Amano Corpus Animae a cura di Fabio Viola per Lucca Comics & Games, Palazzo Braschi, Roma.
Non ho mai nascosto il fatto che, in materia di anime e manga, io navighi a vista.
Non è che mi fregi con boria di questa perla di insipienza, o, peggio, che intenda sbandierarla imponendo una postura precisa, eziandio volendo argomentare gerarchie di sorta. Al contrario, nutro troppo rispetto per chi ha dimestichezza con la matita per pensare di diffondere la mia opinione in merito a questioni che conosco con superficialità. Lo ammetto: qualcosina del fumetto occidentale, ovvìa, la mastico, perché, nel mio intimo, insieme a Chilly, c’è una stramaledetta nevrotica intrisa di eurocentrismo. Non voletemene. L’ho scoperto presto e non mi sono mai posta il problema di espandere i miei orizzonti, perché su certe cose scatto come un gatto, ma su altre ho il culo più pesante di un ailuropoda melanoleuca in piena metabolizzazione dopo l’abbuffata di bambù: al contrario, mi sono imposta di affinare gli strumenti di analisi, affilare i miei bisturi, fare la punta al caz… al codolo del mio privato trapano cerebrale (ebbene sono eurocentrica al punto da sciorinare con generosità gratuite analogie falliche), per capire meglio le forme di cultura che si emanano dalla società geograficamente più prossima a me; dalla parte del mondo in cui vivo, diciamo.

Sono una brutta persona, ne siamo già tutti al corrente.
Quando qualche incauta anima mi si accosta per sua sfortuna, mi chiede che lavoro faccio e io le dico «sì insomma insegno storia e teoria del fumetto all’università, vado un po’ dove mi chiamano, faccio ricerca in questo settore con magerrimi guadagni, collaboro coi festival, i musei, le accademie, le riviste, curo le mostre di fumetti, ma no, insomma, no, mi sono spiegata male, non sono una fumettista», tipicamente incontro la seguente risposta: «Ah! Ma allora ti piace […]» con al posto dei tre puntini il nome di un fondamentale esponente del manga che suona tipo l’archetipico Kimafuso Lamoto, ma ovviamente non è lui, e invece è qualcuno che con ogni probabilità dovrei conoscere, o almeno aver sentito nominare.
Al posto di un «Ah, ma certo! Il glande maestro del manga, l’ultimo vero senpai, l’autore di Stocatso no Sarcatso», anziché «qualcosa no qualche altra cosa», l@ interlocutor@ si trova restituito il mio sguardo vitreo, l’occhio spento e il viso di cemento, mentre, con ogni legittimità, subitaneamente rimugino, sperimentando ogni possibile sfumatura del senso di colpa, intorno al fatto che io sia di base un’ignorantona e che insomma, it’s a long way to the top, come si Suor Dire.
Per ragioni di cultura generale, per adiacenza alle mie turbe fumettistiche e in virtù di altre ovvie motivazioni che non starò qui a circostanziare, tuttavia, mi capitano, talvolta, per le mani, manga e mangaka. Quando ciò accade, tipicamente, la mia reazione è di stampo socratico: capisco di non capire, mi percepisco nei miei limiti, mi specchio nella mia finitudine, se vogliamo citare Cristiano Godano, così, tanto per conferire una lucidatina a questo testo che, ebbene sì, cari miei, si prospetta come l’ennesimo PIPPONE di cui intendo farvi gratissimo dono quest’oggi.
Queste sono le premesse, ora mi scrollo di dosso tutta la mia darsena di sovrastrutture e arrivo al dunque.

So letteralmente 2-3 cose di manga, ho letto le basi, per esempio Gen di Hiroshima di Keiji Nakazawa, Astro Boy di Osamu Tezuka, ovviamente ho sottomano l’immaginario di One Piece, so indicare un paio di peculiarità di Rumiko Takahashi, quando ho visto il reboot Netflix di Ranma ½ ho capito qualcosina dell’immensa operazione di riflessione metamediale che ne muove gli intenti. Ho annusato Berserk, Neon Genesis Evangelion, Studio Ghibli, situe alla portata di tutt@. Capitemi: quando l@ mi@ amichett@ si sparavano i Pokémon alle elementari e alle medie io bingiavo come pan di stelle i tomazzi tradotti di merda delle saghe fantasy. A ripensarci vomito. Il manga mi ha mancata, ho cercato di rimediare come ho potuto, ma ho troppe altre cose da leggere, soprattutto graphic novel che dovrò prima o poi votare – smettetela, festival, di chiamarmi a fare la giudice nelle giurie dei premi di fumetti. Non sono capace di indicare che cosa è meglio o peggio di qualcos’altro, per me dovrebbero vincere sempre tutt@ l@ partecipanti, per il semplice fatto che hanno scelto di fare i fumetti e non qualsiasi altra cosa potessero praticare nella vita. Comunque grazie dei fumetti gratis, quelli sono sempre apprezzati.
Sebbene io sia tabula rasa, mi sento in dovere di condividere qualche appunto in margine alla mostra di Yoshitaka Amano curata da Fabio Viola per conto di Lucca Comics & Games, attualmente visitabile a Palazzo Braschi a Roma. Com’è ovvio, questo non è in ogni modo uno spottone delle mostre di Lucca Comics che di certo non ha bisogno della mia validazione: e, mi preme anticiparlo, in genere non sono una persona tenera coi festival mainstream, ANZI. Vi dirò di più, avete ancora solo fino a metà ottobre per visitarla. Fate un favore ai vostri occhi, complicate il vostro immaginario, sbigottitevi del puro gusto del disegno, contemplate i risultati della dedizione al proprio talento compositivo. Andateci. Io ci vado gratis, quindi ho tutto da guadagnarci in questa catastrofica carriera da ultima ruota del carro delle università e dei fumetti, però anche i 13 euro del biglietto li vale (11 se siete docenti al liceo o all’università, FYI).

Ora vi dico perché.
Quando giuro che non so un cazzo di manga, non è una posa, ma la lampante constatazione del fatto che ho in mente soltanto alcuni principi cardine – quelli che puoi trovare spiegati, per esempio, da Scott McCloud – e che in realtà coincidono con capisaldi generali della storia dell’arte. La dialettica tra pieno e vuoto, innanzitutto: e la radicale differenza di gestione di questi due elementi tra tradizione orientale e tradizione occidentale.
Intuisco a naso che molta parte del manga riesce laddove il fumetto si trova nel suo terreno più impervio: restituire il vortice degli stati emotivi, il passaggio repentino dal tono solenne al comico, dal realismo alla caricatura, dall’epica alla slapstick. La plasticità, insomma.
Ho presente pure qualche frammento di micro-storia: gl@ autor@ giapponesi degli anni Settanta che, insofferenti al bombardamento disneyano previsto nel piano di americanizzazione culturale del Paese, rifiutano pedisseque riprese dal modello grafico degli occhioni da cerbiatto: un taglio “alla giapponese” dell’occhio contrapposto a quello di Bambi e Donald Duck che, secondo la vulgata, piacque invece a Tezuka e Miyazaki.

Yoshitaka Amano si colloca proprio in questo crocevia: un orientale che prova una fascinazione piena di stupore verso ogni forma visiva dell’occidente, e che la armonizza alla propria formazione, ottenendo come risultato una reazione chimica. Le sue opere portano in superficie memorie europeissime – dalle riviste di fumetto d’autore anni Sessanta/Settanta alla scultura classica, dalla Secessione Viennese a Dante, fino a Moebius – senza però smarrire quella componente inquieta, pulsionale, sommessamente tormentata, tipica del poco che ho presente di visualità giapponese. Ne nasce un horror vacui composto, maestosamente asfissiante, ordinato nella sua esuberanza: linguacce, sguardi paranoici, bambole tondeggianti, sabba gremitissimi di forme e colori, dettagli che centrifugano lo sguardo, in un dinamismo imprevedibile.
Quando sceglie il bianco e nero, invece, si staglia come la sapienza oracolare di un bonzo la sua vocazione all’equilibrio: volumi netti, nitidezza di forme, chiarezza compositiva. Io non comprendo a fondo il manga perché non conosco abbastanza i suoi presupposti – il teatro giapponese, i cerimoniali e le pratiche di vita condivisa che ho subodorato quando da pischelletta ero andata in fissa con Shogun di James Clavell; eppure, di fronte a una tavola di Amano, ho l’impressione di farmi una flebo di immaginario tradizionale, filtrato però da strani e potentissimi twist atlantici che squarciano l’ovvio producendo sincretismi. Una lama di luna che termina nella prua di una gondola, due amanti che si stringono abbracciati mentre impugnano armi da fuoco, come se Rodriguez avesse deciso di fare un reboot di Cowboy Bebop, drappeggi rinascimentali dalla finezza fiamminga nel contesto compositivo da manga josei.
Ricorrono alcuni schemi – per esempio illustrazioni che mostrano un uomo verticale e una donna sospesa, ora tra le sue braccia, ora fluttuante di fronte a lui: sto lì a domandarmi per un po’ se si tratta di una rivisitazione della Pietà o del topos di una yuki-onna – e scopro che pormi questioni di questo tipo mi piace. È proprio in questo oscillare tra levante e ponente che l’immaginario giapponese si spacchetta, diventa leggibile persino a chi, come me, ragiona quasi esclusivamente per occidentalismi.
Amano rifugge lo sfondo bianco: lo riempie con ogni possibile tonalità, accentua l’oro fino a farlo sembrare un materiale qualsiasi, gioca di rimandi con le sfumature come un futen che domina le raffiche di vento che scuotono i ciliegi in fiore sul monte Fuji. Il colore, sempre funzionale, racconta della psicologia irrequieta dei personaggi: turba la visione di una bambolina apparentemente innocua, che basta guardare un istante di troppo per rivelarsi una satanassa assetata di vendetta. Intorno, architetture fragilissime e minuziose, città costruite di tasselli infiniti, dettagli che a ogni sguardo rivelano scorci nuovi, piccoli nuclei d’anima cui non si era prestata attenzione.

La curatela, in questo senso, è efficacissima: si alternano tavole su carta (disegnate, ovviamente, A-mano – quanto so’ cretina…), quadri di medio e grande formato su alluminio, smalti e acrilici. L’artigianato convive col segno che replica l’industria, e l’industria stessa si materializza nelle illustrazioni per le carte Magic e nelle copertine originali dei videogiochi di Final Fantasy. Attualissima la scelta di portare in mostra i layout, nuova frontiera del collezionismo del fumetto che fa entrare l@ spettator@ nel laboratorio, l@ espone ai ferri del mestiere, a quello che si adocchia nelle nicchie e negli ambienti.
Le opere di Amano sono turbolente, ingannevoli: sembrano lineari, quasi pacificate dalla limpidezza della visione; ma più le guardi, più diventa difficile staccare lo sguardo, suadentemente torturato da qualche dettaglio sfuggito a prima vista.
Non so se fosse questo l’intento del curatore, ma quello che ho capito io è che l’efficacia artistica di questo autore non risieda solo nella perizia tecnica o nella sterminata erudizione figurativa, ma si espanda alla finissima capacità di trasformare il sincretismo tra tradizioni diverse in un linguaggio. Amano non media: stratifica, giustappone, rompe e ricompone, e proprio in questo sforzo di negoziazione tra la proverbiale Angst heideggeriana e il kawaii, in questa forma di sciamanesimo culturale tra immaginari agli antipodi, trova la sua forza e il suo spirito radicale.
PS: Una guida efficace all’universo manga e anime per chi vi si accosta per la prima volta è il manuale Destinazione Manga di Mara Famularo (Il Mulino, 2023).
