Dodici mesi, dodici fumetti: il 2022

Paolo Interdonato | Pantomime del Calisota |

Porco diavolo! Che difficile che è dichiarare quale sia stato il meglio di un anno appena concluso. Se mi chiedessi quali sono i fumetti più importanti usciti nel – chessò – 1975, probabilmente farei meno fatica. Il tempo mette tutto al suo posto: non devi più cercare di capire se assecondi la pulsione di un istante e dici sciocchezze che nei mesi a venire ti sembreranno imperdonabili. Hai riletto quello che dovevi rileggere. E poi la memoria è clemente e rimuove il superfluo. Il fatalismo borgesiano insegna che «la migliore vendetta è l’oblio».
Per QUASI è ormai una tradizione: in gennaio riassumiamo gli eventi dell’anno precedente. Dopo che tutte le altre testate hanno infarcite le loro pagine di “top ten” negli ultimi giorni dell’anno concluso, con la consueta propensione al procrastinare, arriviamo pure noi.
Porco diavolo! Che difficile. Se arrivi per buon ultimo, puoi sbirciare quello che hanno fatto gli altri e adeguarti, cercando di non fare figure troppo brutte, ma non ti è concessa dimenticanza alcuna.
Le top ten non sono mica come la memoria: quelle sono proprio inclementi. Devi scegliere dieci elementi, per uno specifico ambito, e ordinarli esplicitamente in accordo alla tua preferenza.
Non lo so se sono capace.
Allora mi do una regola ancora più stringente. Enumero i dodici fumetti più importanti dell’anno, scegliendone uno – e uno soltanto – per ognuno dei dodici mesi appena trascorsi.

Gennaio: Georgia O’Keeffe, amazzone dell’arte di Sara Colaone e Luca De Santis

Gennaio è un mese di passaggio. L’anno precedente si è concluso con la preparazione delle novità per Lucca Comics (che è sempre nel fine settimana dei morti) e con la confezione delle strenne natalizie. Mica siamo in Francia, dove gli editori di fumetti attendono ansiosi l’ultimo fine settimana di gennaio e il festival di Angoulême. Stupisce allora l’apparire di questo fumetto biografico firmato da Sara Colaone e Luca De Santis.
Sono una capra e so niente di Modernismo americano. Prima di leggere il libro pubblicato da Oblomov, non avevo mai visto un fiore gigantesco di Georgia O’Keeffe e non avevo mai sentito nominare Alfred Stieglitz (che di O’Keeffe è stato gallerista, promotore, fotografo, amante e marito). E anche adesso, la mia conoscenza si limita a una perlustrazione in rete pedestre e sommaria, subito evaporata in distrazioni e cazzeggio.
De Santis e Colaone, se ho capito bene, sono stati incaricati della realizzazione del fumetto dal centre Pompidou di Parigi, in occasione della grande retrospettiva dedicata alla pittrice tra settembre e dicembre 2021. Un fumetto su commissione è un territorio scivoloso. I due decidono di costruire un lavoro di ricostruzione biografica e critica. L’archiviazione dei materiali pittorici e fotografici dell’artista (morta nel 1986 a novantotto anni) è l’occasione per ripercorrerne la vita a ritroso, disegnando traiettorie ideali.
Raccontando la storia di O’Keeffe, c’era la possibilità di rimarcare temi forti, come la bisessualità e il femminismo. E questi avrebbero potuto essere una chiave di comunicazione facile: i giornalisti – anche quelli culturali – li capiscono e sanno trasformarli in macchiette che diventano facili e gestibili come un catechismo alla maniera di Michela Murgia.
Colaone e De Santis scelgono la via più difficile. Sottolineano l’antipatia del personaggio, il suo essere odiosa. E questi aspetti caratteriali respingenti diventano la chiave per entrare in un’analisi dell’opera e dell’ideologia dell’artista sfaccettata, complessa, molteplice. Una donna che rifugge gli schemi e le appartenenze: artista e corpo desiderato, femminista che rifiuta che la sua opera sia letta alla luce del genere (e lo fa dipingendo grattacieli, deserti e fiori giganteschi), donna mondana che cerca la solitudine, persona libera che si rinchiude in una relazione coniugale che tende ad annullarla…
Mi è difficile parlare del lavoro, spesso in coppia con De Santis, di Sara Colaone. Riesce a scegliere con precisione materiali narrativi lontanissimi da tutto ciò che mi interessa. Dovrebbe tenermi alla larga e, invece, ogni volta, mi appiccica a quelle pagine senza lasciarmi scampo.
Lo ha fatto anche questa volta.

Febbraio: È ora di spegnere le luci di Raymond Briggs

Rizzoli Lizard ha pubblicato l’ultimo grande libro di Raymond Briggs. Copio quello che ho scritto altrove: «Nel 2019, dopo una lunga attesa, esce Time for Lights Out. Il titolo dice già tutto. Quando il libro mi arriva in mano, il dolore è fortissimo. Raymond Briggs riversa in quelle pagine tutta la sua vita ma, siccome “Quando diventi vecchio, fare qualsiasi cosa richiede un sacco di tempo”, lascia il libro incompiuto. I disegni, soprattutto, sono spesso appena abbozzati. Come se non avesse avuto il tempo di arrivare ai definitivi. Un libro grandioso che sembra un’opera postuma pubblicata mentre l’autore era ancora in vita. Un atto d’amore nei confronti dei lettori.»

Marzo: Number 5 di Taiyo Matsumoto

Number 5 di Taiyo Matsumoto, pubblicato da J-Pop. Lo trovo sullo scaffale in libreria ed è irresistibile. Solido, materico, pesante. Un cubo di carta. Un cofanetto da due chili da tenere sempre accanto, contenente due volumi, per un totale di millecento pagine di racconto fantastico. La costruzione di un mondo meraviglioso in cui perdermi. Quel monolito di carta è lì: periodicamente lo prendo, lo apro in un punto casuale, come un oracolo, e riguardo delle sequenze. Mi viene da usare le parole che William Gibson aveva scritto per Dhalgren: Un’isola di caos e anarchia di Samuel R. Delany: «Io non l’ho mai capito. Qualche volta ho avuto la sensazione di capirlo in parte, o che mi stavo avvicinando alla soglia della comprensione. Questo non mi ha mai provocato il minimo imbarazzo, né ha mai interferito in alcun modo con il mio piacere nei confronti del testo. Casomai è successo il contrario. Non è lì per farsi capire pienamente. Io credo che, per il suo “enigma”, non sia prevista alcuna soluzione.»

Aprile: Il nido di Marco Galli

È una scelta impossibile. In aprile è uscito Elise e i nuovi partigiani di Tardi e Dominique Grange. Uno tra i massimi fumettisti viventi e la sua compagna di vita che si confrontano con la storia, la memoria, l’amore, le proprie vicende personali, tutti i fumetti e le canzoni che hanno fatto fino a quel momento. E che gli vuoi dire a un fumetto così? Vince tutto a mani basse. Non c’è partita. Mi dico che, siccome gioca in un campionato diverso, non ha alcun senso concentrarsi su quello.
Esce anche Il nido di Marco Galli per Coconino ed è fonte di stupore.
Galli è un autore difficilmente classificabile. Costruisce pagine bellissime che guardano al fumetto americano. Ha un segno spigoloso e tagliente che cerca di pulire continuamente. A un certo punto, i casi della vita hanno fatto sì che quel segno, prima così controllato, iniziasse a diventare più irregolare, meno preciso. E questa perdita di controllo, connessa a quella che pare essere un’ossessione per le forme più classiche del fumetto, ha trasformato il disegno e, siccome parliamo di fumetti, anche il racconto.
Il nido si infila in un luogo oscuro. Gli ultimi giorni della vita intima e privata di Adolf Hitler, rifugiato tra le alpi bavaresi e circondato da una corte di personaggi allucinati. Nei disegni di Galli emerge l’umanità del carnefice definitivo, dell’uomo più odiato (per ragioni sacrosante) dell’intero Novecento. I vizi, le paure, le ossessioni, le debolezze… Un essere umano con baffetti ridicoli. L’assenza di giudizio di Galli, la negazione di morale della storia (anche quando la Storia, quell’altra, ha già definito chiaramente una distinzione manichea), la distanza da ogni messaggio e il disegno senza protezioni (che significa poi, giacché parliamo di fumetti, racconto in caduta libera) producono un’opera completamente aperta.
Pare quasi che Galli non voglia un lettore ideale. Pare che non chieda a nessuno di unire i puntini, di riempire i buchi che ha lasciato nel racconto. Il nido è il più classico tra i fumetti, usa tutti gli strumenti che il dispositivo ha canonizzato nel corso della sua storia e anche tutti i trucchi che un fumettista esperto e intelligente può mettere in pagina.  Eppure, è così nuovo.

Maggio: Losers, nascita del primo settimanale giapponese di seinen, volume 2 di Koji Yoshimoto

Sul proprio sito, la casa editrice XPublishing presenta una mission che me la fa sentire lontanissima. Pare sia specializzata in «Misteri del Sacro, Archeologia Misteriosa, Nuova Scienza e Antica Sapienza, Ufologia, Esopolitica, Alchimia, Tradizione Primordiale e Simbolismo, Creature ed Entità Misteriose, Controcultura, Cospirazionismo etc.». Quell’elenco, accostato all’infilata di titoli e copertine, me la fanno annoverare – con gran dispiego dei pregiudizi che ho conquistato a fatica in una vita intera – tra le cose di cui non potrebbe importarmi meno.
Questa casa editrice ha un marchio, Nippon Shock Edizioni, dedicato ai manga che pubblica una rivista e qualche volumetto. Tra questi uno dei miei amori dell’anno passato: Losers di Koji Yoshimoto.
Diciamocelo, Losers non è un capolavoro. È un buon fumetto storico, realizzato con cura e attenzione, che racconta le origini di “Manga Action”, un settimanale di fumetti destinato a un pubblico che oggi diremmo di “giovani adulti”. Ed è anche un buon modo per vedere come le pulsioni a un racconto diversificato siano arrivate al fumetto nipponico seguendo percorsi articolati.
A metà degli anni Sessanta, il mondo editoriale giapponese è un po’ cialtrone, faticoso, improvvisato, e può avanzare anche a balzi e per assoluta casualità. All’improvviso, per volontà di un editor con una visione, sulla medesima rivista, arrivano le storie di Monkey Punch (Lupin III) e di Baron Yoshimoto (credo che in Italia si sia visto solo Seventeen per J-pop).
Dieci anni dopo che Yoshihiro Tatsumi ha coniato la definizione gekiga e tre anni dopo la nascita di “Garo”, ecco “Manga action”.

Giugno: “Smoking cat” 4

“Smoking cat” è una rivista di fumetti di cui non dovrei parlare. Però su quella rivista pubblica le sue cose quello che considero il più bravo tra i fumettisti di questo paese: Marco Corona.
Per avere la rivista, bisogna iscriversi alla newsletter substack e aspettare.
Negli ultimi dieci mesi me la sono ritrovata in mail sette volte. Su quella rivista, Corona sta centellinando frammenti. Cose anche bellissime, ma che denunciano il suo approccio da ricercatore privo di obiettivi. Si muove, sperimenta e, prima o poi, scoprirà cosa cercava. Ma solo dopo che l’avrà trovata: gli idioti, non capendo cosa stia facendo, usano nascondere la propria pochezza di spirito in una sentenza che evidenzia la loro idiozia, «Che spreco di talento!» E, come diceva il poeta, «sai che bel vaffanculo che ti porti nella tomba?»
Sì, quando parlo di Marco Corona rischio di perdere lucidità.
Martedì 21 giugno, primo giorno d’estate, alle ore 07.59, mi è arrivata la mail con il link al quarto numero di “Smoking Cat” in PDF. L’ho aperto e, subito dopo la copertina, c’erano le dieci pagine di Corona dedicate a Pier Paolo Pasolini. Un pezzo sublime, finissimo, costruito attorno al discorso spiazzante dell’intellettuale su Sabaudia, montato in fondo al documentario Pasolini e la forma della città, andato in onda nel 1974, un anno prima del suo assassinio.
Se vai a cercare il video, il viso di pietra di Pasolini, mentre parla, è carico di tensione emotiva, commozione, rabbia e stanchezza. Le dieci pagine di Corona distillano l’essenza di quel discorso e della vita di Pasolini. Raccontare una posizione etica e ricordare, senza mai perdere la tenerezza. Un altro atto d’amore.

Luglio: Faust, volume 1 di Tim Vigil e David Quinn

Faust di Tim Vigil e David Quinn è forse il fumetto più assurdamente violento e insensatamente spaventoso ch’io abbia mai letto. Gli anni Ottanta hanno dato al genere horror una spinta vigorosa. Impazzivamo vedendo le pellicole di Sam Raimi, Peter Jackson, Brian Yuzna, David Cronenberg… Anche Clive Barker, dopo che averci aperto il cranio con i sei Libri di sangue, era approdato al cinema.
Come spiegava Max Bunker all’inizio degli anni Settanta, “La paura fa spavento”. E lo splatter di spavento ne faceva così tanto che, qualche volta, addirittura si rideva.
Negli Stati Uniti si sviluppa un mercato per il fumetto indipendente. Il direct market favorisce la nascita di testate che possono essere vendute senza il marchietto che garantisce il rispetto del “Comics code” e dei vincoli censori da quello imposti. Si può finalmente lasciare emergere sesso e violenza, senza essere underground. Qualcuno si fa prendere la mano: Vigil e Quinn, per esempio.
In Italia vediamo i primi sei episodi della serie in una testata da edicola e qualcuno, probabilmente sentendosi molto arguto, liquida il fumetto con una recensione di sole due parole: «Merda pura».
La purezza, nello splatter, è un valore.
Cosmo in luglio ha pubblicato il primo dei tre volumi.
Li guardo e ne godo tantissimo.

Agosto: Gli occhi e la mente di Alberto Breccia e Carlos Trillo

Agosto è il mese in cui gli editori fanno uscire poco. La vita di un libro sugli scaffali è breve come la pipì di una farfalla. E le edicole, che un tempo esplodevano di pubblicazioni da leggere sotto l’ombrellone, sono più rare di un prete per chiacchierare in città.
Chi, come me, ha trascorso agosto in città, aggirandosi per le librerie in cerca di refrigerio condizionato, ha potuto imbattersi in un volume della collana dedicata ad Alberto Breccia targato Alessandro editore: Gli occhi e la mente, su sceneggiatura di Carlos Trillo.
Mi ero innamorato di quelle storie leggendole sulle pagine dei primi numeri della rivista “L’Eternauta”. Nella prima metà degli anni Ottanta, non conoscevo Alberto Breccia. L’ho scoperto sulle pagine di una rivista che lo affiancava ai segni iperestetizzanti (che allora mi piacevano e che poi avrei trovato stucchevoli) di Vincente Segrelles e Fernando Fernández, a quelli dei suoi compagni di viaggio Hugo Pratt, Arturo Del Castillo e Francisco Solano López, e a quelli di suoi allievi come Enrique Breccia, Horacio Altuna e Domingo Madrafina.
Era il più anziano tra gli autori pubblicati sulle pagine di quella rivista, eppure sembrava quello con la propensione più grande a mettersi in gioco. Lo avrebbe fatto per tutta la vita, continuando a costruire pagine che non erano mai ferme, usando tutte le tecniche e gli strumenti che gli arrivavano a tiro. Negando, per quanto possibile, uno stile così personale e radicale da non poter essere in alcun modo nascosto.
Gli occhi e la mente non è il lavoro più grande e importante né di Breccia né di Trillo (che stava omaggiando Héctor German Oesterheld e il suo Mort Cinder). Eppure, in quelle pagine, c’è così tanto fumetto da salvare perfino un agosto ozioso in città.

Settembre: The Walking Dead: Clementine, volume 1 di Tillie Walden

Il fumetto è, soprattutto, pagina. Certo, nella sua costruzione, tutto è importantissimo: la scelta dei momenti da rappresentare, la recitazione dei personaggi, le inquadrature, i dialoghi, lo spessore dei bordi, la forma delle vignette, il lettering, la forma del balloon. Tutte queste cose, insieme, diventano pagina (o striscia, va bene, non rompere!). E il fumetto quello è: pagina.
Robert Kirkman è il concretarsi materico di ciò che del fumetto non mi interessa. Uno sceneggiatore preciso, puntuale, capace di costruire una storia solida che si sviluppa linearmente per affastellamento di scene di 3 o 4 pagine. Una macchina per narrare inarrestabile che parte dai comic book della sua etichetta editoriale e alimenta l’industria della serialità televisiva.
The Walking Dead, che in Italia è pubblicato da Saldapress, è divertente. Un prodotto narrativo convergente, capace di alimentare piattaforme diversissime: fumetto, serialità televisiva, videogiochi, spin off, romanzi, giochi da tavolo, fan fiction, … Tutta la gamma di incarnazioni che Henry Jenkins ci ha insegnato a leggere come sistema narrativo unitario.
Clementine è il primo di tre volumi assegnati a un’autrice. Nel mondo squisitamente maschile di Kirkman si inserisce Tillie Walden, fumettista brava e giovane che costruisce libri godibili e assai venduti che si collocano senza ambiguità nel segmento “Young Adults”. A me pare un’ottima notizia. E lei è pure molto interessante.

Ottobre: La bestia di Zidrou e Frank Pé

Lo so. Sono usciti anche Hypericon di Manuele Fior e The Cyan’s Anthem di Lucia Biagi. Di entrambi bisognerebbe parlare a lungo. Eppure, l’arrivo in libreria de La bestia di Zidrou e Frank Pé è un evento per me importantissimo. Ho capito Franquin e il suo mondo troppo tardi e adesso mi ci accoccolo tutte le volte che posso. Siccome ho già detto altrove le mie motivazioni, posso solo ripetere una cosa: « Il marsupilami magro e affamato, sporco e furioso, che circola liberamente per Anversa, rifugiandosi nei boschi e cercando di sopravvivere, non è una metafora. È una storia potentissima che omaggia uno dei più grandi narratori del Novecento.»

Novembre: Sinfonia infernale: Concerto in Bosch minore di Hurricane

Un pittore fiammingo di cui si sa pochissimo. Benché sia vissuto a cavallo tra il quindicesimo e il sedicesimo secolo, non lo associamo mai istintivamente al Rinascimento. Fottutamente spaventoso e divertente, Hieronymus Bosch, è l’autore che porta a sintesi il fantastico medievale (l’idea è di Jurgis Baltrušaitis e non mia, purtroppo), donandoci un immaginario che profuma tantissimo di underground.
In occasione della mostra milanese di Bosch (a palazzo Reale fino alla fine di marzo), la casa editrice del “Sole 24 ore” commissiona un fumetto all’autore che con maggior difficoltà avrei visto associarsi a un progetto confindustriale: Hurricane.
Hurricane si muove in un mondo sotterraneo da oltre vent’anni (e ne ha meno di quaranta). Costruisce progetti collettivi (come riviste, festival e cadaveri squisiti) in cui coinvolge fumettisti lontanissimi, affiancando i lavori di bravissimi artigiani italiani (gente come Sandro Dossi o Carlo Peroni) a quelli di oscuri cultori del fumetto statunitense più censurato (Mike Diana o gli air pirates).
Quando disegna, sintetizza la storia del fumetto rivelando di essere un frullatore di segni e immagini.
Questa Sinfonia infernale è meravigliosa. Pagine bellissime (che lo scorso novembre erano appese alle pareti del museo Wow di Milano) che scandiscono una narrazione di sole immagini e retrodatano la storia dell’underground a Hieronymus Bosch.
I balloon e i colori – aggiunti durante la lavorazione per la pubblicazione, ma non presenti sugli originali – non aggiungano molto al racconto, che è potentissimo. Però non lo spengono. Ed è già tanto. In un mondo affollato di graphic novel e storielle instagrammabili, voglio più fumetti capaci di cazzeggiare e raccontare. Proprio come questo.

Dicembre: Il giocatore di scacchi di David Sala

Non sono onesto. L’ho inserito nell’elenco ma non l’ho ancora visto. Ti sto consigliando un libro che non ho mai tenuto tra le mani. Lo so, è poco serio. Però ho una giustificazione e, anche se non me l’hai richiesta, te la elargisco lo stesso. Mi succede spesso, guardando la bacheca Facebook di Onofrio Catacchio, di scoprire che il corriere ci ha recapitato gli stessi fumetti francesi nelle stesse ore. All’inizio di settembre di quest’anno, gliel’ho scritto. Abbiamo iniziato a raccontarci quali altri libri ci stavano entrando in casa e lui ha citato l’ultimo lavoro di David Sala. Non sapevo neanche chi fosse. Immagino che Onofrio abbia sollevato il sopracciglio e abbia pensato nefandezze sulla mia consapevolezza. Poi, siccome vuole che il mondo sia un posto migliore, mi ha mandato il pdf di un libro spagnolo, e mi ha scritto «Da’ un’occhiata alla mail!»
C’era il pdf de El jugador de ajedrez, edizione spagnola – fatti da Astiberri di Bilbao, una casa editrice che mi piace – di questo fumetto lungo, tratto da un romanzo di Stefan Zweig, uscito nel 2017 per Casterman. L’ho guardato per un po’; mica letto, che tra spagnolo e schermo, mi ci sono perso quasi subito e mi è parso un lavoro stupefacente.
Un fumetto potentissimo, carico di metafore visuali: pagine che spaccano il piano del racconto ricostruendo una scacchiera nel mondo. Proprio come ha fatto Stanley Kubrick nel processo di Orizzonti di gloria. «Sembra», ho scritto a Onofrio, «un fumetto pubblicato negli anni Ottanta da “(A Suivre)”».
«È proprio per questo che lo mostro a lezione», mi ha risposto.
Il giocatore di scacchi è appena uscito nella nuova collana di graphic novel di Gallucci, che ha già pubblicato diversi libri illustrati dell’autore. Adesso vado a prenderlo e, alla prima occasione, me lo faccio spiegare bene da Onofrio Catacchio.

E l’avrei finita qui, se non fosse che, a dicembre, è uscito (per Cosmo) un fumetto importantissimo e sbagliato: the Strange Death of Alex Raymond di Dave Sim e Carson Grubaugh. Ho letto la prima parte di quel fumetto, una decina di anni fa, a puntate (e incompleto, appunto) su “Glamourpuss”, uno dei comic book che Sim ha fatto dopo “Cerebus” (e, se vuoi sapere tutto, ma roprio tutto, di quel monumento alla narrazione farneticante e in evoluzione, rileggi tutti gli articoli di Omar). Una storia potentissima, fatta di conquista del segno di Alex Raymond, ottenuta copiando pedissequamente le pagine di Rip Kirby dagli albi spagnoli, magnificamente riprodotti. Un delirio ipnotico che, come dice un caro amico, quando, dopo decine di pagine di questa ossessione pulsante, la macchina guidata da Raymond vola, tu voli con lei. Il coautore di Sim, incaricato di finire il fumetto, ha fatto un lavoraccio su quelle pagine bellissime e ne ha distrutto i ritmi e il racconto; la parte completata da lui è inguardabile.
Si può consigliare un libro da odiare? Sì. Lo sto facendo.

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