Spesso le idee, buone o cattive che siano, per le cose che scrivo (articoli, saggi, racconti, sceneggiature) mi vengono mentre sto guidando. A dire il vero è una mezza fregatura, perché la situazione mi costringe a tenermele in testa, pregando che non se ne vadano prima che abbia la possibilità di fermarmi e di appuntarmele da qualche parte. Capita anche che arrivino fuori tempo, come in questo caso: su (Quasi), giugno è stato il mese di “Portatemi il responsabile!” e ho partecipato con un post it sul campionato di calcio. A posto? Ni. Proprio pensando al calcio doveva venirmi l’idea giusta, ma non è giunta se non a luglio. Qual è, nel giuoco del pallone, la figura per eccellenza considerata responsabile nonché spessissimo origine di tutti i mali? L’allenatore, ovvio!

Nel 2024, in un confronto sui gufi di Zack e Scott Snyder, ho citato Alberto Malesani, mister di lungo corso, ormai purtroppo dimenticato da presidenti e direttori sportivi. Personaggio vulcanico e interessante, Malesani è una miniera di saggezza, basta ripulire le sue dichiarazioni dal tono con cui le ha rilasciate e magari aggiustarle un po’ dal punto di vista retorico. Durante la famosa e famigerata conferenza stampa tenuta quando allenava il Panathīnaïkos, squadra greca di rilievo ma inferiore all’Olympiacos pigliatutto, sbottò contro giornalisti e tifosi. Ne disse di tutti i colori, mettendo in difficoltà l’interprete, soprattutto per l’enorme quantità di “cazzo” (alla veneta con una zeta sola) che proferì. C’è un passaggio in particolare che qui mi interessa: «Perché deve esserci sempre un resp… un deficiente di turno qua, che paga per tutti, cazo? Dodici anni, ventiquattro allenatori: e cazo, sarà mica sempre l’allenatore qua che deve pagare».
Malesani stava per dire “responsabile”, ma decise di virare su “deficiente”, forse per rafforzare il concetto. Ora, non so se la società greca abbia veramente cambiato due guide tecniche all’anno, ma la situazione descritta dal mister non è poi così lontana dalla realtà.
A chi segue o seguiva il calcio italiano, quando si parla di esoneri, viene subito in mente Maurizio Zamparini (1941-2022), patron di club come Venezia e Palermo. Figura tanto pittoresca quanto fondamentale per il movimento sportivo nostrano, il presidentissimo amava mettere il naso in campo, nel bene e nel male, assumendo e cacciando allenatori alla velocità della luce. Senza tenere il ritmo di Zamp, anche Massimo Moratti, quando non era troppo impegnato a dare la colpa dei propri fallimenti alla Juventus, cambiava i coach di frequente. La Juve stessa, avvicinandosi sempre di più al modello (tutt’altro che virtuoso) di gestione dell’Inter morattiana pre-2006, dal 2019 all’estate 2025 ha messo a capo delle truppe, nell’ordine, Maurizio Sarri, Andrea Pirlo, Massimiliano Allegri, Thiago Motta e Igor Tudor. Nel frattempo avrebbe provato a convincere a sedersi sulla panchina bianconera Pep Guardiola, Antonio Conte, Gian Piero Gasperini e Roberto Mancini.

I motivi che stanno alla base di queste piccole rivoluzioni sono presto detti. È facile addossare tutte le colpe a una persona, nella fattispecie l’allenatore, e allontanarla nella speranza che quella nuova risolva ogni problema, come se avesse la bacchetta magica, soprattutto se le alternative sono mettere in dubbio l’operato della piramide dirigenziale, presidente in primis, e vendere i vecchi giocatori per comprarne altri.
Da quasi vent’anni il calcio italiano, inteso come sistema, non può permettersi sessioni di mercato faraoniche: non sono più i tempi in cui il mister appena ingaggiato poteva presentare al direttore sportivo la lista della spesa affinché gli costruisse la squadra più congeniale. È una questione economica. Per acquistare un calciatore bisogna pagare il prezzo del cartellino al club venditore e, con il mercato drogato degli ultimi due lustri, difficilmente un giocatore di buon livello si sposta per meno di quaranta milioni di euro. A questi va sommato lo stipendio da assicurare alla nuova stella: almeno quattro o cinque milioni netti all’anno, cioè otto o dieci milioni lordi mal contati. Infine, spesso si aggiungono dei bonus alla firma per il tesserato stesso o per il suo procuratore. Diversamente, per assicurarsi la guida di un allenatore è sufficiente pagargli lo stipendio. Per quanto sia elevato, si parla comunque della retribuzione di una persona sola, non di tre o quattro, per essere ottimisti. Può anche capitare che il tecnico individuato sia già sotto contratto con una società e che, allora, sia necessario pagare una penale o agevolare la buonuscita, ma la cifra raramente supera i dieci milioni di euro. Quindi, se un presidente desidera cambiare rotta alla propria squadra, se la può cavare con una spesa di trenta milioni netti: tra i cinque e i dieci da versare annualmente al mister a cui chiederà i miracoli e una ventina da destinare all’acquisto di due o tre nomi di scarso richiamo. Tanto a scaldare la tifoseria saranno le congetture sui moduli e gli schemi di gioco del nuovo responsabile, vero e proprio parafulmine per dirigenti e calciatori.
Faccio qualche esempio concreto e attuale, visto che questa estate pallonara, come quella del 2021, è iniziata con il cosiddetto valzer delle panchine. Prendo in considerazione le prime otto classificate del campionato concluso a maggio. Mentre il Napoli campione d’Italia ha confermato Conte, il Milan ha richiamato Allegri undici anni dopo averlo esonerato, l’Inter ha scelto Cristian Chivu, la Roma Gasperini, la Lazio Sarri e l’Atalanta Ivan Jurić. La Juve si è accontentata di tenere Tudor, arrivato a marzo, e la Fiorentina valuta Stefano Pioli per sostituire il dimissionario Raffaele Palladino.
La speranza di questi club, ma non sono gli unici, è che gli uomini messi sotto contratto sappiano rivitalizzare e rilanciare calciatori che non hanno reso come ci si aspettava, magari rinunciando a un paio di talenti, sacrificati per immettere qualche milione nelle casse societarie, spesso in affanno.
Attenzione però: a fare da contraltare a un Allegri, da sempre definito un aziendalista, c’è un Conte che in passato non si è posto limiti comunicativi, affermando davanti ai giornalisti che «non puoi pensare di mangiare in un ristorante da cento euro con dieci euro». La metafora degna di Alessandro Borghese usata dall’allora allenatore della Juventus serviva per spiegare che la rosa a sua disposizione non era all’altezza della Champions League e che occorrevano, urgentemente, rinforzi di mercato. Era il 2014 e nell’estate dello stesso anno Conte abbandonò la Vecchia Signora senza pensarci troppo. La dirigenza dell’epoca corse ai ripari convincendo in un lampo proprio Allegri.

Conte non ci sta: non vuole passare per il responsabile delle sconfitte, come spesso tocca ai suoi colleghi, a maggior ragione quando la posta in gioco si alza. Questa sessione estiva di calciomercato del Napoli è iniziata col botto, con lo sbarco a Posillipo del centrocampista Kevin De Bruyne, ma se fossi un tifoso napoletano non dormirei sonni tranquilli. Ormai anche in Campania sanno di che pasta è fatto Antonio Conte e la sua conferma sulla panchina partenopea può diventare rischiosa tanto quanto un cambio di allenatore.
Sognava di diventare un calciatore professionista, ma a sedici anni si è svegliato e l’incubo è cominciato. Continua ad amare il calcio tanto quanto ama leggere fumetti di tutti i tipi. Cerca di sbarcare il lunario, scrive per QUASI e Lo Spazio Bianco, parla per il podcast hipsterisminerd e per LSB Live.