“Alterlinus”: Un modo di intendere il fumetto

Paolo Interdonato | post-it |

Sfoglio il secondo numero di “Alterlinus”. Del primo ti ho detto, qualche settimana fa, che mi era parso somigliasse a un catalogo di promozione editoriale.
Claudio, il mio miglior nemico, mi ha scritto che sono un reazionario che non riesce a liberarsi da idee vetuste. Mi ha detto che questa idea della rivista come oggetto autoconsistente che compone la visione del mondo di un direttore, per quanto lecita, è solo uno dei modi di intendere il formato. «Pensa un po’», mi ha detto, «se di “Alterlinus” uscisse un numero ogni tre mesi e, alla fine dell’anno, avessimo tra le mani 8 o 900 pagine che raccontano un modo di intendere il fumetto nel 2024, con racconti, storie lunghe e frammenti, provenienti da Europa, America, Asia… Avremmo un catalogo annuale di cosa poteva essere il fumetto in quell’anno».

Mi lascio affascinare dall’idea di Claudio e sfoglio il secondo numero con questo pensiero. Ci metto un’attenzione particolare, nella speranza di trovare bellezza. E ce n’è. E anche tanta.

Il numero si apre purtroppo con un fumetto decisamente mediocre: è l’inizio di una storia di Wamu, fumettista di nazionalità italiana di cui non so nulla e di cui non trovo informazioni in rete. Dopo di quello, un sacco di bella roba: Death of Comics di Noah Van Sciver cheracconta la fine di “Crime Does Not Pay” e l’inizio del Comics Code, il codice autocensorio che, a metà degli anni Cinquanta, secondo la vulgata, ha sprofondato l’industria del fumetto statunitense in una palude di eroi inguainati nel latex e infantilismo; il seguito de La sola cura di Giuseppe Palumbo; una pausa quasi prattiana in Un certo dottor Wong, il nuovo fumetto di Igort; un recupero meraviglioso di Jacovitti del 1944; e poi cose di Andrea Ferraris, Wen Pin e Anna Brandoli.

Non riesco a convincermi che abbia ragione Claudio. Anzi, secondo me, ha proprio torto. Costruito in questo modo, “Alterlinus” non mi dà una vista unitaria. I frammenti non sono tasselli che compongono un’idea visibile nell’insieme. Non vedo il mosaico, ma bastoncini Shangai gettati alla rinfusa. Alcuni sono bellissimi. Per esempio in questo numero c’è la seconda parte di UK In A Bad Way dell’inglese James Harvey. Queste cinquanta pagine, diluite in due numeri, mi mettono di ottimo umore. Un mondo stranissimo, perduto nel tempo e attualissimo: un disegnatore giovane, che si muove solitamente nel fumetto mainstream statunitense, fa uno straordinario omaggio a riviste inglesi che non esistono più. Sembrano pagine prese da “Crisis” e intinte nell’immaginario iconico dei manga più pop. Un mondo senza cellulari, ma pieno di yokai e fantasmi nipponici, post punk e pulsioni lisergiche, Jamie Hewlett, Seth Fisher, Moebius e Yukinobu Tatsu.

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