Rorschach

Ci sono muri

Durante un trasloco ho perso un pezzo di cemento. Me lo avevano portato da Berlino i miei amici che avevano passato il capodanno là, a festeggiare la caduta del muro. Il mio pezzo di muro è stato a lungo in una vetrinetta in mezzo alle tazze belle, quelle inglesi che avevo ricevuto in regalo quando mi sono sposata. Poi traslochi, divorzio, e poco tempo fa ho ripensato al mio pezzo di cemento. Non lo trovo più, erano anni che non mi veniva in mente, quindi non so quando sia scomparso. Non c’è più nemmeno l’amico che me lo aveva messo in mano, dicendomi: «Buon anno!» Quel muro tra est e ovest è un ricordo lontano, i muri che separano passato e presente, vivi e morti sono sempre lì.

Berlino è la città dove sono stati tutti tranne me. O, almeno, tutti i miei amici. Io non viaggio molto. Quando mi sposto lo faccio solo per andare con qualcuno che vuole viaggiare. Non è che non mi piaccia vedere posti dove non sono mai stata, soltanto non sento la chiamata a esplorare i luoghi del mondo Sono invece attratta dal nord magnetico dell’esplorazione del tempo e di quello che c’è dentro la testa. Le due cose si associano facilmente:. per esempio nei ricordi che si riscrivono, continuamente, ogni volta che li raccontiamo. Quando è uscita A Berlino che giorno è di Garbo andavo al bar dell’oratorio, e la ascoltavo dal jukebox. Quella del jukebox è una delle sparizioni che mi rattristano di più, insieme a quella dei mangiadischi e a quella dei 45 giri. Insomma adesso mi verrebbe da dire che ascoltavo la canzone e immaginavo una vita oscura e problematica in una grande città nebbiosa, fredda e piena di locali, musicisti, parchi, il contrario esatto di quel bar di periferia in cui la mia voracità di vita si schiantava in un frontale inesorabile con la mia timidezza. «A Berlino che giorno è? Se poi la nebbia / entra anche dai vetri». Però pensandoci meglio so che allora la canzone mi sembrava banale, e Garbo una versione meno interessante di Faustò, ora Fausto Rossi: «Oh! Oh! Oh! Oh! Oh! / Ho sonno e tu mi vuoi… / … mai più / Ho freddo e tu mi vuoi… / … mai più / Noi due, ma penso a lei… / .. mai più / Mi giro e tu ci sei…/ … mai più / Non mi dire che non vincerò mai / La tua faccia non è uguale alla mia / Non mandarmi sempre fotografie / Sai che poi io le butterei via / Sono forte quando tu non ci sei / Le tue mani non le cercherò più / più / più / Oh! Oh! Oh! Oh!»
Quello era il mio turf, il mio terreno. Complicazioni, indecisione, assurdità. E ohohohoho! Sono diventata grande, in parte, e non lo so ancora a Berlino che giorno sia. Fatico a sapere che giorno è qui, in questa città di provincia che è cresciuta e cambiata, si è riempita di locali e musicisti e la nebbia e il freddo ce li ha sempre avuti.
I muri mi destano sentimenti ambivalenti, e se quelli costruiti per separare arbitrariamente l’est dall’ovest, gli Stati Uniti dal Messico, i sani dai matti, i bianchi dai neri mi fanno schifo, come righe tracciate con una matita nucleare in mano a un bimbo idiota, con la stessa arbitrarietà di The Dome di Stephen King, case mezze di qua e mezze di là, sono invece molto affascinata dai muri invisibili.

Per esempio: durante un attacco di depressione profonda, in molti percepiamo il mondo come se si muovesse dietro a una barriera di plexiglass. Non è una scelta, non ci si può far niente se non ingoiare medicine, andare in terapia e aspettare. Ma durante quei momenti – che possono essere settimane – so perfettamente che non c’è nessun muro, eppure la sensazione è così precisa. Non mi si può nemmeno toccare, il plexiglass resiste tra mano e viso, tra mano e mano, la carezza scivola sulla superficie liscia, spessa e trasparente.
I muri della mia casa, adesso che vivo da sola, invece, li amo. Non i muri infernali di quando ero piccola, i miei muri personali, la mia Stanza tutta per sé. «Scusa, sono stanca ,stasera sto a casa, baci, ciao». Poi guardo sette puntate di una serie tv, o leggo, o ascolto musica fino alle quattro. In qualche modo queste pareti con un tetto sopra mi rendono più sicura e fiduciosa, sempre: se sono angosciata perché mi sento al sicuro, se sono euforica perché sono nel mio piccolo regno felice. So poco degli stati mentali intermedi, ma anche in quel caso restare in casa è spesso un piacere vero, delizioso, me lo mangio come una meringa. E mi lecco le dita.

Durante il lockdown di marzo e aprile molti dei miei amici erano impazziti,  si sentivano in carcere, il loro cervello semplicemente non riusciva ad adattarsi. Io ero felice e tranquilla come non mi capitava da anni. Dormivo, mi svegliavo, mangiavo quando ne avevo voglia. Lavoravo da casa, tantissimo. Correzione di schede catalografiche, video di promozione di libri. Ma non uscivo mai, se non un paio di volte per andare in farmacia, a piedi attraverso una città assente, piena di alberi fioriti e uccelli  che senza nessuna diffidenza mi si posavano a mezzo metro, e ci guardavamo, un po’ di sbieco. Le strade erano deserte. Le case, piene di gente imprigionata, non le vedevo neanche. Abbassavo la mascherina e respiravo un’aria azzurra che qui non c’è mai. Mi fermavo in mezzo agli incroci della superstrada, facevo una giravolta, facevo un urletto di gioia, esattamente come il verso di un uccello. Ero lì, sola. Euforica. Nessuna sveglia, nessun impegno. Poi rientravo nella mia casa, e il giardino era intorno a me, come un abbraccio, senza che sentissi nemmeno il bisogno di scendere, se non ogni tanto per annusare la fioritura stupenda della Gertrude Jakyll, la rosa rampicante bianca e cipria che si arrampica vicino al cancello. E poi, come direbbero i Jingo de Lunch, Peace of mind. Nonostante le sirene delle ambulanze, l’elicottero dell’ospedale che faceva avanti indietro, le notizie tremende, la morte. Stare a casa, con quel silenzio tutto intorno, rotto solo da quei suoni di emergenza che mi ricordavano che tutti erano a casa, come me, e aveva un potere magico,
E’ stato importante per me essere arrivata, a un certo punto, ad avere una casa mia, solo mia, senza dentro nessun altro, solo io e tre gatti, che ho usato i muri anche come stratagemma per sopravvivere al mondo esterno, in cui devo entrare ogni giorno. A volte ci entro volentieri, a volte amo l’esterno, alberi nuvole cielo persone locali concerti bar feste manifestazioni librerie riunioni, ma siccome so che in qualsiasi momento posso sentirmi di colpo incredibilmente sfinita e avere paura, ho inventato un trucco.
Ho costruito una casa dentro di me. Un albergo, per la precisione. Mutevole, enorme, labirintico, compatto, ha la facciata che dà sulla strada, e il retro che si immerge nella pineta. Seguendo un sentiero soffice di aghi caduti si arriva al mare. È sempre notte, o quasi.
L’Albergo è molto utile anche per i pensieri che si contraddicono, per le mille cose che faccio e non condivido, per i pensieri soffocati sul nascere, per i dubbi fastidiosi, per le azioni sconsiderate. Perché le stanze dell’Albergo sono tutte occupate, e dentro ci sono le mie me. Ho cominciato per gioco, la prima parte di me che ho individuato è una donna, un soldato, ha combattuto, dice le cose brutalmente, e riesce a farmi alzare dal letto, attraversare la strada, rispondere al telefono, riempire la lavatrice, fare la doccia quando penso «Non ce la posso fare, mi sdraio qui e prendetemi a calci, non mi importa». Ha un nome, i nomi vengono da soli, e molto velocemente mi sono diventate  familiari altre parti di me, con altrettanti nomi. Hanno compiti diversi, a volte anche solo quello di provare un sentimento che mi dà fastidio. Per esempio, la me che prova invidia, o gelosia, o schadenfreude è una piccola pixie verde e velenosa. Viceversa quando sono totalmente immersa nell’amore per l’universo e «vi amo, voi tutti che siete in questo bar», come dice Nanni Moretti ne La messa è finita, c’è una piccola hippie che fa uh-uh! E io so che si chiama Eden, so com’è vestita, di che colore ha i capelli. Ho raccontato al mio terapeuta che faccio delle riunioni, e in questo modo posso far parlare tutte, anzi tutti, perché ci sono anche delle me maschio: un ragazzino blu, un golem di fango, un lupo. Il mio terapeuta è molto interessato, spesso mi chiede di raccontargli di queste riunioni, che io tengo a voce alta, seduta sul terrazzo, la sera, quando ne sento il bisogno.

Ovviamente è Emily, il soldato, che mantiene l’ordine e fa in modo che tutti, ma proprio tutti, abbiano diritto di parola. Quando sono sopraffatta dall’ansia, ding ding, riunione! E nel mio albergo interiore si aprono le porte di tutte le stanze e ci si ritrova nella sala grande, su sedie e divani, in cerchio, a parlare. Demoni, mutaforma, bibliotecarie, tessitrici, bambine di carta, spose cadavere, streghe, tutte e tutti hanno diritto a esprimere la propria opinione, o a chiedere aiuto. Al centro del cerchio c’è una bambina volpe. La frase di chiusura di ogni assemblea è «Giuriamo di proteggere la bambina». È stato uno shock per me vederlo accadere tale e quale nelle stazioni della metropolitana sotterranea di Jane in Doom Patrol, la serie tv del 2019 tratta dai fumetti di Bob Haney e Arnold Drake del ’63. Persino il giuramento finale era uguale, ero ipnotizzata. Ma l’Underground di Jane è un posto oscuro e pieno di detriti; il mio albergo è gotico, confortevole, e ogni stanza dà sul mare. I suoi muri li ho costruiti con cura, come una miniaturista, perfetti, insonorizzati, ognuno ha la sua cameretta. A volte, quando non riesco ad addormentarmi, immagino tutte queste me che vanno a dormire. E scivolo nel sonno.
I muri che ho costruito mi aiutano a restare intera. A non perdere pezzi. Sono tutti muri portanti, e ogni tanto appare una nuova porta, con un nuovo nome sulla targhetta di metallo. Io credo di essermi rotta, in passato, e mi sono ricostruita così. Come una comunità in cui c’è un posto per ciascuno, protetto da muri bianchi, azzurri, rosa, verdi, perché ogni pezzo di me ha un colore preferito.
È qui che mi piace viaggiare. Dentro, nel labirinto ordinato e sorprendente della mia testa, che credo assomigli molto a tante altre teste. Se non ci fossero le pareti, sarebbe un caos.

Mi piacerebbe andare a Berlino. O in Nuova Zelanda, in Scozia, in Finlandia, in Giappone, sulle estreme isole della Svezia, quelle di Vacanze all’isola dei gabbiani di Astrid Lindgren. Ma leggere in un libro di neuroscienze che non c’è alcun elemento che giustifichi la nostra percezione di un Io unitario, e che qualcuno non sapendo come definirlo lo chiama Il Narratore, mi attrae con la forza di gravità di Giove.
Io sono come i Mennyms, la straordinaria famiglia di bambole viventi creata da Sylvia Waugh. Non possono interagire direttamente con le persone, perché sono fatti di stoffa, e hanno bottoni per occhi. Nel secondo volume della loro storia sono costretti ad abbandonare la casa in cui hanno abitato, reclusi, per quarant’anni, e a trasferirsi in una casa di campagna. E ognuno, a modo proprio, sbrocca. Che differenza c’è tra una casa Vittoriana in città e una grande casa in campagna, se non esci mai? Ma The Grove, il quartiere che deve essere demolito per far passare una superstrada, è la loro casa. Sono i loro muri. Rinchiusi, al sicuro, amano l’esterno. Lo vedono pochissimo, ma sanno che c’è, sono diventati senzienti con questa consapevolezza. C’è un mondo grandissimo, fuori, pieno di cose belle e strane, e spaventose, ma lo possono amare pienamente solo nella sicurezza dei loro muri, i muri della testa meravigliosa di Sylvia Waugh.
Anche io, semplicemente, certi muri li amo, altri li odio. Dividono, proteggono, separano e tengono insieme: dipende. Come canto a squarciagola nella mia, mia casa  insieme ai Downtown Boys: «A wall is a wall, and nothing more at all!»

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