If I Can't Dance, It's Not My Revolution

Playlist: Oh, Claire

LATO A

#1

Se guardi wikipedia, scopri con facilità che esiste una canzone che cita esplicitamente Claire Bretécher. L’ha cantata nel 1984 Cookie Dingler, un tipo famosissimo in Francia che, prima d’oggi, non avevo mai sentito nominare. La canzone risolve I frustrati in un verso, assimilando quella pagina meravigliosa a poco più che uno status symbol: «Elle est abonnée à Marie-Claire / Dans l’Nouvel Ob’s elle ne lit que Bretécher / Le Monde y’a longtemps qu’elle fait plus semblant / Elle achète Match en cachette c’est bien plus marrant». [PI]

#2

Nella canzone di Cookie Dingler, l’autrice è trattata alla stregua di una lettura identitaria, un simbolo di appartenenza un po’ come quando Guido Crepax disegnava una copia di “Linus” nel cestino della bicicletta di Valentina. È l’innesco per far detonare il maschilismo tipico degli anni Ottanta (ma anche di tutti i decenni precedenti e successivi, eh) che si risolve nel dileggiare le pose di questa donna liberata che fuma un sacco, si porta maschiacci a letto (cui bisbiglia un sacco di “ti amo” nell’orecchio, pur sapendo che all’alba sarà tutto finito), si vanta di saper cambiare una ruota ma si vede che è fragilissima. Erano anni un po’ stronzi e la propria stronzaggine non doveva necessariamente essere mascherata. Perfino Gianfranco Manfredi, in Zombie di tutto il mondo unitevi, un disco del 1977, altrove ironico e divertente e contenente un pezzo epocale come Un tranquillo festival pop di paura, cantava Gatte da pelare, per dire quella tensione femminile che noi maschi non riuscivamo (e non riusciamo) a capire. [PI]

#3

Che poi Cookie Dingler, quella canzone, l’ha cantata pure in inglese e tedesco, rimuovendo il riferimento a Claire Bretécher per localizzarla per i popoli barbari cui si rivolgeva (gente che non aveva né “Marie Claire” né “Le Nouvel Observateur”). Se le cerchi per ascoltarle (ma non te lo consiglio), ti può capitare di imbatterti in una canzone che ha lo stesso titolo della versione inglese di Dingler: Liberated Lady. L’ha scritta e cantata quel gigante di Shel Silverstein nel 1972. La donna liberata della canzone dell’americano è un normalissimo stronzo bianco un po’ schifoso che si comporta da stronzo. La situazione è paradossale. Silverstein era un genio (se non hai letto L’albero o Alla ricerca del pezzo perduto, vai a rimediare, ti aspetto qui), però era un maschio. Mica è una colpa: è una condizione con cui si convive benissimo, però a volte ti vengono canzoni così. [PI]

#4

E allora forse per trovare in una canzone lo stesso sguardo e la stessa frustrazione presente nei fumetti di Bretécher, bisogna stare ad ascoltare un cantantessa. Ecco, a me piace Carmen Consoli (l’ho detto). Blunotte, per esempio, mi sembra uno dei discorsi di una donna disegnata da Bretécher adagiata sul divano, un po’ dolorante. Tra tutti questi racconti femminili del mondo che ci si muove attorno – di personale e società che si toccano, di indolenza e voglia di cambiare, di pettegolezzo e accusa…–  quello che preferisco parla di una finestra ed è in catanese. Fa così: [PI]

#5

Una cosa che so, è che, anche se ne era una ascoltatrice sporadica, Claire teneva appeso in studio un bellissimo ritratto fotografico di Françoise Hardy. Allora adesso mettiamo un suo pezzo. [BB]

#6

Bionda Claire, biondo il disco da cui prendo questa traccia. Una delle mie preferite di Dylan. [BB]

#7

Racconta Claire, in una bella intervista – mi sembra su “L’Express” – di ascoltare mentre lavora particolarmente la musica di Mike Oldfield. A me Olfield fa proprio cagare, e allora magari mettiamo un altro che le piace assai, così dice sempre in quell’intervista, l’occitano Gilles Servat. con questa divertentissima versione franciosa di Dirty old town. [BB]

LATO B

#8

Per la playlist mi viene in mente solo il pezzo che per me simboleggia la Francia degli anni 60/70 del secolo scorso: Et moi et moi et moi con Jacques Dutronc che piglia per il culo per 2 minuti e 52 secondi la visione microscopica, l’egoismo e il conformismo infantile della società in cui viveva. In cui viviamo. Con un incipit indimenticabile e visuale – «Settecento milioni di cinesi e io, e io, e io» – e una sintesi finale che suona così: «cinquecento miliardi di piccoli marziani e io, e io, e io, come un coglione parigino che aspetto lo stipendio a fine mese, ci penso e poi me ne scordo, è la vita, la vita«. Ho scelto una esibizione dal vivo perché Jacques Dutronc ha carisma 19, in termini di gioco di ruolo, e non a caso ha sposato (sospiro) Françoise Hardy! Nel periodo in cui andavo a correre, avevo questa canzone sempre nelle cuffie, e correvo per i boschi cantando allegramente ET MOI ET MOI ET MOI, dando una volta di più ragione a Dutronc. [AS]

#9

Questa settimana la mia traiettoria balistica sul tema monografico ha una probabilità di errore circolare decisamente alta. La mira che ho interiorizzato è: roba francese. Allora, visto che sono particolarmente ignorante di toutes les choses Françaises, mi viene in mente un pezzo in francese di un gruppo belga, più fiammingo che vallone. I dEUS sono una costante alla voce roba buona nella musica degli ultimi trenta e più anni anche se lo zoccolo duro dei fan ci dirà che dopo il terzo album non sono stati più loro, ma penso sia una sciocchezza molto settaria – sono semplicemente diventati via via un gruppo sempre più maturo. Qui, Tom Barman gioca un po’ a fare lo chansonnier, nel video la band è camuffata da gruppetto jazz e mi pare una scelta ironica e simpatica allo stesso tempo. Il pezzo è bello bello. [LC]

#10

Sempre parlando di roba francese fatta da non francesi (belgi, tanto per cambiare), dall’archivio della memoria si affaccia l’invettiva di Ces gens la di Jacques Brel. Per un minuto scarso, prima della fine, è lirica dell’amore impossibile, disperato, squillante, ma soffocato da entrambi i lati (prima e dopo) dall’oppressione sconsolante della pochezza umana, segnata dall’accompagnamento scarno e sommesso del pianoforte e dal carichissimo, corrosivo recitativo. Difficile da battere. Ci hanno provato in tanti ma, no, niente da fare. [LC]

#11

Qui di francese non c’è il testo ma c’è Charlotte Gainsbourg (prodotta da Beck). Che dire? Per qualcuno piove (champagne) sul già bagnato (di champagne), però qui il fatto di darsi anche alla musica non è solo una vuota posa. Potevo tirare fuori Serge, piuttosto? anche perché qualcuno dice che Tom Barman dei dEUS, da cui sono partito stavolta, gli somiglia abbastanza (occhio un po’ pallato, complessione satiresca nell’età matura). O sarà che ho un debole per Charlotte Gainsbourg? Di certo non ne conosco la discografia, però ascoltando qualcosa mi sembra niente male, decisamente un plus. Piove sul bagnato ma non senza merito. [LC]

#12

Curiosa assonanza del sentire con Paolo. Anch’io pensando a Claire ho pensato a Carmen Consoli. Ma in un modo strano. Proprio su QUASI, quando si è saputo della sua scomparsa, un pezzo di Boris (mi sembra fosse suo) mi aveva fatto conoscere la bellissima tavola che Claire aveva realizzato per la morte di Goscinny. A me, che sono di commozione facile, allora era venuta in mente questa canzone. Poco conta sia per il padre di Carmen: ci sono le sonorità intense, la voce calda (molto “francese”) e l’assenza di una retorica del dolore come autocompiacimento. Insomma, il pezzo che propongo è Mandaci una cartolina . [FB]

#13

Lo ammetto. Non ho mai avuto fra le mani un libro di Claire Bretécher, non ho mai letto una sua striscia, non ho mai visto un suo disegno. Ma se QUASI gli dedica una settimana intera, non posso che fidarmi e unirmi alle celebrazioni e al cordoglio con amore. [FP]

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