
Il 4 settembre, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha riconosciuto la minimizzazione simbolica dell’Africa nelle rappresentazioni cartografiche come uno degli obiettivi attraverso cui raggiungere, entro il 2030, uno sviluppo sostenibile. Nel documento intitolato Correct the Map: Rebalancing global cartographic representation and promoting equitable representation of the world’s regions, particularly Africa, si evidenzia come le mappe giochino un ruolo fondamentale nella percezione e nell’immaginazione, e come la proiezione di Mercatore, elaborata nel XVI secolo a fini nautici, abbia contribuito alla subordinazione dell’Africa, dell’America Latina e del Sud Asia. A favore di un punto di vista bilanciato, per una giustizia cognitiva e una memoria riparatoria nella ricostruzione storica e scientifica, si incoraggia a usare mappe, come la Equal Earth, che mantengano i rapporti tra le superfici: 164 favorevoli, 6 astenuti (Estonia, Georgia, Lituania, Repubblica di Moldova, Serbia, Ucraina), 1 contrario (Stati Uniti).
Il presidente del Togo sottolinea che una rappresentazione equa non modifica la geografia, ma il modo in cui vediamo il mondo: un punto di vista più aderente alla realtà, sostiene, può favorire comprensione, rispetto e pace tra le nazioni. Al contrario, per gli Stati Uniti il discorso è banale, ideologico e ridicolizza l’istituzione, mentre gli ucraini contestano il modo con cui sono rappresentati i territori occupati dalla Federazione Russa.
Le mappe sono la forma più antica di osservazione dall’alto. Nate come semplici strumenti per delimitare proprietà o tracciare itinerari, si sono evolute fino a diventare le carte scientifiche e digitali che utilizziamo oggi. L’invenzione della stampa e le grandi esplorazioni hanno favorito notevolmente il loro sviluppo, ma la vera svolta avvenne con le innovazioni scientifiche del XVII secolo.
Già dalle campagne napoleoniche i conflitti si svolgevano su territori così estesi e complessi da non poter essere colti da un unico punto di vista. Le mappe divennero perciò essenziali per immaginare il campo di battaglia dall’alto.
Il 1743 segnò l’ultima volta in cui un sovrano, Giorgio II, combatté di persona; da quel momento il potere politico si è gradualmente allontanato dal campo di battaglia, sostituendo la presenza diretta con un coordinamento remoto delle operazioni. Nella Seconda guerra mondiale le sale di comando non erano più necessariamente collocate in prossimità del fronte, ma situate nelle città, in grandi spazi simili a sale-spettacolo, come la War Room del film Il dottor Stranamore.
Nel 1858, Gaspard-Félix Tournachon, noto come Nadar, realizzò le prime fotografie dall’alto della storia a bordo di Le Géant, un enorme pallone aerostatico che sorvolava Parigi. Nel 1903, grazie all’invenzione dell’aereo dei fratelli Wright, divenne possibile ottenere immagini più stabili e mirate. Paul Virilio lo definì un “osservatorio volante”, un dispositivo ottico prima ancora che un mezzo di trasporto, che rendeva tangibile ciò che prima era solo immaginato: la mappatura fedele dei campi di battaglia.
Fu a causa della vista aerea che il 14 ottobre 1962, un U-2 statunitense in missione di ricognizione su Cuba, fotografò impianti missilistici in costruzione fornendo la prova che portò Stati Uniti e Unione Sovietica sull’orlo di un conflitto nucleare.
«La Terra è blu […] Che meraviglia. È incredibile»: l’era spaziale è stata aperta nel 1961 dal cosmonauta sovietico Jurij Gagarin che, da una prospettiva senza precedenti, descrisse il nostro pianeta in questo modo. Undici anni dopo, dalla navicella Apollo 17, venne immortalata una delle immagini più celebri della storia: The Blue Marble. Con La Biglia Blu l’umanità poteva osservare la Terra dalla posizione di un dio. Questo scatto, che rappresentava il pianeta come un luogo unico e condiviso, negli anni Settanta divenne il simbolo che ispirò visioni utopiche di unità globale. Nel 2012 la NASA ne pubblicò una nuova versione centrata sul Nord America (a differenza dell’originale del 1972 centrata sull’Africa). Fu realizzata con la stessa tecnica utilizzata da Google Earth: un’immagine composta, filtrata e algoritmica.
La visione dall’aereo fu progressivamente rimpiazzata da quella filtrata attraverso lo schermo. Oggi la cartografia si basa sulle tecnologie avanzate – fotografia aerea, satelliti e GPS – che permettono di osservare e rappresentare il mondo con una precisione senza precedenti. Ciò che appare sul display non è più ciò che vediamo, ma quello che un algoritmo decide di mostrarci. Google Earth riproduce una vista che nessun occhio umano potrebbe mai avere. Usando fotografie indessicali create a partire da dati e fonti differenti, produce l’illusione di continuità. Adoperando un enorme database, grazie alla tecnica del tiled rendering, o stitching, combina più immagini in una panoramica.
In questo momento storico circolano numerose riprese non ufficiali dei conflitti in corso. Alcune diventano virali, altre vengono rilanciate dai media tradizionali. Quasi mai si tratta di fotografie realizzate da giornalisti. Spesso sono contenuti provenienti dai dispositivi stessi con cui la guerra viene combattuta. Grazie alle telecamere montate sui droni possiamo guardare ciò che vedono i soldati, adottando la prospettiva della macchina. Si assiste a un vero e proprio videogioco: spesso i droni sono pilotati con joystick e le missioni sono gamificate. Gli operatori ucraini, ad esempio, ricevono un punteggio (e-point) per ogni bersaglio colpito: sei punti per un soldato ferito, centoventi per uno catturato vivo. I crediti accumulati possono essere spesi, previa autenticazione della documentazione che attesti le azioni e i morti, in un negozio online, Brave1 Market, l’Amazon dei militari, per acquistare equipaggiamento, assicurando così che le risorse finiscano nelle mani delle squadre migliori.
Mirare implica una geometrizzazione della vista, seguendo quella che un tempo veniva chiamata “linea di fede”, un asse immaginario che collega occhio, strumento e bersaglio. Per Mirzoeff il campo visivo non è intuitivo: utilizzandola, impariamo a vedere come una macchina fotografica, così come un pilota familiarizza con la visualizzazione del mirino sul display. Come le prime volte che ci si cimenta con un videogioco perdendo la vita più volte prima di padroneggiare l’ambiente.
La peculiarità delle città contemporanee è la tendenza a somigliarsi (grattacieli, negozi di grandi multinazionali, traffico e smog): attraverso la riqualificazione, giustificata dall’esigenza di decoro e rigenerazione urbana, si avvia un processo che spesso si conclude nella gentrificazione, ovvero l’allontanamento dei residenti storici a favore di abitanti privi di interesse per il tessuto locale se non in chiave instagrammabile. Da un lato si costruiscono torri di vetro che consentono di osservare lo spazio urbano dall’alto, senza essere a propria volta visti; dall’altro, nei quartieri popolari, si ergono gli “handshake blocks” (palazzi così vicini da permettere di toccarsi dalle finestre), dove la vista si scontra soltanto con il loop monotono di facciate identiche.