Reset

Mabel Morri | Play du jour |

Trovarsi in Liguria nel momento in cui la Sampdoria finisce in Serie C – e, per famiglia acquisita, in mezzo a genoani scatenati –, è come quella pubblicità della carta di credito: non ha prezzo.
Nemmeno alla vittoria del Mondiale dell’Italia o dell’Europeo ho visto scene così clamorose, prese in giro così fantasiose, felicità così inspiegabile come i tifosi del Genoa dopo lo 0-0 della Sampdoria contro la Juve Stabia.
Sembrerebbe tutto congelato però, a causa di pagamenti illeciti del Presidente del Brescia, Massimo Cellino, vecchia conoscenza del Cagliari e che porta alla penalizzazione della squadra lombarda e successivo ripescaggio dei blucerchiati. Ma qualcosa non torna: perché la FIGC, la Federazione Italiana Giuoco Calcio, nella persona del Presidente Gabriele Gravina, è garante dei conti della Sampdoria? 
Lo stabilirà chi di competenza.
Nel frattempo, è maggio, il maggio rosa del Giro d’Italia, un Giro che ha visto alternarsi almeno quattro maglie rosa e che riesce a essere a ogni tappa emozionante perché il banco salta sempre. Certo, avere i campionissimi (vedi alla voce Tadej Pogačar nel 2024 che appena si è vestito di rosa non l’ha tolta più fino a Roma) rende lo spettacolo sicuramente garantito ma forse, al contempo, anche più piatto. Aggiungo: per chi segue il ciclismo, chi lo ama, chi lo rispetta, lo guarda a prescindere.
Nel frattempo, è maggio e il calcio si avvia ai suoi risultati definitivi.
La Virtus Entella in Serie B, il Rimini Calcio vincitore della Coppa Italia Serie C, Sassuolo che torna in A, il Bologna che vince la Coppa Italia: ci sono come sempre tanti motivi per essere contenti e tanti per esserlo meno.
Riprendiamo allora qualche pronostico del settembre 2024 su come sarebbe andato il campionato e lanciando “una sfida” a Federico Beghin che potrebbe completare l’analisi finale, lasciandogli Parma, Venezia, Cagliari e Lecce.

Il Reset parte dall’ultima squadra analizzata in “Restart”.

Roma

A volte i campionati sembrano ere geologiche. Per dirla alla Lenin, come il suo famoso adagio: «Ci sono dei decenni in cui non accade nulla. E poi delle settimane in cui accadono decenni.»
C’era Daniele De Rossi all’inizio del campionato e lo conclude Claudio Ranieri che aveva annunciato il ritiro dalla panchina e invece alla Roma, per il cuore, ha accettato di portarla a migliore classifica. E che classifica. Ma prima ha regalato un’Europa League tenace, sudata, combattuta, impregnata del sogno romanista e che si è fermata solo contro l’Athletic Bilbao, onorando la competizione e gli ottavi.
La Roma finisce la stagione con un’incredibile rimonta, e persino, a un certo punto, sull’1-0 del Venezia sulla Juventus, in Champions. Poi la Juve vince e rimane così: Roma quinta in Europa League.
Stagione da solita Roma: anima, cuore, tragedie e gioie come sempre al cardiopalma.

Bologna

La maglia celebrativa della Coppa Italia costa 29 euro sul sito della squadra e le richieste sono così tante che hanno annunciato almeno un mese di ritardo per rispondere alle richieste spropositate che sono arrivate. Naturalmente sono una di quelle che stanno aspettando la consegna. Sto iniziando ad avere una passione feroce per le magliette celebrative: non fosse stato per un inconveniente sarei tornata dalla Liguria anche con quella della Virtus Entella che celebrava la ritrovata Serie B, perché, ça va sans dire, quella del Rimini «Noi Siamo Rimini», maglietta celebrativa per la Coppa Italia Serie C, è già nel mio armadio.
Scrivevo in “Restart”: «Come per altre squadre: il potenziale c’è, l’officina è aperta, sperando che il motore parta».
Il motore non solo è partito ma ha aggiunto gas a quello che già aveva: la vittoria in Coppa Italia poi è stata la ciliegina sulla torta. Intanto perché non accadeva davvero da decenni che il Bologna nel 2023/24 tornasse in Champions e nel 2024/25 vincesse la Coppa Italia a 61 anni dall’ultima volta. E poi anche per Vincenzo Italiano è stata una stagione da incorniciare e finalmente sfatare la maledizione del tecnico che perde le finali (3 di fila nei suoi anni alla Fiorentina, 2 in Conference e 1 in Europa League). Un altro allenatore che aveva di questi problemi era Giampiero Gasperini che poi, come Italiano, evidentemente deve attraversare l’inferno per avere un paradiso indimenticabile e leggendario con club non proprio abituati al tetto del mondo.
Il Bologna ha avuto una prima parte di stagione nella quale l’officina era molto operativa: la sua Champions è stata emozionante nonostante risultati non eccellenti, eppure la squadra è stata seguita a ogni partita in casa e in trasferta, sostenuta, tifata, viva. In campionato uguale, quasi che finita la meravigliosa esperienza in Champions, ha acceso finalmente il motore.
Curiose due situazioni.
La prima: nessuno dei campioni della Coppa Italia ha ricordato Thiago Motta. Di solito, in situazioni come queste, nella progettualità di un percorso che coinvolge anche persone che vengono sostituite ma che aiutano oggettivamente la crescita, c’è chi ringrazia e ricorda gli anni dello sforzo per arrivare al successo e i suoi interpreti. Per Thiago Motta pare che il ricordo non fosse proprio dei più belli.
La seconda: a gennaio, nel cosiddetto mercato di riparazione, arriva Davide Calabria, terzino che non trova più spazio nel suo Milan – squadra che lo ha cresciuto, coccolato, maturato e che lo stesso Calabria ama incondizionatamente –. La beffa vuole che il Bologna vinca proprio contro il Milan. Rimbalza molto, nei momenti topici della felicità sguaiata della vittoria, il video di Calabria in ginocchio, commosso, da solo e lontano dalla festa dei nuovi compagni, che non riesce appieno a godersi la vittoria, dispiaciuto per il Milan e felice, per se stesso e il Bologna, per questo suo riscatto.
Il Bologna con la vittoria della Coppa Italia si assicura il diretto passaggio in Europa League, ma l’ultima giornata dice che perde contro il Genoa e rimane lì, fuori dalla zona coppe ma comunque in Europa League.
Un Bologna così, avercelo ogni anno: stagione spettacolare.

Monza

Daniel Maldini nel mercato di gennaio passa all’Atalanta.
L’allenatore Palladino, passato alla Fiorentina, aveva lasciato una struttura, un modo di giocare frizzante e la speranza. Questa stagione però è iniziata male, non per demerito degli allenatori, Alessandro Nesta come primo e ultimo in sostituzione della parentesi Bocchetti, non per demerito dei giocatori, ma proprio perché nel calcio queste cose accadono: una negatività che si protrae per tutta la stagione senza che, nonostante gli sforzi, ci sia mai un momento in cui sembri che le cose migliorino.
L’obiettivo salvezza è sfumato prima ancora di pensare che ci fosse davvero speranza.
Stagione male male male.

Empoli

Continuo a sostenere che la tonalità dell’azzurro della maglia, così fluida, così da schermo del computer che poi quando vedi stampato su carta uso mano lascia perplessi, così azzurro lucido mi urta profondamente e ho avuto difficoltà a vedere le partite della squadra toscana. Eppure il suo campionato tra alti e bassi non è stato poi disgraziato, al contrario, sembrava davvero una compagine che poteva veleggiare tranquillamente sulla linea di confine della zona salvezza.
E invece all’ultimo turno di campionato si ritrova a giocarsela con Lecce, Venezia e Parma.
E accade che nel derby salvezza Verona-Empoli, i toscani perdono anche l’ultima e B diretta.
Stagione che aveva tutte le premesse per essere buona e invece.

Atalanta

La vittoria dell’Europa League, ancora a ripensarci storica e pazzesca, avrebbe potuto lasciare la pancia piena, nonostante l’allenatore Gasperini sia uno che ha sempre “fame” e le sue squadre altrettanto. La stagione dell’Atalanta doveva essere sia quella della riconferma sia quella dell’alzare la posta e l’esaltazione dell’Europa League ha avuto una scia molto lunga.
Poi però come a volte capita che si è competitivi in tutte le competizioni che si giocano e capita anche di non portare a casa nulla in quanto a coppe o a riconoscimenti.
È stata la stagione dei bergamaschi, fino a un certo punto a lottare per lo scudetto, fino a un certo punto buoni in Champions, fino a un certo punto papabili in Coppa Italia ma poi hanno incontrato il Bologna campione.
Vanno in Champions arrivando terzi, mantengono uno status all’altezza ma a riguardare il percorso di Gasperini e della squadra, soprattutto nei momenti delle voci di un possibile addio, qualche Coppa Italia in più avrebbe ampliato il palmares dei nerazzurri. E se lo sarebbero pure meritato.
Stagione da 8 nonostante tutto.

Fiorentina

La prima stagione di Raffaele Palladino sulla panchina in sostituzione di Vincenzo Italiano è coincisa con l’esplosione di alcuni singoli che ha portato i viola a buoni risultati. Per dirne uno, ha trovato un Rolando Mandragora, centrocampista acchiappa palloni e ottimo primo costruttore di gioco, in una forma che è andata crescendo fino all’ultima giornata.
Scrivevo: officina aperta. Quando l’ha chiusa la squadra era un mezzo gioiellino.
Giocatori ritrovati, alcuni diventati punti fermi e attaccati alla maglia, il capitano Ranieri finalmente valorizzato, un giocattolino funzionante e bellino.
Ha giocato un buon campionato, ha giocato una Conference League di cuore, di sostanza e di ottimi risultati, arrivando primo nella nuova formula di classifica e scontrandosi con il Betis Siviglia arrivato tredicesimo, finito in finale e che ha trovato la forma perfetta solo quando ha incontrato i viola in semifinale.
In Restart dicevo dei pantaloncini della Fiorentina: salutate i miei nuovi pantaloncini estate 2025.
All’ultima giornata, per una serie di combinazioni di risultati, arriva pure sesto coronando il campionato con l’accesso alla prossima Conference League.
Stagione da buona la prima, anche per i miei nuovi fiammanti pantaloncini viola.

Lazio

Come per la Fiorentina, il nuovo tecnico Marco Baroni ha costruito la sua Lazio: pragmatica, veloce, vivace. Come per la Fiorentina, giocatori che sono diventati punti fermi, altri ritrovati (Pedro, ormai al tramonto di carriera, strepitoso), altri ancora bandiere, come Zaccagni.
Hanno dato il cuore, per i tifosi è stata una Lazio emozionante soprattutto nella partita di ritorno di Europa League contro i norvegesi del Bodo Glimt (avendo però sbagliato l’andata) arrivati loro in semifinale. Ogni partita sudata, Baroni mastica calcio, si vede e porta la squadra non come la Fiorentina ma a un passo dalle Coppe.
Stagione da l’altra squadra di Roma che si riconferma a stare sempre lì, nelle prime 10, spesso tra la quinta e settima posizione.

Verona

Ha fatto quello che avrebbero dovuto fare Parma, Lecce ed Empoli, cioè un campionato giocato in tranquillità puntando al confine di cui sopra: vince semplicemente qualche partita in più, motivo per il quale si salva senza patemi.
Non entusiasma, non convince e nonostante l’anno coincida col quarantesimo dello scudetto del 1984/85 e le maglie siano un chiaro omaggio a quella incredibile squadra che ha vinto un irripetibile scudetto, rimane solo la ricorrenza e il merchandising che strizza l’occhio al vintage.
Stagione dei ricordi.

Napoli

Scrivevo in Restart: «Napoli che dopo l’anno orribile post scudetto nel quale i festeggiamenti dello scudetto sono durati tutta la stagione ‘23-’24, deve prima di tutto trovare l’equilibrio, deve inevitabilmente ridimensionarsi e deve trovare l’umiltà per fare un buon campionato. I risultati arriveranno».
Partito il georgiano Khvicha Kvaratskhelia nel mercato di gennaio accecato dai soldi arabi del PSG, sembrava che il colpo si dovesse fare sentire. Ma l’allenatore è Antonio Conte, uno che va avanti come un caterpillar e che come obiettivo probabilmente non aveva lo scudetto ma la semplice costruzione di fondamenta su cui, a sua volta, cementare. E invece si è ritrovato con il pressing psicologico da scudetto che non era detto che la squadra sarebbe riuscita a gestire.
Quando il Napoli, un venerdì sera di maggio, segna il primo dei due gol finali al Cagliari, Napoli esplode.
Ma con “i risultati arriveranno” confesso che non immaginavo che, alla prima, Antonio Conte mi avrebbe fatto usare la citazione raffinata e femminista del titolo del libro di Lisa Levenstein, They didn’t see us coming: La storia nascosta del femminismo negli anni 90.
Stagione da scudetto, stagione da “non ci hanno visto arrivare”.

Genoa

Sostituito Alberto Gilardino con Patrick Vieira, preso a gennaio Mario Balotelli in un’operazione che non si è capita bene (i due, Vieira e Balotelli erano tutt’altro che amici al Nizza), dato animo alla squadra, a metà campionato il Genoa aveva ritrovato un giusto equilibrio arrivando anche a cavallo della colonna di destra e di sinistra in classifica.
Sembrava un veleggiare tranquillo, come le imbarcazioni dei pescatori nei piccoli porti, e invece qualche risultato ha iniziato a essere bruttino, la classifica è peggiorata, i tifosi genoani hanno rivisto il baratro: insomma, essere genoani non è una passeggiata sul lungomare di via Italia arrivando a Boccadasse ma è una bella mulattiera costante prima di arrivare al mare blu di San Fruttuoso. 
Se fosse, la più grande soddisfazione sarebbe davvero la Sampdoria in Serie C.
Stagione da “spiaCe”.

Udinese

Encefalogramma piatto.
L’Udinese è stata una costante, nel bene e nel male dei risultati.
Mai un sussulto, mai un sospiro di eccitazione, mai una partita per la quale si sia urlato dalla meraviglia. O almeno questo è quello che ho vissuto io. Giusto l’attaccante Lorenzo Lucca ha creato il caso, saccente e prepotente nel caso del rigore contro il Lecce, ha saputo poi abbassare la cresta.
A onor del vero, l’Udinese ha avuto un Thauvin al meglio dal suo essere profondamente un giocatore del Marsiglia (notoriamente squadra di scappati da casa, gente che solo lì riesce a darsi una regolata e persino a giocare bene), altri che davvero hanno giocato bene e c’è stato un momento della stagione nel quale l’Udinese faceva notizia.
Poi i drammi della Juventus e del Milan hanno preso il sopravvento e dell’Udinese non ne è rimasta traccia nei titoli di testa.
Stagione classica friulana da buon vino minerale e fresco come il Kerner ma che se non si sa cos’è è piatto come il Verdicchio.

Como

«Se rimangono in A è tantissimo».
Felicissima di essermi sbagliata.
Cesc Fabregas ha costruito una squadra deliziosa, bella da veder giocare e ottima nei suoi singoli: nel mix di esperienza, dal portiere Pepe Reina all’attaccante Patrick Cutrone – che è dovuto tornare nella natia Como per ritrovarsi dopo tanto girovagare e una pesante reputazione da predestinato che non si è mai avverata -, a gregari come lo jesino Alessandro Gabrielloni che regala il contropiede fantastico del 2-0 nella partita che certifica questo Como come squadra notevole e che stende la Roma di Ranieri a una delle sue prime uscite con i giallorossi.
Una cavalcata sotto gli occhi di Keira Knightley che esulta insieme a Michael Fassbender e Adrien Brody in tribuna perché a un certo punto ci si accorge che allo Stadio Sinigaglia a vedere il Como ci vanno i vip, da Hugh Grant a Chris Pine, a Benedict Cumberbatch a Andrew Garfield, merito della visione del Presidente del Como, Mirwan Suwarso, che vuole rendere la città lagunare una succursale di calcio, panorama, successo, il the place to be, il luogo dove devi andare, e tra questi anche lo stadio.
In una delle ultime interviste Cesc Fabregas, alternando un italiano spagnoleggiante e il dialetto comasco, dice ai giornalisti: «Spero di arrivare un giorno che non mi si chiederà la domanda se il Como deve vincere le partite o no».
Applaudiamo questo bellissimo Como.
Gran stagione.

Milan

La previsione era: «Questo Milan, e non dipende da Fonseca allenatore o meno, quest’anno è tanto se arriva ai preliminari di Conference League».
Il portoghese Paulo Fonseca ha mangiato il panettone ma non lo zampone sostituito da un altro portoghese, Sergio Conceicao, che ha portato subito la Supercoppa e ha ballato negli spogliatoi fumando il sigaro.
Poi il disastro.
Fino alla finale di Coppa Italia, raccapezzata e ottenuta tra partite mediocri e partite orgogliose, troppo altalenanti sia i risultati sia il gioco dei rossoneri. E infatti la Coppa Italia è sfumata in una prestazione oggettivamente pessima.
Mi rendo conto ora che la previsione era fin troppo ottimista. 
Il Milan rimane senza coppe come nella stagione 2015-16 (sorvoliamo su quella del 2019/20 per la squalifica da fair play finanziario), un Milan che aveva in rosa il giapponese Keisuke Honda, Mattia Destro come attaccante, Andrea Bertolacci, Luiz Adriano, Carlos Bacca, Jeremy Menez, Alessio Cerci, il colombiano Cristian Zapata che in quell’ultimo Milan con Silvio Berlusconi Presidente fece dire ad Adriano Galliani, vedendolo Capitano, che aveva visto ormai tutto (in accezione negativa ovviamente venendo da Capitani come Franco Baresi e Paolo Maldini). Oggi, un oggi lontano di 10 anni, sembra incredibile che sia esistito un Milan come quello e soprattutto che arrivasse comunque settimo in classifica, quindi persino meglio di questo.
La verità è che è mancata la società: Zlatan Ibrahimovic nel ruolo che fu di Paolo Maldini ha fallito clamorosamente, non è riuscito a gestire nessuna situazione, non c’è mai stato e quando c’era era impalpabile. Il Milan, ogni società con una storia, non può non prescindere da gente come un Paolo Maldini: questo è stato il peccato originale.
E fino a che non si sistemerà e non si metteranno, a livello societario, dirigenti di fiducia che conoscono l’ambiente e masticano calcio, questo Milan sarà sempre un’occasione sprecata.
Stagione da: Rivogliamo Paolo Maldini.

Torino

Il Torino targato Paolo Vanoli era partito benissimo: bel gioco ostico, singoli efficaci, risultati interessanti. Poi qualcosa si inceppa. Inizia con l’infortunio dell’attaccante colombiano Duvan Zapata che si spacca il ginocchio in ottobre, con diagnosi micidiale: praticamente stagione finita. E come un domino che innescata la prima tessera fa cadere tutte le altre in successione, il Torino inizia a zoppicare.
Alterna risultati buoni a momenti di crisi e veleggia così senza più tornare a quelle belle prestazioni di inizio campionato. Si posiziona a metà classifica e lì naviga.
Stagione da pensavo meglio ma anche bene così.

Juventus

La stagione dei bianconeri è sembrata una giostra.
Sono anni che a Torino, lato imprenditori ricchi, chiedono una squadra che faccia il bel gioco, che incanti, che oltre ai risultati ci sia quella poesia calcistica che rende magici e dal ricordo indelebile. Ci riprovano dopo i due anni di Maurizio Sarri, ingaggiato per regalare alla Juve quel famoso bel gioco, Sarri che comunque porta a casa uno scudetto e il cui unico gossip erano le sigarette dell’allenatore e un’imposizione per l’abbigliamento (alla Juve in panchina non si sta in tuta, così Sarri optò per uno stile casual fatto di polo a manica lunga e pantaloni sufficientemente eleganti). Ci riprovano e prendono Thiago Motta dopo gli ottimi anni di Bologna.
Ma Thiago Motta non incide: arrivato in pompa magna viene sostituito dal ruvido croato Igor Tudor, ex difensore arcigno proprio della Juventus, che “rimedia” la stagione e, in tutto questo, tra polemiche, partitacce, giocatori che boh (vedi Douglas Luiz ma può essere una cattiveria: il brasiliano arriva portando con sé, nell’affare che lo porta alla Juve anche la fidanzata calciatrice, la svizzera Alisha Lehmann, che appunto va a giocare nella Juventus Women), arriva comunque quarta, con un rigore sul Venezia segnato da Manuel Locatelli, ottenendo pure un posto in Champions.
Stagione da: niente, la Juve e il bel gioco sono due parallele che non si incontreranno mai.

Inter

A un certo punto i tifosi interisti erano così esaltati che parlavano di triplete.
Eppure l’Inter è sempre stata lì, a gareggiare per ogni obiettivo, trovando come ogni stagione la sua quadra e il suo equilibrio, centellinando per esempio Frattesi che entrando nei secondi tempi ha regalato le reti al Bayern Monaco e al Barcellona in Champions in partite epiche.
Che poi a guardare l’Inter di Simone Inzaghi è uno che ha portato i nerazzurri per ben due volte in tre anni in finale di Champions, dopo un’attesa di dieci anni per farla arrivare anche solo agli ottavi della stessa competizione, le ha fatto vincere 1 scudetto, 3 Coppa Italia e 3 Supercoppa Italiana: insomma, non è robetta. Per altro, nel calcio moderno, risultati come questi danno valore, danno lustro, non solo alla rosa dei giocatori ma anche alla società, una società seria, in buone condizioni finanziarie, con una programmazione e una prospettiva. Quindi, di nuovo: non sono briciole.
Eppure si ritrova a complicarsi la vita sportiva.
Due obiettivi su tre sono sfumati, la Coppa Italia contro il Milan, il campionato contro la Lazio alla penultima giornata con l’erroraccio di Bisseck e successivo rigore del pareggio di Pedro del 2-2 finale. All’ultima contro il Como vincono (i tifosi del Como esulteranno al primo gol del Napoli al Cagliari, la rovesciata dello scozzeze Scott McTominay) ma non basta.


In un crossover di argomenti mensili della rivista che costruiamo ogni mese, mi è rimasto nel cuore quello di luglio 2023. Quello di questo maggio è “Le vacanze dei ricchi” che ben si sposa con la fine delle competizioni calcistiche, ma presto sarà giugno. Inizierà l’estate e nelle cascine sul mare “1 fritto misto e ½ di bianco” è l’ideale.
Il 31 maggio l’Inter giocherà la finale di Champions League contro il PSG.
Da triplete a “zero tituli” di mourinhana memoria?

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