Il Mundial 1982 come opera d’arte

Francesco Barilli | Il tradrittore |

Del Mundial ’82 e di cosa ha significato per me ti ho già parlato nel dicembre 2020. All’epoca, stupidamente, non davo il titolo agli articoli del Tradrittore, li numeravo e basta. A pensarci ora l’avrei intitolato 1982 e dintorni. O anche qualcosa di più solenne, perché quello del 1982 è IL MONDIALE, poche palle. Le prime due coppe del mondo, nel 1934 e 1938, puzzano di fascismo. Quella del 2006, ti dissi l’altra volta, la vinciamo perché nella cabala dei rigori Trezeguet mette il penalty sulla traversa. Ha il sapore della gioia, sì, ma pure di un nazionalismo urticante. E poi porta sfiga: dopo il 2006 siamo usciti due volte al primo turno, e alle due edizioni successive non ci siamo neanche qualificati. La botta di culo di Berlino ha chiesto il conto.
Insomma, il mondiale di Spagna è speciale. Non starò a spiegarti lo scetticismo che muta in entusiasmo, per una squadra che si trasforma e infila una serie di vittorie, tutte nei 90 minuti e tutte con gol su azione, contro le squadre più forti del momento. Non ti racconterò il senso di un gruppo che scende in silenzio stampa e si compatta, cancellando la memoria di un girone di qualificazione zoppicante e scrivendo in dieci giorni una storia che sa, davvero al di là di ogni retorica, di epica sportiva. Non lo farò, appunto. Altri lo hanno fatto e lo faranno, ed è giusto così.
Io ti parlerò del Mondiale 1982 come una serie di opere d’arte.


È sicuramente vero che non esiste una definizione di arte che sia universale o, peggio ancora, statica nel tempo. L’arte ha riferimenti variabili nelle diverse epoche, che orientano il nostro sguardo.
Se l’arte è un linguaggio, e l’opera d’arte è un momento particolarmente riuscito in cui quel linguaggio trasmette un’emozione, il bacio di Zoff a Bearzot dopo il 3-2 al Brasile è un’opera d’arte.

Già in quel momento il mondo si stava convertendo alla religione dell’apparire. Zoff e Bearzot erano alieni a quel culto. Tra loro e l’apparire c’era una distanza che in quell’istante venne meno, forse per un entusiasmo incredulo, forse per stanchezza, non so. Zoff definisce quella distanza «pudore», in una recente intervista, e ha ragione. Meno nota di altre immagini del torneo spagnolo, quel bacio mi emoziona ancora. Puoi vederlo in dinamica qui.


Se arte è qualsiasi attività umana che si esprime attraverso la creatività e tende a una forma estetica, allora anche l’urlo di Tardelli dopo il 2-0 nella finale contro la Germania è un’opera d’arte. Attento, non parlo del gol in sé, che pure è espressione unica (per la sua fattura, per la sua importanza) di una performance che, nel suo campo, sarà ricordata negli anni. No, dico proprio l’esultanza. Non è la gioia effimera di QUEL momento. È qualcosa che trascende quell’istante e allo stesso tempo lo fissa in una forma.


Da qualche parte ho letto invece che arte è tutto ciò che l’essere umano compie nel momento in cui non è semplicemente spinto da un imperativo biologico fondamentale (essenzialmente due: sopravvivere e riprodursi).
Ci può stare. Anche perché l’arte non necessariamente esiste per una élite di critici o diversamente eletti. Non necessariamente deve essere accessibile a quella cerchia in cui si possiedono gli strumenti per decifrare i contenuti di una data opera. L’arte non esiste solo per il mondo di critici, curatori ed espositori. Può essere prodotta da pochi, ma è per tutti.
Allargando il campo: è tutto ciò che l’essere umano fa nell’ambito di una propria attività che non sia, però, legato agli obblighi specifici imposti da quell’attività. L’arbitro, nel momento in cui dirige la partita e fischia un fallo o la fine di un incontro, non compie gesti artistici. Agisce dentro uno schema prestabilito. Ma anche lui può uscire da quello schema, compiere un gesto che rompe la normalità e diventa unico e irripetibile.

Veniamo dunque al momento decisivo, quando Nando Martellini HA DETTO:

«È finita! Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo!»

Non è la frase di Martellini che voglio tradurre o tradire. Quella mi serve solo per definire il contesto.
L’arbitro, tale Arnaldo César Coelho, si è appena inserito in un passaggio a centrocampo, una sorta di torello che neppure i tedeschi sembrano intenzionati a interrompere, rassegnati pure loro ad aspettare la fine.
Coelho prende in mano la palla calciata debolmente da Bergomi. La alza sopra la testa in un gesto irrituale.

Dopo quella sera di luglio 1982, certo, ho vissuto momenti bellissimi e irripetibili, che dal punto di vista personale cancellano, in una stupida scala di priorità, la vittoria del Mundial 1982. Ma quella è stata forse l’ultima occasione in cui sono stato davvero felice senza un motivo serio, vero, personale. Una cosa che resta nella TUA storia indipendentemente dal suo essere impersonale, che fa sentire la tua felicità come parte di un tutto. Una felicità che abbraccia quelli che scatenano i clacson delle auto o sconfiggono l’afa estiva gettandosi in una fontana, mentre io stappo una bottiglia di bianco con mio padre. Una festa ancora più bella perché tutti condividono lo stesso motivo: nessun motivo.

Dunque, rispettando il consueto mood della rubrica, non posso davvero dirti cosa HA DETTO César Coelho. Non ha detto nulla, ha fischiato e basta. Tre volte, come vuole il rito che sancisce il termine di una partita e come quel «Campioni del mondo!» liberatorio declamato da Martellini. Ma so cosa VOLEVA DIRE con quel gesto inconsueto:

«Siate liberi e felici! Ora comincia la festa!»

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