Come se fosse Antani (11 di 12)

Boris Battaglia | come se fosse Antani |

Capitolo undicesimo – Né Lonfo né Giabervocco. La supercazzola come schematizzazione kantiana.

Capitolo undicesimo di dodici. Dove, persuaso da quanto sosteneva Ludwig Wittgenstein –  e cioè che il linguaggio descrive correttamente dati e situazioni di fatto, ma è inutile quando si tratta di esprimere giudizi di valore rendendo conseguentemente ontologicamente impossibili e riducendoli a ciò che sono: un parlare a vanvera, due esercizi in cui tanti si dilettano: la metafisica e la filosofia – cerco, utilizzando solo i fatti, di dimostrarti come l’idea corrente che abbiamo di “supercazzola” sia, fondamentalmente, sbagliata.

«Su ciò di cui non si è in grado di parlare, si deve tacere.»

Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus

C’è chi, spinto da una per me incomprensibile volontà di dare valore alle cose, va a cercarne le origini in mitiche situazioni del passato. Nello specifico: cercando di attribuirne l’invenzione a personaggi giustamente dimenticati come il cantante Corrado Lojacono o lo scrittore comico Marcello Casco. Io mi attengo ai fatti. Per quanto ce la raccontino (ad attribuirla a Lojacono è un giornalista screditato come Mario Luzzato Fegiz, mentre è un cacciaballe come lo stesso Mario Monicelli ad attribuirla a Casco), non ci sono fonti attendibili – se non la loro testimonianza senza prove – che possano spostare la prima occorrenza del termine “supercazzola” a un momento precedente a quei primi giorni di dicembre del 1974, a Firenze in via dei Renai 17, quando la troupe di Amici miei sta girando la sequenza del vigile Paolini.

Il Perozzi, uscito all’alba dalla redazione della “Nazione” e infilatosi nel suo solito bar, non ha voglia di andare a dormire. Lo pervade una strana malinconia, originata da quella consapevolezza della morte imminente che – come già ti ho detto – è il tema ricorrente della poetica monicelliana.

«Non mi va di stare solo. Ci vorrebbe qualcuno con cui ridere, parlare… ma non una puttana, un amico. Ecco, gli amici, quelli sì. Ho proprio una gran voglia di vederli…»

Così, deciso a esorcizzare il senso prossimo della morte – sfuggendole, per quanto possibile il più a lungo possibile (la durata del film) -, va a raccattarli uno per uno per partire per una delle loro famose zingarate. Già, adesso però aspetta, che mi tocca aprire uno dei miei soliti incisi. Perché tu lo sai, vero, che cos’è una zingarata? Nel gergo fiorentino la zingarata è una beffa organizzata non priva di una certa crudeltà. Però qui è un’altra cosa. Non so se gli autori ne siano stati consapevoli, ma questo film ha avuto un forte portato onomaturgico. Ha coniato parole nuove, come appunto “supercazzola”, ma ne ha anche risignificate altre, come l’amicizia, il genio, e la zingarata. Che diventa un viaggio disorganizzato, improvvisato a ogni bivio, senza meta e con la sola funzione di costruire uno spazio altro rispetto a quello socialmente strutturato, dove la forza omoerotica dell’amicizia virile possa essere contenuta senza – non dimentichiamo che comunque Monicelli era sostanzialmente un conservatore – metterne in crisi le fondamenta.

«Questa è la zingarata. una partenza senza meta né scopi, un’evasione che può durare un giorno, due o una settimana. Una volta durò venti giorni, salvo complicazioni. Ma il bello della zingarata è proprio questo: la libertà, l’estro, il desiderio… come l’amore. Nasce quando nasce e quando non c’è più è inutile insistere. Non c’è più».

Come evidenzia questa definizione che ne dà lo stesso Perozzi, la zingarata è una metafora del viaggio della vita, una sorta di rito apotropaico celebrato il quale è più facile sopportarne la pesante realtà. Con il feroce e impietoso paradosso che tornare alla realtà della vita, significa sostanzialmente – come accade al Perozzi – morire.

Comunque. Riprendiamo il filo. Il Perozzi, dopo aver cercato inutilmente di convincere prima la prostituta Wanda a farsi accompagnare a casa e poi un avventore del bar a fargli compagnia per andare a prendere le brioches appena sfornate, si rassegna ad andarsene a dormire. Ma, c’è sempre un ma per far andare avanti la storia, sotto casa Perozzi vede parcheggiata l’auto del figlio, coperta con quei teli grigi che si usano per proteggere la carrozzeria dalle intemperie.

«Solo il figliolo del Perozzi può mettere l’impermeabile alla macchina. No. Io non lo sopporto, specie in una giornata come questa. Quando penso alla carne della mia carne, chissà perché divento subito vegetariano.»

Allora, rinnegata la discendenza (le parentele capitano, gli amici si scelgono) e senza neanche scendere dalla sua Fiat 127 rossa, fa una veloce inversione di marcia e via, a prendere l’unico dei suoi amici che di sicuro è già sveglio: il Melandri. L’architetto, infatti, a quell’ora è già fuori con Birillo. Birillo è un molossoide (un cane di San Bernardo) che, oltre a trascinarsi dietro per le vie di Firenze un impotente Melandri, ricopre un fondamentale ruolo di oggetto analessico. Anticipa cioè, il flashback che, all’interno della zingarata che sta per prendere l’avvio, rimanda a un’altra zingarata: quella che «mi ricordo, durò venti giorni», e concludendosi nella sua clinica, introduce nel gruppo l’amico acquisito, il Sassaroli, definendo le – per quanto elementari – psicologie di tutti i personaggi.

Raccattato il Melandri (e cambiata l’automobile: ora si tratta di una Fiat 125 blu, probabilmente quella del Melandri, visto che la guida lui), vanno a recuperare il Mascetti. Tutti e tre si recano poi a prendere il Necchi, nel suo bar, appunto in via dei Renai 17. Mentre il Mascetti approfitta (a scrocco) del telefono pubblico del bar per chiamare il Sassaroli e per sentire la Titti (che non gli risponderà), il Necchi si attarda a fare l’amore con sua moglie. Perozzi e Melandri cercano di fargli fretta improvvisando un concerto con il clacson. A questo punto arriva il vigile di quartiere, intenzionato a fargli una contravvenzione. Mentre sta estraendo il taccuino delle multe dal classico borsello bianco che avevano i vigili una volta, piomba fuori dal bar il Mascetti e attacca la sua supercazzola.

MASCETTI: Tarapia tapioco! Prematurata la supercazzola o scherziamo?

VIGILE: Prego?

MASCETTI: No, mi permetta, no io… Scusi, noi siamo in quattro, come se fosse antani anche per lei soltanto in due oppure in quattro anche scribai con cofandina, come antifurto, per esempio.

VIGILE: Ma che antifurto! Mi faccia il piacere, questi signori qui stavano suonando loro, ’un s’intrometta!

MASCETTI: Ma no, aspetti, mi porga l’indice, ecco lo alzi così, guardi, guardi, guardi, lo vede il dito, lo vede che stuzzica, e prematura anche! Ma, allora io le potrei dire, anche col rispetto per l’autorità, che anche soltanto le due cose come vicesindaco, capisce?

VIGILE: Vicesindaco?

(gli altri in macchina scoppiano a ridere)

VIGILE: Basta così, mi seguano al commissariato!

PEROZZI (uscito dalla macchina): No! No! Attenzione, no, pastène soppaltate secondo l’articolo 12, abbia pazienza, sennò posterdati per due anche un pochino antani in prefettura!

MASCETTI: Senza contare che la supercazzola prematurata ha perso i contatti col tarapia tapioco!

Nel luglio del 2024, in occasione del Festival Città Identitarie di Pomezia, Gianmarco Tognazzi ha riportato un racconto di sua madre Franca Bettoja, secondo la quale la supercazzola fu completamente inventata e improvvisata da Ugo, sbronzo fradicio, durante una cena, nella casa di Velletri, mentre discuteva con Piero De Bernardi della sceneggiatura del film. Tognazzi sproloquiava di tarapia tapioco come se fosse antani e De Bernardi prendeva appunti. «Scrivi, scrivi! Che poi ce la dimentichiamo!» «Hai detto supercazzora?» «No, supercazzola, con la elle!»

È evidente che, se fosse stata supercazzora non avrebbe avuto la stessa fortuna di quella con la elle. Infatti, è con la elle che la parola, nel 2015 dopo quarant’anni di indefesso servizio, è entrata addirittura nel dizionario Zingarelli. Questa la definizione: “parola o frase senza senso, pronunciata con serietà per sbalordire e confondere l’interlocutore”. A parte il fatto che una lingua viva non ha nessun bisogno che le parole che usa le siano spiegate da un vocabolario, la cui funzione conservativa ha senso solo per le lingue letterarie mai esistite e inventate dagli accademici come il greco antico o il latino. A parte questo, dico, la definizione dello Zingarelli è, secondo me, assolutamente sbagliata.

La supercazzola tognazziana non è un gioco letterario come il Jabberwocky di Lewis Carroll o le Fanfole di Fosco Maraini. Non è nemmeno, per volare più bassi, una brutta canzone di Adriano Celentano come Prisencolinensinainciusol. Non mira a sbalordire creando un’illusione di senso solo attraverso il suono; non cerca di descrivere un fatto senza che le parole usate abbiano alcun senso (non è insomma nemmeno una sorta di grammelot); nemmeno cerca di ingannare il ricevente e non è assimilabile, come purtroppo fanno Alberto Forchielli e Michele Mengoli nel loro, pessimo L’arte della supercazzola. Lessico essenziale dell’Italia che non ci meritiamo, dal 1861 al coronavirus (Baldini e Castoldi, 2020), alle formule evasive usate da chi amministra il potere, quelle che nel suo gradevolissimo saggio del 1986 Harry Frankfurt definisce come Stronzate. La supercazzola non è nulla di tutto questo.

Come osserva Maurizio Ferraris, nella sua discutibile ma tutt’ora unica riflessione filosofica sulla supercazzola (Intorno agli unicorni: supercazzole, ornitorinchi e ircocervi, Il Mulino 2018), la supercazzola non è un fatto linguistico ma una schematizzazione kantiana senza concetti. Immaginati di essere una sorta di David Livingstone, un esploratore in trasferta in Australia e per la prima volta ti trovi davanti a uno strano essere, mezzo castoro e mezzo anatra: un oggetto biologico – cioè, un concetto (ah! torna sempre utile quel vecchio furbacchione di Umberto Eco) che esiste ma per cui, ancora, non hai una definizione. Quando decidi che il termine con cui designare questo nuovo concetto è “ornitorinco”, stai applicando quella che Immanuel Kant chiama facoltà di giudizio. Un’operazione che ti permette di passare da un’idea universale (la mitica fusione di castoro e anatra o scientificamente un monotremata, un mammifero che depone le uova) al particolare: l’ornitorinco che ti trovi davanti. Le parole servono a questo.

Nella supercazzola questa operazione cognitiva è ribaltata. Ci si trova davanti a una serie di particolari (parole come tapioca e antani) prive di un universale. Il parlante investe l’ascoltatore con oggetti discreti privi di un significato riconosciuto. Chi ascolta la supercazzola è chiamato a una discrezionalità interpretativa cui non è abituato. In questo senso la supercazzola è un atto performativo volto a ottenere un risultato preciso, ma sempre diverso: evitare una multa, scroccare una telefonata o, addirittura, quando la userà il Perozzi durante l’estrema unzione, rimandare anche solo di qualche istante quel maledetto destino che è la morte. Per funzionare la supercazzola richiede la stessa kantiana libertà di giudizio in chi la pronuncia che in chi la ascolta. Ma non è mai così, e questo causa il paradosso che ci scatena la risata. Il destinatario della supercazzola spesso è un sottorappresentante del potere, come il vigile o la suora, e in quanto tale è sostanzialmente ottuso, non è in grado di applicare schemi cognitivi privi di concetti. È la sua reazione a farci ridere. C’è solo un personaggio, in tutto il film, che alla fine della supercazzola, risponde a Tognazzi: «Ho capito!» ed è Alfeo Sassaroli. Probabilmente ha letto Wittgenstein, e sa che le parole del Mascetti non servono a esprimere concetti, ma a produrre fatti. Mal gliene incoglie al Mascetti che il Sassaroli lo abbia compreso, perché gli risponde con dei fatti: un sadico aerosol che gli rispara in bocca tutto il flatus voci della sua supercazzola. Anche questo fa scattare la nostra risata

La rara capacità di comprendere gli schemi privi di concetti degli altri, farà entrare di botto – attraverso l’espediente narrativo dell’innamoramento del Melandri per sua moglie, cosa che lo porterà, come in uno strano anello, ad accollarsi pure il cane di lei, Birillo – il Sassaroli nel novero degli “amici miei” e lo caricherà di peso sulla 125 con cui si è aperta l’ultima (ma paradossalmente iniziale) zingarata.

Piccola nota. Come avrai capito leggendo il titolo di questo capitolo, la mia traduzione preferita del Jabberwocky carolliano, pur avendo oltre 110 anni, è quella di Silvio Filippi Spaventa, che non a caso fu, dalla sua fondazione, il direttore del “Corriere dei Piccoli”. Lo so che la direzione sarebbe spettata alla sua ideatrice, Paola Lombroso Carrara, ma questo è un argomento che affronterò, magari, quando mi metterò a scrivere davvero la mia Storia sconclusionata del fumetto.

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