Liberare Corto Maltese

Boris Battaglia | Affatto |

Ritengo la proprietà intellettuale una delle più grandi iatture dalle quali è afflitta la nostra società. Nel caso di invenzioni e scoperte che riguardano la vita e il benessere di tutti – cose come farmaci e vaccini, tecniche produttive o particolari prodotti agroalimentari – considero l’idea di poterle brevettare e renderle esclusive, un vero crimine contro l’umanità.
Un caso più lieve è, ovviamente, quello della proprietà intellettuale che riguarda personaggi di fantasia entrati a far parte dell’immaginario condiviso (in particolare quando a gestirla sono gli eredi “aventi diritto”, ai quali non mi riesce nemmeno di concedere l’attenuante di aver creato quel personaggio, quell’universo narrativo e tutte quelle cose lì): non possiamo definirla un crimine, non è così grave, ma resta un’oscenità ontologica. Una stortura ideologica che non considera un fatto fondamentale delle storie. Nessun personaggio, da Topolino a Corto Maltese, passando per Zagor, ha senso solo per volontà del suo autore, perché abbia senso è necessario il fondamentale contributo del fruitore (chiamalo lettore, spettatore, ascoltatore) che, con un atto interpretativo volontario, ne inneschi il meccanismo narrativo.
Il processo creativo passa necessariamente attraverso il lettore, anche se questa evidenza è spesso (sempre) rimossa dagli autori. Ci vuole un gigante come Stephen King per avere il coraggio di ammetterlo e per affrontare la questione, portandola all’estremo (per ovvi motivi) dal punto di vista dell’autore, in un grande romanzo teorico: Misery non deve morire.
Io, non ho difficoltà ad ammetterlo, condivido – senza la sua pulsione ossessivo/maniacale- le istanze di lettrice di Annie Wilkes: Senza di me nessun personaggio funziona.

Corto Maltese, dal giorno in cui ho letto per la prima volta Una ballata del mare salato, ha abitato e costruito il mio immaginario. Dal momento in cui è entrato, con l’atto della pubblicazione, nell’immaginario condiviso dei suoi lettori, è diventato proprietà pubblica. L’immaginario è un territorio comune, pubblico, e non c’è nulla di male a farsi pagare per arricchirlo con storie e personaggi, ma c’è qualcosa di sbagliato nel pretendere diritti a vita su quelle storie e quei personaggi che senza quello stesso immaginario non avrebbero potuto neppure vedere la luce. Lottizzare quel territorio rilasciando concessioni proprietarie a multinazionali, fondazioni, editori o semplicemente famigli degli autori, e chiudere in gabbie chiamate licenze i suoi abitanti è la cosa più sbagliata e ingiusta che si potesse commettere contro il nostro quotidiano bisogno di narrazione. Eppure accade continuamente, senza che noi – che non abbiamo la consapevolezza critica di Annie Wilkes – si obietti niente, mentre ci sarebbe da farci la rivoluzione su questa cosa del maledetto ©.

Intendiamoci, questo vale per Corto Maltese, come per mille altri, da Tex a Lupo Alberto, da Diabolik a Cattivik, da Wonder Woman a Black Widow. È che in questo momento quella che ho tra le mani, e che ha dato la stura a questa riflessione, è la nuova avventura di Corto, quella scritta da Martin Quenhen e disegnata da Bastien Vivès. È che in questo momento, visto la pletora di cazzate che ho letto in giro, è proprio di Oceano Nero che voglio parlarti. Quindi, senza soluzione di continuità alcuna, da parametro esplicativo tra gli altri, lo promuovo a puntuale oggetto del (mio) discorso.

Come ti dicevo: dal primo giorno in cui ho letto la Ballata, in una vecchia edizione Mondadori del 1972 comprata, se non ricordo male, nell’estate di dieci anni dopo (quella dei mie quattrodici anni) in una libreria di libri usati in fondo a via XXV aprile a Sestri Levante, mi sono identificato con Corto a tal punto da farmi comprare da mio padre, durante uno dei nostri giri tra le bancarelle dell’usato del Mercato Orientale di Genova, una vecchia giacca da marinaio in picot blu uguale a quella di Corto. Io ero Corto.
Non nutro alcun culto verso gli uomini, fossero anche i più grandi e geniali (e lui in qualche modo lo era), ma quando Hugo Pratt è morto mi sono sentito orfano dell’eroe più fantastico, immanente e irriconciliato che il fumetto abbia mai avuto: non tanto perché pensassi che fosse Pratt il solo a essere in grado di raccontare le storie di Corto, piuttosto perché ero certo che a causa delle scelte degli aventi diritto ci sarebbe mancato a lungo. Ero convinto che prima di veder tornare Corto (non mi sento di considerare avventure di Corto – ma è un giudizio strettamente personale, chiunque le voglia includere nel canone, faccia pure – le trascurabili e stucchevoli storie di Juan Dìaz Canales, le cui sceneggiature riescono a mortificare nella noia perfino un ottimo disegnatore come Ruben Pellejero), avremmo dovuto aspettare i canonici settant’anni. Merda! – mi dicevo – non sarò certo vivo nel 2065.
Invece. È stata lunga ma non così tanto. Ne siamo rimasti orfani per ventisei anni… anzi trenta, perché l’ultima puntata di Mu fu pubblicata in rivista nel settembre del 1991 e non ci fosse stato il fottuto impedimento del diritto d’autore probabilmente qualche bravo autore lo avrebbe ripreso in mano prima, comunque, finalmente, in questo settembre 2021, Corto è tornato.

Come ti sarà ormai chiaro, penso che ogni stravolgimento (finanche lo snaturamento), di tempo, di sesso, di genere, di tonalità dell’epidermide, sia non solo legittimo, ma – a ogni cambio di epoca – necessario.
Nonostante i difetti dell’edizione Cong: una traduzione, a mio avviso, tutta sbagliata e il corpo del font troppo piccolo in proporzione ai balloon, Oceano Nero riesce sia a realizzare questo cambio (in realtà si sarebbe potuto osare molto di più di una riparametrazione delle coordinate temporali diegetiche) sia a mostrarsi al lettore come una vera storia di Corto Maltese. Che si riallaccia sostanzialmente, senza tema del confronto (e sta qui parte della riuscita dell’opera, rispetto a quelle dei due spagnoli: nessun timore reverenziale e faccia tosta – proprio come quella di Pratt), a Mu. Una trama esile, ai limiti dell’inconsistenza, pensata e strutturata per collegare topoi prattiani (sviluppati in episodi di qualche tavola) secondo una ritmica precisa nella strutturazione della tavola (la stessa, appunto, dell’ultima avventura del marinaio, realizzata da Pratt). Su questa base ritmica, che tiene la linea delle tematiche prattiane, Vivès inserisce la variazione del suo segno che, pur nell’essenzialità estrema, che potrebbe a uno sguardo stolido ricordare quella dell’ultimo Pratt, si pone agli antipodi del segno prattiano.
Il grande cambiamento, che pochi mi sembrano avere colto, non è in sciocchezze come l’anno di ambientazione o nel fatto che Corto usi il cellulare e indossi una mimetica invece del suo solito picot, ma in quel segno (credo che sia proprio questo a respingere la maggior parte dei detrattori di quest’opera) che pur ponendo le sue radici nella Francia di Forest, Varenne, Blutch si apre a ciò che piace oggi a chi legge fumetti. Niente più Milton Caniff, nemmeno in assenza come negli ultimi lavori di Pratt, ma tanto Akira Toriyama. Capisco che questo possa turbare i vecchi lettori, ma- come dimostra il fallimento di Canalas e Pellejero, è l’unico modo per portare un personaggio così legato al suo creatore, nella contemporaneità. Se Vivès ha ragione o meno lo diranno i numeri, certo è che la sua mi pare l’unica via percorribile per fare uscire un protagonista, così estremamente funzionale del nostro immaginario, da quell’angolo di irrilevanza in cui era stato relegato dalla miope nostalgia dei lettori e dall’ingiustizia giuridica del diritto d’autore.

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