L’Asso di Picche: un fantasma tra altri fantasmi

Paolo Valeri | Antropocomics |

Ieri parlavamo di fantasmi come presenze generate da una violenza irrisolta, adesso entriamo nelle pieghe delle pagine dei primi albi dell’Asso di Picche, creatura di un giovanissimo Hugo Pratt, che ha visto la luce nell’immediato dopoguerra.

La prima presenza in cui incappiamo in queste storie ha a che fare con la questione di genere. Non fraintendetemi, queste sono tutt’altro che narrazioni in anticipo sui loro tempi, anzi. Come nei migliori fumetti di supereroi il tropo dell’amicizia virile al limite dell’omoerotismo è rispettato tanto quanto la divisione manichea dei personaggi femminili; fanciulle da salvare oppure femme fatale.

Ma è importante osservare gli scarti, le variazioni. Per quanto riguarda l’amicizia virile è uno scarto per eccesso. Il rapporto tra Gary Peters, l’identità segreta dell’Asso di Picche, e il suo sodale, il principe cinese Wang, risulta fin troppo esplicito. Sono due uomini adulti, entrambi con interessi amorosi dubbi: le donne che frequentano sono più utili al loro narcisismo di quanto non rappresentino dei veri e propri rapporti affettivi, stanno lì per mettere in mostra la bravura e il coraggio degli eroi maschi. D’accordo, sono storie scritte da ragazzi e rivolte a lettori ancora più giovani, ma Deanna è quasi un peso per Gary: lei stessa è più affascinata dall’Asso di Picche che dalla sua controparte senza maschera. Inoltre Gary e Wang vivono nella stessa casa, così l’Asso saluta la sua donna e torna a casa dal compagno. I due sono disegnati in atteggiamenti di completa condivisione domestica, uno fa il bagno mentre l’altro gira in vestaglia. Addirittura, in una delle avventure successive, Pratt li disegnerà mentre fanno la doccia assieme. Insomma, è difficile non pensare a qualcosa di più che un’amicizia.

D’altro canto i ruoli femminili, senza sfondare alcuno stereotipo, hanno però dei guizzi inaspettati. Shirley, la sorella minore di Deanna, si presenta come una ragazzina intraprendente, furba e indipendente. È una ragazzina, una giovane: appartiene alla generazione degli autori e infatti se nel proseguo della storia viene messa in ombra è solo per far crescere il personaggio di James che funge da loro alter ego. Entrambi però vengono presentati come coetanei coinvolti in un qualche tipo di relazione e sarà a causa del loro rapporto che l’intraprendenza di Shirley si annacqua in favore di quella di James: inconsapevolmente il racconto mette in scena la castrazione femminile nella società patriarcale.

Ma c’è di più, la Gran Pantera, figura apicale dell’organizzazione criminale, una volta tolta la maschera si rivela essere una donna: Mou-Lan, la cugina di Wang. Questo gender bender ante litteram, il presentare un nemico potente, virile e minaccioso e poi svelarne l’identità femminile, è uno stratagemma che Ongaro riproporrà al contrario anche in avventure successive dell’Asso di Picche. Qui sarà una donna che usa violenza su un’altra donna a rivelarsi in realtà un uomo. Al di là delle intenzioni consce o inconsce degli autori, quello che mi sembra importante sottolineare è come queste avventure tematizzino in qualche modo lo schematismo di genere imperante nella società che abitano. Non solo, attraverso meccanismi narrativi propri delle avventure supereroistiche, quali sono le inversioni di ruolo, riescono a suggerirne limiti e problematiche. Letteralmente, sotto la maschera scopriamo la fluidità di genere.

La seconda presenza, il secondo fantasma che si muove in queste tavole, è quello dello sviluppo energetico e industriale. La politologa Cara Dagett usa il termine petro-mascolinità per definire i legami che l’immaginario reso possibile dalle fonti fossili ha avuto sull’idea del maschile: al centro di questa riflessione c’è la fascinazione per l’automobile. Un ammaliamento che torna in maniera lampante in questo ciclo di avventure dell’Asso di Picche, dove l’automobile acquisisce un ruolo centrale in alcune sequenze come simbolo della potenza tecnica e della capacità virile. Ma nel 1946 le automobili sono ancora una chimera in Italia, l’intera industria automobilistica è allo stremo e anche se risorgerà a breve attraverso la Giardinetta – un mezzo realizzato con intelaiature in legno proprio perché non c’erano più le scocche in lamiera – l’auto è ancora un bene di lusso.

È un altro il riferimento che in queste storie apre ad una riflessione sul rapporto tra energia, natura e sviluppo industriale, e ha a che fare proprio con il nostro contesto nazionale: il nostro paese, povero di carbone, è da sempre ricco di bacini idrici. Infatti il finale della storia vede al centro proprio una centrale idroelettrica, base di un gruppo di ribelli, e la distruzione della relativa diga.

La prima centrale idroelettrica italiana è del 1886, il nostro paese ha una storia di sfruttamento delle acque che è già vecchia quanto il gruppo di autori veneziani dà vita all’Asso di Picche. Ma tra gli anni Quaranta e Cinquanta la SADE (Società Adriatica di Elettricità) intensifica la costruzione di grandi impianti, sfruttando le risorse idriche del Piave, del Boite e del Vajont per alimentare le industrie di Porto Marghera. La Centrale di Soverzene, nelle dolomiti alle spalle di Venezia, realizzata dalla SADE su progetto del 1939, fu la più grande centrale d’Europa all’epoca della sua costruzione: l’Italia era l’avanguardia mondiale nella costruzione di impianti idroelettrici.

Questa rincorsa ad imbrigliare l’acqua per trasformarla in energia entra prepotentemente nelle dinamiche della battaglia finale tra il gruppo che si raccoglie attorno all’Asso di Picche e gli accoliti della Pantera. Manomettere la centrale significa un vantaggio tattico e alla fine il gesto estremo della Gran Pantera, la perfida Mou-Lan sotto mentite spoglie, sarà proprio quello di liberare l’acqua: far saltare la diga per sommergere la Città Proibita ora che non è più sotto il suo controllo. Grazie all’Asso i ribelli si salveranno fuggendo sulle colline ma nondimeno quest’ambientazione trattiene e restituisce la forza e la soggezione per un elemento naturale che in quegli anni viene disincantato ed espropriato a beneficio della produzione industriale. Una produzione che racconta altre storie, narrazioni che parlano di progresso e di una salvezza tecnologica ma che, alla prova del tempo, si riveleranno poco in grado di mantenere un equilibrio tra le esigenze umane e ciò che umano non è.

Mi rendo conto che non abbiamo ancora toccato il proverbiale elefante nella stanza, il fantasma che aleggia nelle prime tavole dell’Asso di Picche in maniera preponderante, ma oggi non ne abbiamo più il tempo per cui: a domani!

Ti è piaciuto? Condividi questo articolo con qualcun* a cui vuoi bene:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

(Quasi)