieri si sa, sono luoghi pericolosi – e messa a tacere la sindrome dell’impostore (sa di essere un disegnatore e non uno scrittore) Luz varca l’ingresso del quinto piano del più famoso del Beaubourg, e subito, l’aspetto dismesso delle sale – piene solo delle casse in cui sono state stoccate le opere – lo precipitano in un labirinto di nostalgia e malinconica provvisorietà abitato da fantasmi. Mica fantasmi dickensiani, per fortuna. Spettri derridiani semmai. Il primo è Gébé, e non a caso. Perché Gébé non è stato solo il primo a diventargli amico al suo arrivo a Parigi nel 1992 (allora era il direttore di “Charlie Hebdo”), ma soprattutto perché, morto di cancro nel 2004, Gébé è stato il primo amico di cui Luz ha dovuto elaborare il lutto.
«È stato il primo. Il primo per cui ho pianto e al cui ricordo ho brindato»
Da questo momento ogni oggetto del museo, dagli strumenti degli operai, ai sacchi di calce, agli ammassi di cavi elettrici, agli imballi delle opere, porta a un ricordo, a un amico, e a una domanda sul senso del proprio fare fumetti. Pagina dopo pagina, sala dopo sala, Luz incontra il proprio passato, i genitori, Cabu, Wolinski e soprattutto Charb e con loro discute del senso di continuare a vivere e a disegnare quando tutto intorno sembra essere caduto a pezzi. Mentre la notte trascorre con lentezza in Luz si fa strada una convinzione che dissolve l’angoscia proprio nel momento in cui “l’ora del lupo guaisce”. La sua vita non è un cumulo di rovine: è un lavoro in corso.
La ricostruzione non significa che tornerà quello di prima, probabilmente non avrà nemmeno fine. Dalla prima volta che subiamo un vero lutto la vita si trasforma in un cantiere, sempre più abitato, man mano che gli anni passano, da fantasmi. Con questo libro Luz chiude la trilogia aperta da Chatarsis e proseguita con Indélébiles, rassegnandosi al fatto che i fantasmi sono, appunto, indelebili, non possiamo rimuoverli. La serenità, l’elaborazione del lutto, sta nel trovare il modo per continuare a vivere in loro compagnia.
Quando chiudo il libro ho gli occhi lucidi e un groppo in gola e, cazzo!… i miei fantasmi sono tutti seduti al mio tavolo. Non so se, come Luz, sono pronto per conviverci. È tardo pomeriggio, mi alzo e mi infilo, seguito dai miei fantasmi, nel vitale brulichio di Basilea e li semino nella serata rumorosa e alcolica che scorre lungo il Reno.
Fine agosto. E fine del mio mese (circa) di domeniche. Svuoto il vecchio tascapane alla ricerca delle chiavi dell’ufficio (già, tocca tornare al lavoro) e nel mucchio di cianfrusaglie (quaderni, le mie stilografiche, l’agenda, libri letti a metà, noto con sorpresa uno spillato poco più grande di un A5. Ricordo. Me lo ha dato Roberto La Forgia questa primavera, durante uno di quei mercatoni di libri che chiamano fiere e io, stronzo come sempre, l’ho infilato nel tascapane e lì me lo sono dimenticato. Mi sento in colpa. Roberto è un amico e poi saranno massimo una ventina di pagine. Perché non l’ho letto quando me lo ha dato? Allora stappo una Nastro Azzurro e me lo leggo. Mentre lo leggo mi convinco che è giusto così, che io non lo abbia letto prima: perché era necessario che lo leggessi dopo quello di Luz.

La prima volta, così si intitola questo fumetto autoprodotto, racconta la personale elaborazione di Roberto del lutto per la perdita di un amico (Carlo Ambrosini). Dopo un tentativo di spavalda rimozione del dolore, scoppia la rabbia che trasforma Roberto, in seguito allo scontro con uno molto più grosso di lui, in un cumulo di ossa rotte. Dalla contemplazione della propria “ricostruzione” (il gesso per aggiustarti le ossa sono come le impalcature di un cantiere) Roberto matura l’accettazione della convivenza con l’ombra dell’amico.

Il 17 ottobre del 2025 ho perso un grande amico. Grande in tutti i sensi: dimensionali e affettivi, sodale di venticinque anni di scorribande e baldorie. Eravamo come Sal Paradise e Dean Moriarty, come Tom Sawyer e Huckleberry Finn, come Asterix e Obelix, come Bonvi e il robot Guccini di Storie dello spazio profondo. Non ci vedevamo da qualche anno (nessuna rottura, ma un lento e inesorabile allontanamento: tutto si consuma, anche le amicizie) se non per gli auguri di Natale e qualche altra occasione. Si era ammalato (cirrosi epatica) e non me lo ha detto. L’ho saputo solo dopo la sua morte. Non era la prima volta che perdevo un amico, ma quando è capitato prima è sempre stato per un incidente ineluttabile e soprattutto, improvviso. E la cosa mi ha fatto male, mi ha fatto incazzare. Sia il fatto che era stato ucciso da una fottuta malattia, sia il fatto che aveva voluto succedesse lontano dalla compassione di tutti, anche degli amici che più avrebbero potuto capire. Ero arrabbiato al punto che, come nel fumetto di Roberto, ho dovuto cercare sfogo nell’autodistruzione. Quando ci sono stato vicino, mi sono fermato – come Luz – a contemplare le rovine.

All’inizio degli anni Novanta (Spectres de Marx è del 1993) osservando le rovine del Socialismo Reale, Jacques Derrida formulava un concetto fondamentale che, buttando a cesso (decostruendo!) il concetto classico di ontologia, rivitalizzava la riflessione ideologica anticapitalista. Il pensiero di Marx è morto, il marxismo ha fallito, ci troviamo davanti alla necessità di elaborarne il lutto e possiamo farlo rinunciando all’idea che il pensiero di Marx sia realizzabile in un determinato luogo e in un determinato tempo. La sua forza è nella latenza, nell’essere, fin dalla sua prima enunciazione, uno spettro. Una eterna possibilità (come l’ombra di Ambrosini per La Forgia). Il presente è abitato da questo spettro che non si può esorcizzare (è indelebile, come i fantasmi di Luz) e che apre crepe (possibilità) continue tra il presente, il passato e il futuro. A questa situazione esistenziale Derrida dà il nome di hantologie, termine che fonde il concetto di hantise (un’ossessione che i francesi usano anche per significare un’infestazione spettrale) e ontologie (lo studio dell’essere). La cosa divertente che da un senso indistricabile dalla vita all’idea derridiana è che in francese ontologie e hantologie si pronunciano nella stessa maniera. La loro differenza di significato è evidente solo attraverso la scrittura (non è un caso che uno dei libri più belli e fecondi di Derrida è La scrittura e la differenza del 1967).
Dieci anni dopo, quel mezzo cialtrone di Mark Fisher (e soprattutto il suo banalizzatore – a banalizzare la banalità ci vuole talento- quel cialtrone intero di Simon Reynolds, non a caso entrambi pubblicati in Italia da Minimum Fax) traduce hantologie in inglese: hauntology. Ma non si limita a tradurre il termine, da al suo significato una nuova accezione (e questa per me è l’idea più originale e meritevole di Fisher): non sono solo le idee ad abitare come spettri (cioè realtà che non sono né presenti, né assenti ma che concorrono a formare il tempo attuale) il nostro tempo, lo sono anche gli oggetti culturali. Da questa spettralità della cultura nasce il nostro sentimento di nostalgia (che Reynolds ribattezza retromania e ci fa su la propria fortuna critica).
Mentre finisco di leggere lo spillatino di Roberto, mi coglie l’illuminazione. Ecco cos’era quell’inquietudine che mi ha assalito alla notizia della morte di Guccini: nostalgia per una parte di me che con la sua morte è diventata spettrale.

Non ho mai conosciuto l’uomo (e mai mi è importato di conoscerlo), ma per quindici anni esatti – dal 1981 quando mio zio mi fece ascoltare Album Concerto e soprattutto Via Paolo Fabbri 43 fino al 1996 – la sua opera è stata parte essenziale (direi ontologica, il modo in cui ho imparato a sapere le cose me lo hanno insegnato quei sette dischi) del mio essere e del mio divenire. Opera che, specularmente, è racchiusa in quindici anni esatti (appunto: quei 7 dischi capolavoro che vanno dal 1972 di Radici al 1987 di Signora Bovary). Io ero/sono/sarò tutte quelle canzoni come sono stato/sono e sarò pochissime altre cose. La morte di Guccini ha fatto franare un muro maestro del mio essere. Per questo ero dovuto scappare in città, perché in montagna il tempo è solo un eterno noioso presente in cui la grandezza della natura sopraffà le sovrastrutture culturali della nostra individualità. La città invece, anche se qualche stolto la reputa massificante, le esalta. Adesso che la rabbia per la perdita di un amico e la malinconia per la perdita di una parte di me, si sono affievolite, torno – seduto al tavolino di un bar milanese – a contemplare le mie rovine e i fantasmi che le abitano. Non sento più il bisogno di fuggirle, ma non sento nemmeno il bisogno di ricostruirle. Voglio abitare quelle rovine come abito la mia città, voglio dividere il mio affetto tra i miei fantasmi e tutti quelli che ancora mi sono presenti e a cui sono presente. La mia vita è questo cumulo di detriti che ci ha messo sessant’anni a formarsi. La mia vita è questo simposio con i miei fantasmi. Loro sono morti, forse. E io, forse, sono vivo. Almeno, fino alla prossima volta.
Non fa un cazzo da anni, ma è invecchiato lo stesso. Vive a Milano, e non potrebbe farlo in nessun’altra città italiana. Legge e parla di fumetti dal 1972 (anno in cui ancora non sapeva leggere). Ha una cattiva reputazione, ma non per merito suo. Ama e praticava la boxe, poi si è rotto. Beve tanto in compagnia di gente poco raccomandabile, tipo Paolo con il quale – per colpa di una di quelle bevute – si è ritrovato a curare QUASI.