I supereroi americani hanno il proprio simbolo stampato ben visibile al centro del petto. Invece l’Asso di Picche, il primo supereroe italiano disegnato da un Hugo Pratt meno che ventenne, ha l’iconica picca un poco discosta. A volte compare sul cuore, altre volte è disegnata sulla destra ma più che un’affermazione d’identità sembra un gagliardetto. Anche in questo scarto c’è l’essenza del primo adattamento italiano della figura del supereroe. Per quanto il personaggio dell’Asso sia centrale, sia a livello di trama che di importanza, la narrazione si affastella presto di molti comprimari. L’eroe diventa il perno di un movimento più ampio, ne rimane il risolutore ma è chiamato a far convergere e collaborare i soggetti che gli gravitano attorno.
Abbiamo visto quanto la giovane età dei suoi autori sia stata essenziale nella costruzione di questo personaggio e abbiamo passato in rassegna alcuni “fantasmi” nascosti nella narrazione. Eppure fino a ora abbiamo taciuto riguardo all’aspetto più lampante di questo primo ciclo di storie dell’Asso di Picche: gli autori stanno raccontando qualcosa che li ha attraversati e grava ancora sulle loro esperienze di vita. Sono costretti a confrontarsi col fascismo e la Resistenza e su questo Ongaro e Pratt non potrebbero avere retroterra più diversi. Eppure sono entrambi ragazzi che stanno uscendo da una pagina di storia violentissima, non solo in senso fisico ma anche ideologico e morale, e in qualche modo la raccontano.

È impossibile comprendere la grandezza di questo ciclo di storie se ne ignoriamo il substrato storico che continuamente si affaccia al pelo della narrazione. Il rapporto tra l’Asso di Picche e le forze dell’ordine è un cliché supereroistico al cento per cento, qui però è spinto al parossismo. I poliziotti di San Francisco sono più ossessionati e più incompetenti rispetto a quelli che si vedono nelle storie di Batman, e potrebbero corrispondere in maniera variabile alle grottesche caricature dei tutori d’ordine attivi negli ultimi giorni della Repubblica Sociale, oppure alla polizia italiana riorganizzata nell’immediato dopoguerra, in cui si ritrovavano i medesimi servitori del regime appena caduto.
Ma il parallelo più esplicito arriva col cambio di ambientazione, quando la storia si sposta in Oriente. È un oriente esotico, di stampo salgariano e proprio per questo familiare al pubblico italiano. Ongaro, Pratt e Faustinelli spostano l’azione su un terreno più tradizionale e più domestico: insomma, parlano di casa nostra. La Città Proibita è il regno dell’organizzazione criminale delle Pantere – rigorosamente nere – una specie di stato nello stato a cui gli autori contrappongono un gruppo di «ribelli della montagna». Alla ribellione aderisce un gruppo della polizia segreta cinese: è capitanato da Bogart ma sembra molto di più un’organizzazione clandestina che un corpo scelto, le sue fila si ingrossano di gente “che ha provato le torture della Pantera” ed è ansiosa di rendere il colpo. Difficile non vedere in controluce le efferatezze degli ultimi giorni di Salò da un lato, e dall’altro la guerriglia partigiana. Tanto più che alla resa dei conti, dopo aver insistito nel definire i ribelli «uomini liberi», il supporto aereo tarda ad arrivare e non si dimostrerà decisivo. A differenza del sacrificio del Capitano Bogart, questo sì, indispensabile alla vittoria. Alleati che arrivano in ritardo e in ogni caso non si dimostrano così decisivi sono un’ulteriore prova che la storia che stiamo leggendo racconta delle vicende reali e, nel 1946, ancora freschissime.
Lo spettro degli Americani è qualcosa che aleggia su tutta la storia, a partire dai tropi supereroistici, ma in quest’Italia appena liberata la Terra delle opportunità è descritta in maniera più caustica di quanto ci si aspetterebbe. Due esempi su tutti: ambientare la storia negli USA significa permettere ai personaggi di usare la minaccia della pena di morte per contestualizzare l’ambientazione americana; assistiamo agli orientali che apostrofano gli statunitensi con un: «Com’è che dite voi? Democratico?», a rimarcare l’appartenenza nazionalista del concetto di democrazia.

Il primo numero dell’Asso di Picche esce a dicembre del 1945, Uomini e no è uscito a giugno ma nel romanzo di Elio Vittorini la resistenza è una questione seria, di realismo. Allo stesso modo la coeva cultura cinematografica utilizzerà il neorealismo per raccontare il dopoguerra. Eppure il fatto che nelle strisce dell’Asso di Picche si usi la grammatica dei supereroi non cambia il fatto che l’oggetto profondo del racconto sia il medesimo: solo che non se n’è accorto nessuno. Perché? Perché era un racconto per ragazzini, qualcosa di poco serio. Avventuroso e irreale, appunto. Come ci dice lo stesso Pratt: «La parola avventura fu messa al bando. Non è mai stata ben vista, né dalla cultura cattolica, né da quella socialista. È un elemento perturbatore della famiglia e del lavoro, porta scompiglio e disordine».
Eppure attraverso l’avventura Pratt, Ongaro e Faustinelli possono raccontare qualcosa di più complesso, forse più incerto e meno a fuoco ma addirittura più significativo, almeno per le migliaia di lettori che si appassionano alle loro storie. Là dove la gravità del realismo fa sentire il suo peso, quel tipo di narrazione fatica a restituire le connessioni. I tre giovani autori veneziani invece possono iscrivere nello stesso scenario la presenza ingombrante di chi aveva militato nel vecchio regime e l’indicibile erotismo tra maschi, la forza primordiale delle acque e il disincanto compiuto su di loro in favore dell’esproprio industriale, la lotta di Liberazione e il legame tra energia, natura e sviluppo industriale, l’arbitrarietà della costruzione dei ruoli di genere e l’ambiguità dell’aiuto americano, la guerra civile, la castrazione femminile ad opera della società patriarcale e la voglia di rivalsa delle generazioni più giovani. Tutto disegnato in un fumetto d’avventura.

Attraverso il mito americano moderno, le storie di supereroi, l’Asso di Picche ci racconta la nostra mitopoiesi nazionale. Non parla dal centro della scena, ma da una posizione defilata, laterale, discosta come il simbolo che campeggia sul suo petto. Eppure attraverso le sue avventure ci racconta, ancora oggi, chi siamo, da dove veniamo, e cosa abbiamo fatto. Forse è arrivato il momento di ascoltarlo davvero. Forse i tempi sono maturi per iniziare a rendercene conto. Forse è ora di riconoscere che dietro la maschera dell’Asso di Picche, c’è la nostra storia.

è scrittore di mezza tacca, disegnatore a tempo perso e suonatore di citofoni (in cui fa le pernacchie prima di scappare) ma nella sua carriera vanta anche esperienze teatrali e cinematografiche poco riuscite, alcune brevi incursioni nel mimo e nel porno ne fanno un artista completo.
In preda ad una crisi di mezza età, senza i soldi per comprarsi la spider e troppo apatico per intraprendere la classica relazione con una ventenne, sceglie di prendersi una laurea in antropologia. Ma siccome a lezione si annoia infila le graphic novel dentro le sovracopertine dei libri di testo e alla fine, facendo confusione tra gli argomenti delle lezioni e quello che legge, inizia a scrivere cose strane che ancor più stranamente vengono pubblicate.