Ritratti

«Non dice e non nasconde»

«Fotografa, modella, dominatrice, crononauta, contorsionista e molto altro ancora, Rossella Valenti fu creata nel 1965 dal pubblicitario Adamo Stifles, geniale rampollo di un’agiata famiglia milanese. Il personaggio di Rossella, grazie anche al particolare erotismo feticista di cui Stifles infarcì le sue avventure – componente che il pubblico dell’epoca, in larga parte maschile, trovava indispensabile nel decretare il successo di un fumetto – , conobbe una prolungata fortuna e un plauso pressoché unanime di critica e lettori. Viene da chiedersi il perché, vista la pochezza dei contenuti generalmente proposti nelle sue storie. Sul piano grafico e tecnico però, era tutta un’altra storia (…)»

«Si dice che Milos Baffo (al secolo Milo Bafi, ma sembra che l’artista “aggiustò” il cognome per crearsi una parentela col noto poeta settecentesco, e che aggiunse la esse in fondo al nome per aumentarne l’esotismo), creò Il Marinaio in treno, mentre andava a colloquio con un editore per proporgli una serie d’avventura. Era il 1970, e anche se un personaggio simile, Il Pirata, era già apparso l’anno precedente nella sua seminale storia Cantico di mare e di terra, il carattere e l’aspetto del Marinaio, entrambi chiaramente ispirati a quelli del suo creatore, si definirono in quel viaggio in treno verso Parigi. Da lì in poi è storia: mai personaggio di un fumetto è stato incensato, idealizzato e mitizzato come lui. In anni recenti, con la serie sospesa dal 1995, dopo la morte di Baffo, i fan integralisti si sono impegnati in una battaglia legale per impedire alla casa editrice di produrre sequel scritti e disegnati da altri autori. Ci sembra che in questo scontro tra frustrazione reazionaria e progressismo speculativo non potranno esserci vincitori, se non sul piano prettamente economico, ovvio.»

da Fumetto. Un canone necessario di Alessandro Paoli (Oblò APS, 2017)
Disegno di alpraz

Dopo.

Apri gli occhi e stai camminando nella metro. Con la mano destra trascini qualcosa di pesante. Attorno a te è pieno di persone. Ti fissano. Ma non sono proprio persone. Sono animali. Animali vestiti come persone. La giraffa con la ventiquattrore e il completo. Il coniglio bianco affiliato alla gang. La gatta universitaria. Il rinoceronte. Il pappagallo. Il pappagallo in tailleur. E tu che trascini qualcosa di pesante.
Ti volti. Vuoi vedere cosa stai stringendo così forte con la mano destra. Intanto provi a ricordare, a mettere in ordine gli eventi. Il tempo. Già, il tempo. Eri al bar. Un bar che non c’è. Con te, tanti strani tipi da fumetto, e poi è arrivato il gigante. E il gigante ti ha mangiato. O almeno, così credi. Dopo che ti ha afferrato e che la sua bocca si è aperta, non ricordi più niente. Maledette amnesie. Da quando hai riaperto gli occhi dopo che il gigante ti ha mangiato (ok, ti ha mangiato), continuano ad affliggerti. Luce e buio. Luce. E buio. Inesorabili.
Hai finito di voltarti. Ah, già. Ecco cosa stai trascinando. Una caviglia. Un corpo. Il corpo di Rossella. Come hai fatto a dimenticarlo? L’hai appena uccisa.

Hai inseguito Rossella Valenti, l’eroina di alcuni tra i tuoi fumetti preferiti, per tutta la metropolitana, con la tua Sparinchiostro che fa CRACK in mano. Gli animali ti impedivano il passaggio, ma tu li hai scansati con forza. Anche il leone ottuagenario e la scolaresca di bufali. Stavi quasi per perderla, ma poi il treno ha curvato leggermente e Rossella – l’ormai vecchia e stanca Rossella – è scivolata, cadendo distesa. L’hai raggiunta. Ha fatto appena in tempo a girarsi per guardare i tuoi occhi riempirsi di lacrime, che hai premuto il grilletto. E la Sparinchiostro ha fatto CRACK. È così che hai ucciso Rossella. La tua Rossella.
Mentre riavvolgi il tempo nella mente, mentre cerchi di afferrare i ricordi, arrivi alla fine della metro. Lasci cadere la caviglia magra e sulla porta davanti a te si apre un buco. Una sfera che rispecchia un altro mondo. Devi attraversarla ora. Passare oltre, entrare in quel mondo. Continuare il tuo compito. Devi continuare a uccidere l’immaginazione.

«Ehi, musi di pietra, sto cercando un uomo».
Non fai in tempo a chiederti perché stai parlando in quel modo, che già gli enormi Moai ti rispondono.
«Un uomo? Noi conosciamo solo le stelle… Sì…Sì…»
«Sto cercando il Marinaio».
«Ah, il Marinaio… Il gentiluomo di fortuna… Lui lo conosciamo… Sì…Sì…»
I Moai hanno gli occhi puntati sulle stelle, anche se è giorno. Sono qui, su questa spiaggia, da chissà quanti secoli. Tu invece pochi minuti fa eri in una metropolitana piena di animali vestiti come milanesi. Il tempo non ti ha mai fatto così tanta paura.
«Già… Già… Veniva spesso a trovarci… Devi chiedere ai corvi, loro lo vedono ancora di tanto in tanto… Segui i loro versi insopportabili e li troverai… Sono poco più avanti, in un’altra storia».
Le pietre hanno parlato. Ora sono di nuovo mute, come dovrebbero. I loro occhi, fissi verso le stelle. Le ringrazi e senza attendere la risposta che non verrà, prosegui sul sentiero.
Poco più avanti c’è una collinetta. Di là, ti accoglie un prato verde e lucido. Prima una spiaggia e le gigantesche facce dell’isola di Pasqua, ora un cerchio di pietre, Menhir, come a Stonehenge. E comincia a piovere.
«Croack! Croack! Oberon, arriva qualcuno!»
Sui menhir, tre corvi neri. Tre corvi neri che parlano.
«Cosa dici, Puck? Io non sento nulla».
«Puck dice il vero, signore delle fate. Arriva qualcuno. Croack! Croack!»
Tre corvi neri con i nomi delle favole.
«Forse, Incantatrice, possiamo prendercene gioco per un po’! Strappare Myrrdin dai suoi sogni e ballare ancora l’antica danza! Croack! Croack!»
«Quietati, buffone e lascia in pace Merlino! Anche lui, come noi, sta bene lì dov’è. Dimenticato nel silenzio».
«Salve bei corvi» (di nuovo, ma perché parli così?), «sto cercando il Marinaio».
«Croack! Croack! Ancora il Marinaio! Vengono tutti per lui! E non è neanche così simpatico!»
«Lo puoi trovare all’Arsenale, poco più avanti. Croack! Croack! Sta sempre lì a guardare i leoni!»
Ah, certo. Venezia. Non poteva mancare. L’Arsenale di Venezia, deserto e irreale, ti si para davanti improvvisamente. I leoni di pietra. Il ponte. E un tavolino.
Corvi e Moai scomparsi. Non sono mai esistiti. Non è mai piovuto. C’è solo Venezia adesso. L’umido e la sua forza centrifuga, la catena di desideri e indolenza che non permette a nessuno di sfuggirle.
Al tavolino è seduto il Marinaio. Ti vede in lontananza, ti riconosce.
«Cosa ci fai qui a Venezia? Su, vieni a bere un rosolio!»
Lo sai bene, Marinaio, cosa faccio qui, pensi.
Respiri. Ti sistemi i vestiti (hai addosso un vecchio trench malconcio) e poi ti avvii.
Nel centinaio di metri che ti separano dal tavolino, controlli in tasca di avere pronta la Sparinchiostro che fa CRACK. C’è. È carica. Bene. Certo, in quel magico e lurido trench hai anche la Matita-da-battaglia che fa ZAC o il Gommartello che fa BONK. Ma probabilmente userai la Sparinchiostro. Per lui ci vuole quella. Svelta. Precisa. Nulla di meno per lui.
Ti siedi.
Ecco che sfodera il suo solito sorriso. Bellissimo.
Respiri.
Ci siamo.
Stai per uccidere il Marinaio.

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