Nell’immaginario femminista e transfemminista le forme di riappropriazione di termini entrati nell’uso con accezione negativa, nonché il processo di trasformazione di essi in strumenti di auto-definizione, è fondamentale. Penso per esempio al termine “troia” e al diverso segno che la parola assume, che varia a seconda di chi la proferisce, a che scopo, a chi è rivolta, in quale situazione, e così via.
Se un uomo [nel contesto sbagliato] mi dà della troia (di rado, ma è successo) la mia prima reazione è un’irresistibile tentazione di cavargli un occhio con una bottiglia rotta (bis), o, in caso, di rompergli una costola (tris), oppure di sentirmi autorizzata a fare uso del medesimo termine per qualificare le sue amiche e parenti strette (poker), nessuna esclusa, secondo una logica di una lucidità lapalissiana: se lo sono io, allora lo sono anche loro.

Per contro, se mi trovo nel mezzo di una manifestazione transfemminista, come la Slut Walk separata e non autorizzata che si è tenuta a Roma la sera di sabato 10 maggio, e canto insieme alle compagne ivi presenti cori che inneggiano al proprio essere troia, avverto immediatamente un senso condiviso di sorellanza, resistenza, organizzato caos di eversione. Cori delle transfemministe romane come il corpo ci appartiene / siam tutte puttane / il prete e l’obiettore / dovran tremare / se arrivan le mignotte / son botte son botte rivendicano per esempio il proprio diritto alla liberazione da costrizioni e limitazioni imposte dal conservatorismo dominante a partire dall’autodeterminazione come “puttane”, secondo uno schema di rifunzionalizzazione strettamente imparentato con la storia recente di termini coniati con un’accezione dispregiativa, come: ni**er, queer, fro*io e così via.
Del resto, il problema non è mai nella cosa in sé, ma nell’uso che se ne fa (a meno che non si tratti di congegni progettati all’unico scopo di uccidere, per esempio la sedia elettrica): ci insegna zio Eco che questo assunto si può estendere anche alla sostanza del nome. La parola in sé non può mai determinare una forma di violenza; semmai va handled with care. Più che l’uso di certe parole in sé, è come vengono usate cha va sorvegliato: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus, ovvero le parole rappresentano la struttura fissa che ospita concetti astratti mutevoli e dinamici, passibili di interpretazione e che si lempiono o svacantano (cit.) a seconda dell’epoca o del contesto.

Queste e altre elucubrazioni si contorcevano nell’insopprimibile, faticoso e accanito brusio che alberga nella mia scatola cranica, quando, il giorno dopo suddetto corteo, mi sono recata ad Art, Comics and Beer Festival presso Esc Atelier Autogestito, per seguire la presentazione dell’ultimo numero di “Smack!”, a cura del collettivo Moleste, da poco edito per i tipi di Eris. L’incontro, sapientemente moderato da Dee Sastrous (“Antifa!nzine”), ha ospitato interventi di Toonie (Viscosa), Kalina Muhova, in veste di artista di copertina, e Francesca Torre, co-direttrice del progetto. Dell’acceso e brillante dibattito, in cui si è discusso del rapporto tra le graphic narratives e le pratiche di cura (tema in oggetto al numero, che a breve sviscereremo), mi è rimasta impressa una considerazione proferita in esordio da Francesca: con le parole dell’autrice, la rivista impiega il linguaggio del fumetto come un “cavallo di Troia”. Ovvero, non ci si faccia ingannare dai morbidi colori pastello e dai toni del rosa e del lilla, nonché dalle delicate tinte che compongono il meticoloso ricamo pubblicato in copertina: sono tutti stratagemmi per perpetuare un ragionamento di una serietà che rasenta il pugno in faccia [Mi scuso per avere molto volontariamente ceduto alla tentazione del calembour troia (femmina del maiale e, per estensione, prostituta) / Troia (antica città greca), ma era più forte di me. Comunque, il parallelismo troia/fumetti che ho cercato di circostanziare vuole riguardare la strumentalizzazione in senso altro di ciò che è tradizionalmente stato usato in un certo modo, secondo lo schema – rifunzionalizzare le parole: rifunzionalizzare i fumetti].
A questa riflessione fa eco la spiegazione che Muhova ha dato dell’opera che è stata chiamata a corrispondere per il numero: l’esigenza di servirsi di tecniche associate all’immaginario femminile tradizionale – in questo caso, la classica casalinga che trova nel ricamo il principale – se non unico – sfogo/ristoro creativo concesso, a contenuti tutt’altro che rappresentati nella storia dell’elaborato scelto. Il numero 02 di Smack! (il terzo, dopo il numero 0 e Smack! Il pelo) reca infatti a bella posta il ritratto di una giovane dalle fattezze gradevoli ma non canonicamente belle, in posa rannicchiata e che osserva il riflesso specchiato della propria vulva, probabilmente colta nell’atto precedente o successivo alla masturbazione. Circondato da mutande insanguinate e tampax usati, il particolare anatomico compare in primo piano all’interno dello specchio, stilizzato in uno smile triste. L’uso dei questo codice ci orienta a propria volta a una complessità di concetti: oltre a farsi mimesi di una forma di censura, che, visto il contesto, non può che risultare di gusto ironico-spiazzante, l’illustrazione si carica di una profondità ulteriore. Questa bella donna ritratta in copertina, per quanto in una posa goffa e maldestra, è abbigliata in modo sexy, nonché truccata e pettinata con cura: il suo vero sé, qui trasferito nella rappresentazione della vulva, non si mostra necessariamente per quello che apparentemente. Un po’ perché i genitali, nella nostra società, vanno rigorosamente tenuti nelle mutande; un po’ perché l’atto di guardarsi allo specchio tradisce sempre un confronto diretto con noi stess* e con il nostro sguardo su di noi; un po’ perché se noi donne siamo tristi, la nostra vulva, in qualche modo, lo sente e ce lo fa capire. A marcare il senso di pulsante, ferita carnalità, la stanza che fa da sfondo alla protagonista è costellata di fiori rossi che sbocciano da vasi di varie forme e dimensioni.


Muhova non poteva trovare un immaginario più efficace per introdurre il tema di questo numero: la cura.
Non ho un rapporto semplice con il concetto di cura (come, credo, molte donne). Ho un passato problematico da questo punto di vista, perché ho visto mio padre ammalarsi, spegnersi e morire nel corso di una lunghissima ed estenuante malattia. Tutte, in casa, come potevamo, cercavamo di prenderci cura di lui, ma sapevamo che non sarebbe servito a niente e che tanto sarebbe morto lo stesso. I gesti che facevamo per prenderci cura di lui semplicemente si svuotavano di senso, riducendosi a rituali sempre più funesti. Sono ancora arrabbiata con l’idea dominante di cura, perché la cura con lui semplicemente non ha funzionato, e meno funzionava, più cresceva in me l’illusione del: “se ti curo io, starai meglio”. E’ stato maledettamente frustrante scontrarsi con l’idea che non era vero.
In questo momento il mio leviatanico super-io mi tira le orecchie e mi dice che questo è un problema mio e che non ha senso spiattellarlo così su un blog di cultura: eppure, mi viene da aggiungere che le donne, se sbaglio mi corigerete, in qualche modo siamo sempre abituate a confrontarci con l’idea, ancora dominante, che dobbiamo prenderci cura dell* altr* ancora prima che di noi stess*, o addirittura che prenderci cura dell* altr* è anche un modo per prenderci cura di noi stess*, che dobbiamo volerci prendere cura dell* altr*, etc. Se ragionassimo per sillogismi, l’inevitabile passaggio successivo è che, se sei una donna e non sei efficace nel prenderti cura di qualcun*, come noi non lo siamo state con mio padre, ti senti doppiamente fallita. Ho elaborato tutta sta roba attraverso un’infinità di sedute di terapia, e finalmente l’ho capita che devo piantarla di cercarmi come compagni di vita delle persone inesorabilmente malate dentro, da curare.
Per proiettare questo mio racconto dalla gratuita cerchia ombelicale del mio privato alla dimensione urgentemente culturale e politica di questi fumetti, riassumerò la questione così: il tema della cura è difficilissimo da trattare in ambito transfemminista, e, quindi, è importante che venga problematizzato in una rivista che si serve di congegni complessi e strutturati come i fumetti per disseminare la propria visione. Non perché abituare le donne all’idea di cura e accudimento sia intrinsecamente sbagliato, ma perché, culturalmente, gli uomini tendenzialmente non sono orientati a questo pensiero: non c’è una parità. Non è il modello con cui la maggior parte è cresciuta. E quindi, tendenzialmente, non lo fanno. Ed ecco un’altra ovvietà: anche se noi donne siamo sempre abituate a pensare che siamo noi a doverci prendere cura dell* altr*, qualcun* si deve prendere cura di noi. Anzi, la cura la dobbiamo pretendere almeno nella misura e nei termini in cui la diamo noi. Una società che rende sistemico e accettato che le donne diano più cure rispetto a quelle che ricevono, determina il solito pantano patriarcale viscoso e tossicissimo da cui rischiamo di non uscire mai, né come individue, né come agenti relazionali nelle nostre coppie, reti, famiglie, comunità e strutture di riferimento. E poi va a finire in un bagno di sangue.

Proprio perché per me l’idea di cura è un tasto dolente, mi servirò delle parole di persone molto meno confuse di me per tematizzare la questione. Penso a qualche testo di pubblico dominio, parte del patrimonio culturale collettivo. Per esempio, un famoso adagio jazz recita, I know you’ve been hurt / By someone else / I can tell by the way / You carry yourself / But if you’ll let me / I’ll take care of you. Ce lo ricordiamo tutti l’ossessivamente ripetuto Curami / prendimi in cura da te / solo una terapia, di quei fascistacci dei CSI che, mio malgrado, mi hanno regalato uno dei momenti più significativi della mia noiosissima vita all’Ippodromo di Roma nel giugno 2023; oppure, sei un essere speciale / e io avrò cura di te che ogni volta ci commuove quando ascoltiamo Battiato.
Rispetto a tutte queste bellissime parole, direi che il numero 02 di Smack! fa il passo oltre: prevenire è meglio che curare e, soprattutto, la cura non è qualcosa da meritarsi perché siamo “malat*” o “special*”, ma qualcosa che deve essere garantito a tutt*, in maniera trasversale e orizzontale. Non dobbiamo aspettare di stare male per curarci, anzi: avere cura significa prevenire la malattia, intervenire prima che ci si ammali. Perché se sono in tant* ad ammalarsi, a un certo punto la malattia diventerà la norma e le nostre vite affettive saranno sempre più (se possibile) sclerotizzate e deprivate.

Direi che, come Occidente, siamo già ampiamente oltre il crinale della malattia sociale, da tutti i punti di vista. Lo dò per assunto che il capitalismo fa schifo, dunque non mi dilungo. Continuo però asserendo che Smack! 02 a questo proposito, inanella una serie di discussioni, a partire dall’editoriale firmato Sara Fabbri, che dopo essersi concentrata sulle potenzialità del modello laboratorio per problematizzare il tema dell’autorialità, articola il concetto di cura per com’è inteso nel numero: uno strumento di cambiamento sociale che innesca un circolo virtuoso tale per cui la vulnerabilità non è giudicata o emarginata, ma occasione di riflessione e intervento collettivi. Al brodo primordiale dell’immaginario illustrato con un calmissimo chaos di silhouette da Sasso Donato e Lorenzo Raimondo, segue una riflessione di Le Recensioni Non Richieste sulle pratiche di cura negli spazi di autogestione, decorato da delicati ricami a disegno digitale di La Tram. Kaaj Tshikaladand e Shannice allestiscono uno scorcio post-apocalittico di una comunità tribale di stampo matriarcale. Ne apprezzo particolarmente le illustrazioni a pastello a cera influenzate da certi cartoni animati stile Cartoon Network primi anni Duemila, con forme nette e pose ed espressioni cariche. Un’ode alla solidarietà è il segno dominante della storia “Il Rimedio” di Margherita Meini, che si distingue per la scelta di un ritmo emotivo dettato dall’alternarsi delle misure delle vignette. Il tema della decostruzione della mascolinità tossica e mansplainer è demandato alle tavole di “Vero Duro”, sceneggiate da Susanna Raule e illustrate dal disegnatore attivo nel seriale Andrea del Campo, che si basano sulle battute di un cowboy protagonista, evidente parodia dello stereotipo macho più rappresentato in certe serie a fumetti italiane. Queste tavole punteggiano l’intero numero, rivolgendosi direttamente al* lettor* e sviluppando una linea a sé all’interno della pubblicazione: è interessante il ribaltamento concettuale che ne scaturisce, con la mascolinità tossica che irrompe stile pensiero intrusivo mentre si vanno coltivando ragionamenti che ne rappresentano l’opposto speculare. “Mee too” di Elsa Klée, che nei ritmi, nel disegno, e nel rapporto parola-immagine mi pare informatissimo del fumetto underground femminista anni Ottanta, è il resoconto agghiacciante di una denuncia per stupro, che pone l’accento sulla fatica che le donne fanno, tutt’ora, ad essere credute dalla polizia quando convocate a spiegare vissuti traumatici di questo tipo. Chissà come mai, la cosa non mi stupisce per niente. Diverse pagine sono dedicate a fumetti, illustrazioni e articoli informativi sul genocidio della Palestina in atto: in questo caso, la cura è declinata nel senso di informazione non tendenziosa e di dedizione alla memoria delle vittime. Partecipano all’inchiesta con opere diverse l* seguent* autor*: Rachele Pellegrini, Giacomo Guccinelli, Arianna Bellucci, Camilla Garofano, Giulia Quagli, Marta Alacevich, Valeria Fogato, La Tram. “La cura” di Bogdan Andrei Cracuin è una poesia/calligramma illustrata da fauna e flora immaginarie incentrata sul tema della riappropriazione del tempo e delle fasi della vita come stati mentali elastici e impermanenti.

Siamo oltre la metà del numero: di qui in poi, si alternano storie a fumetti, racconti, inchieste e illustrazioni di volta in volta dedicate a strumenti di cura del sé diversi. Questo concetto viene analizzato da una varietà di angolature, che spaziano dalla cosmetica (Luce Scheggi, Laura Bernardi) e delle sue variabili legate alla salute e all’età (Barbara Giorgi); al rapporto dissonante che donne, queer o trans non di rado intrattengono con con medici, cliniche, ambulatori e ospedali (Toonie, Rah Paolucci, Giona Barnaba, Claudia Fauzia, Susanna Raule, Claudia Iannacellom Carmen Guasco, Alessandra de Sio); alla cura degli spazi, per esempio attraverso l’orticoltura (Luigi Filippelli, Deborah Tommasini); alla cura degli animali, sia in prospettiva antispecista (Irene Rutigliano, Susanna Panini), che nella visione più usuale, ma non meno intima, dell’animale domestico (Francesca Torre, Susanna Radosti). Vividamente rappresentato è anche l’aspetto della cura del sé in senso psicologico, attraverso adattamenti letterari a fumetti (Gloria Pizzilli) o il dialogo con la personificazione del sé interiore (Neri Cortopassi). Non mancano infine riscritture di mitologie pagane, con il genere del racconto illustrato (Marilù Oliva; Diana Naneva) o proposte di zodiaci ben più innovative, attuali e socialmente orientate di quelle che Bob Brezny o Co-Star (o chi per essi) ci possono elargire (Francesca Torre; Elisa Buoncompagni).

A una rivista di varia che si rivolge al pubblico d’elezione di donne e comunità lgbtq+ non può naturalmente mancare l’enigmistica molesta (Luca Vanzella, Deborah Tommasini, Anna Zampatti): un cruciverba che, una volta completato, può anche fungere da prontuario di definizioni di termini in uso presso le comunità di riferimento della testata, o che sviscerano con precisione il tema in esame al numero.
In un sistema prevalentemente maschile e maschilista com’è ancora quello dei fumetti, in cui le autrici e autor* sono tante, ma chi occupa posizioni di direzione o potere resta comunque in prevalenza portatore di una visione patriarcale (con le dovute eccezioni), un’operazione come quella di Smack! non può che dirsi auspicabile: bisogna continuare a usare il fumetto come un cavallo di Troia, o francamente (ebbene sì, lo sto proprio per dire!), come una vera e propria troia: accattivante, ma che non fa sconti a nessun*.
