Nel campo dei miracoli

Arabella Strange | Rorschach |

Dopo aver discusso a lungo, una sera, della possibilità che Pinocchio sia un’allucinazione di Geppetto, ho finalmente affrontato un libro che continuavo a sfiorare: stavolta mi ci sono immersa come in una piscina profondissima. Pinocchio, un libro parallelo è un labirinto in cui mi sono infilata con la fiducia che si riserva al proprio compagno, lanciandosi dal trapezio sotto il tendone di un circo: prendimi. Giorgio Manganelli scrive come uno squilibrato e ogni parola, da subito, ha la densità gravitazionale di un buco nero.

«C’era una volta…
Un Re…
No…
Quale catastrofico inizio, quanto laconico e aspro, una provocazione…», e più avanti prosegue dicendo che «in primo luogo, noi non sappiamo esattamente in che modo codesto Re “non c’era una volta”. Sappiamo, vagamente, che “non c’è”: condizione terribile, direi onerosissima in un universo che si preannuncia labile, minatorio e stupendo».

Labile, minatorio e stupendo.

La condizione del Non Essere è quindi una categoria, per quanto imprecisa. E mi riporta a qualche anno fa, quando mi hanno somministrato – sì, somministrato, come una pozione magica, o un veleno – un test in cui, tra le numerose domande, ne compariva una formulata più o meno così: «Ti capita di vedere animali o persone che non ci sono realmente?». Io ho barrato l’opzione «Spesso». Non mi riferivo ad apparizioni frontali di creature immaginarie, ma alla parte più periferica della mia visione in cui compaiono spesso persone e animali che non ci sono. Un cane? No, un cestino della spazzatura. Un gatto che è un dissuasore del traffico. Le due fioriere fuori dal negozio di mobili di Via Triumplina, ogni notte, sono due persone acquattate, ingobbite contro il muro una di fronte all’altra. Conosco quelle fioriere, sono lì da anni, ma per me ogni volta sono due assassini, due agenti segreti, due viaggiatori temporali.

Dove ci sono frammenti, per me quasi sempre si materializzano figure: la mattina e la sera, le pastiglie sul palmo della mia mano hanno una faccina impassibile con due piccoli occhi tondi e bianchi e una bocca orizzontale. Nel tempo, col cambiare delle prescrizioni, cambiava anche la faccia, a volte acquistando un naso, e di nuovo mi torna in mente Pinocchio, col suo essere contemporaneamente vivo e altro dalla vita. Nelle illustrazioni originali una figurina di legnetti, aguzza, poco umana, un esserino di rametti da Strega di Blair, eppure l’archetipo di un bambino, che riconosciamo tutti immediatamente.

Ho scoperto che la tendenza a vedere una forma significativa dove non ci sono che tratti casuali si chiama “Pareidolia”. Una parola di per sé bellissima, mi fa pensare agli idoli, entità cariche di potere magnifico e terribile, anche se illusorio.

Wikipedia mi spiega che «questa tendenza, che è un caso particolare di Apofènia [una categoria introdotta nel 1958 da un professore di neuropsichiatria che si occupava di psicologia della forma, di epilessia e di schizofrenia, Klaus Conrad] è stata favorita dall’evoluzione, poiché consente di individuare situazioni di pericolo anche in presenza di pochi indizi, ad esempio riuscendo a scorgere un predatore mimetizzato».

Se le fioriere fossero due esseri malvagi, io li avrei individuati. E nessun cestino mi prenderà mai alla sprovvista in forma di cane nero.

Non sono solo brava a riconoscere draghi, facce, lupi, anatre, mani che si allungano nel cielo quando alzo il naso a guardare le nuvole, o a intravedere movimenti di persone o animali che, quando mi giro, furbi, si trasformano in pali e cassonetti; la mia apofènia si manifesta anche in forma acustica. Il mio mondo è popolato da elettrodomestici che, dopo un po’che ronzano o vibrano, mi lasciano infrasentire canzoni, cori, melodie, ritornelli. Siamo in tanti a condividere questa caratteristica: le macchine cantano per noi, la stufetta elettrica del bagno intona un pezzo mariachi, la ventola salmodia una preghiera gregoriana.

E in questo cosmo pieno da scoppiare è come se non ci fosse mai, mai, la possibilità dell’assenza di significato. Questa impossibilità ne fa perciò un cosmo limitato e, in qualche modo, idiota. Vagamente estenuante, anche.

Pensavo: «Il demone arboreo formato dai rami di un pino dietro casa mia, di cui vedo chiaramente gli occhi di cielo buio tra gli aghi dei rami più alti, è veramente meno reale di tutta la gente che non conosco e non incontrerò mai?». In questo momento, le parole sparse di una canzone («It ain’t gonna save me / say something, say something! / There is no sun / We are standing still»)sembrano raccontare la mia storia, definirla e contemporaneamente piegarla in un origami di altri scenari possibili. È dolore ma è anche amore, è amore ma è anche smarrimento. Sbaglio ad ascoltare questa canzone anche 30 volte di fila senza stancarmi? Alimento una illusione, un ottimismo ingiustificato?

Non lo so. In fondo, ogni paesaggio, naturale o mentale, non fa che definirsi e ridefinirsi a ogni pensiero, a ogni sguardo. E vale anche per le storie, anche biografiche, che si ristrutturano ogni volta che le raccontiamo. Ciò che è sparso si ricompone, e un po’ è una coazione alimentata da qualche circuito del mio cervello, un po’ è una condizione, piacevole e piena di sorprese, in cui l’inesprimibile viene continuamente espresso in modo cangiante e mutevole.Labile, minatorio, e stupendo.

Tutto è presente, mostra una faccia, una piuma, un artiglio. Anche quel che non c’è.

E pensavo, soprattutto: «La letteratura, in fondo, non è questo? La mia amica amante, il mondo in cui ho abitato più a lungo che in qualunque altro. Il demone delle storie non si manifesta come una immensa pareidolia? Le formichine nere sulla pagina che diventano immagini nella testa, le avventure di un burattino, o di due agenti rivali in una battaglia per il controllo del futuro, oppure di un topo e suo figlio e delle loro straordinarie avventure “oltre l’ultimo cane visibile”…»

Sperimentare il senso è uno dei piaceri più intimi e potenti che possiamo provare come esseri umani. Vedere in una macchia sul muro un cavallo impennato mi dà uno spunto di gioia non troppo diverso da quello di finire un libro e chiuderlo pensando che, in fondo, la vita potrebbe anche essere così, con un inizio, una fine e, in mezzo, un significato. È ancora Manganelli a confermarmi che «Il lettore […] non ignora che una pagina, una riga, una parola, è un gran suono dentro di lui, un rintocco cui offre i suoi nervi, gli anfratti anonimi, le latebre latitanti e tenebrose. Una parola violentemente scardina i silenzi acquamarini del profondo, e ne desta squame di pesci, squali, scheletri di navi, coralli, fosforescenze. Due, tre parole imparentate formano un viluppo di disegni e fragori, che nulla varrà a sciogliere.”

Un viluppo di disegni e fragori. Che nulla varrà a sciogliere.

Perché alle spalle c’è la pressione dell’insensatezza, una massa informe che mi spinge a trovare disegni, a riconoscere storie, ad attribuire sentimenti anche all’inanimato.

Vedere significati, creature, eventi dove forse non c’è che disordine, l’ennesima piccola onda di entropia, mi concede la gioia di costruire il mondo. Io, questa gioia, la immagino come un diamante, appoggiato su un pezzo di tessuto scuro, che riflette tutta la luce della stanza. La luce c’è. Il diamante non so. Ma il non esserci è comunque una condizione, in un universo che si preannuncia, tra le altre cose, stupendo.

E se l’ombra a volte mi fa pensare che ci sia qualcuno, in agguato, pronto a farmi del male, a lasciarmi penzolare impiccata dalla quercia nel campo dei miracoli, accetto volentieri questo eccesso di fantasia, questa fame di significato: quanto desiderio doveva provare Geppetto per estrarre un bambino da un pezzo di legno.

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