Il Piacere della Paura: Fare una cosa bella e basta

Paolo Interdonato | Disegnetti per perditempo |

Immagina un mondo in cui non sei sempre rintracciabile, la tua tasca non vibra a intervalli regolari, non devi scaricare gli aggiornamenti delle app, non ti senti in dovere di sapere tutto e subito compulsando una timeline, non racconti la tua presenza nel mondo mettendo cuoricini e condividendo stories…

Immagina un mondo in cui le persone non sono interconnesse, e per sapere cosa succede sulla superficie del globo devono ascoltare notiziari o, addirittura, sfogliare giornali; in cui la scoperta delle cose interessanti, utili o belle richiede spostamenti fisici e ricerche.

Ce l’hai fatta? No? Troppo difficile. Ti aiuto. È il 1973: Arpanet, antenata del web, è una rete di una trentina di grossi calcolatori che si passano informazioni usando protocolli di comunicazione non troppo evoluti. È uno strumento per ricercatori, programmatori e militari. Tutti gli scopi commerciali sono ancora di là da venire. Quelli ludici, ancora più lontani. Le persone scoprono quello che può interessarle chiacchierando, ascoltando la radio, leggendo riviste, passeggiando per librerie, negozi di dischi, biblioteche, edicole, musei, gallerie, feste di partito o di associazioni…

Se organizzi una rivista, una rassegna, una collana, un convegno, la vetrina di un negozio — insomma, un contenitore di storie, ascolti, visioni o, addirittura, sapori — hai il dovere morale di essere mosso da una grandissima curiosità intellettuale. Esserlo oggi dovrebbe essere facile, con tutti i feed, i canali, i motori di ricerca e le IA. Nel 1973, era decisamente più faticoso.

Nel mio tentativo (non sempre riuscito, lo ammetto) di essere mosso da curiosità, passo un sacco di tempo a farmi deludere dai contenitori che vedo in giro. Non perché siano pieni di roba brutta. I contenuti, le storie, le visioni hanno qualità e ragioni di interesse diverse e non oggettivabili. Ed è sempre stato così, anche nel 1973.

Mi delude, molto, la pochezza della visione d’insieme. Alla fine, al grido di «Content is king», abbiamo accettato qualsiasi aggregatore. Ma nel farlo, ci siamo dimenticati che quella frase è stata diffusa e divulgata da Bill Gates. E lo so che adesso, se lo cerchi in rete, viene fuori che è un filantropo, ma non è perché gente come Elon Musk, Jeff Bezos o il mostro di Milwaukee ha ridimensionato la portata del male di cui è stato latore, che gli dobbiamo davvero volere bene.

Gli aggregatori, oggi, nella quasi totalità dei casi hanno motivazioni interessanti: il commercio, l’acquisizione di informazioni, la pubblicità, la promozione, la conversione a un culto…

Trovare aggregatori mossi dalla curiosità intellettuale è (Quasi) impossibile.

Nel 1973, però, un esempio c’è. Anzi, c’era già.

Marcelo Ravoni e Coleta Goria arrivano a Milano nel 1965. Iniziano subito a lavorare in editoria: traduzioni e curatele di letteratura americana in lingua spagnola e di fumetti. Nel 1971 fondano l’agenzia Quipos e rappresentano diversi disegnatori e fumettisti. Tra questi, nel tempo, Quino, Alberto Breccia, Oski, José Muñoz, Carlos Sampayo, Altan, Maurizio Bovarini

Nel 1973 esce, per Mondadori, Il Piacere della Paura, un volume di grande formato, a colori e in bianco e nero, composto da 224 pagine stampate bene su bella carta uso mano ad alta grammatura. Un volume cartonato, con sovracoperta, di quelli che le case editrici mandano in libreria come strenne natalizie.

A curarlo ci sono Marcelo Ravoni e Valerio Riva. Il volume esce sul finire dell’anno e garantisce a chi lo riceverà in regalo ore felici tra gli addobbi natalizi e i botti di Capodanno.

Lo sfoglio è vertiginoso. Racchiusi tra il frontespizio di Coco e il disegno finale di Juan Ballesta, ci sono: Winsor McCay, Al Williamson, Alex Toth, Dino Battaglia, Alberto Breccia, Josep Maria Beà, Richard Corben, Enric Sió, José González, Sebastian Maroto, Moebius, Greg Irons, Guido Buzzelli, Willem, Philippe Druillet, Bonvi, Maurizio Bovarini…

Ora, se conosci un po’ di storia del fumetto, questi nomi possono sembrare scontati. Ma, se ci pensi un attimo, mostrano un’attenzione spasmodica a quello che sta succedendo nel mondo. Mentre sta succedendo. Certo: sono solo europei e americani. Certo: mancano i giapponesi. Certo: si può discutere su tante assenze. Ma…

Ci sono pagine di McCay realizzate all’inizio del Novecento. Ci sono storie tratte dalle testate di James Warren (“Creepy”, “Eerie”, “Vampirella”) e, a corredo del redazionale che le accompagna, la corsa mortale di Master Race di Bernard Krigstein.
Ci sono gli adattamenti più radicali (Battaglia con Poe, Breccia con Lovecraft, ma anche Crepax). Ci sono gli spagnoli dell’agenzia “Selecciones Illustradas” di Josep Toutain, gli underground (Corben e Irons), il momento in cui Jean Giraud diventa Moebius (La deviazione), la fantascienza francese che precede “Métal Hurlant”, l’esordio delle Cronache del dopobomba di Bonvi, che si firma ancora Francesco Bonvicini, Buzzelli, Druillet, Bovarini…

Pensaci, ci sono così tanti snodi della storia del fumetto, in un solo volume, da sottolineare un’attenzione fuori misura, un ottimo gusto e anche una solenne dose di fortuna.

Ravoni e Riva non hanno messo insieme Il Piacere della Paura per spiegare il fumetto a qualcuno. O forse sì, ma non solo per quello. Volevano costruire un oggetto che incuriosisse e intrattenesse. Per riuscirci hanno dovuto metterci dentro tutto quello che erano. Hanno dovuto scegliere, verificare, elidere, escludere.

Non avevano l’ambizione di storicizzare, classificare, costruire un canone. Ma l’hanno fatto comunque, quasi involontariamente, mentre mostravano quanto può essere bello, intenso e stratificato l’atto di guardare i fumetti.

L’introduzione e i redazionali sono marginali. Il vero lavoro è il montaggio. Ravoni e Riva lavorano da spettatori appassionati, lettori attenti, mercanti d’arte, faccendieri del gusto. E da intellettuali, nel senso più pieno del termine: danno forma visibile a una traiettoria, anche se non la spiegano. Ci chiedono di capirla da soli. Di fidarci delle immagini.

E mentre costruiscono il volume, intercettano in tempo reale gli elementi che stanno cambiando le regole del racconto a fumetti. La rivoluzione in presa diretta.

Certo: «The Revolution will not be televised», come insegna Gil Scott-Heron. Ma si può infilare in un libro.

Oggi, un libro così non lo fa più nessuno.

Per un sacco di motivi. Non sempre ottimi.

Non lo si fa perché gli editori – anche quelli grandi – pagano così poco da sfiorare il ridicolo. Perché i progetti su cui si investe devono garantire marginalità a due cifre. Perché si spende più tempo a progettare il target, i contatti con gli influencer e il ritorno dell’investimento che a pensare al volume.

Perché chi si crede portatore di un progetto culturale recupera robette minori del pleistocene, sfruculiando nella cassa panca in cui sono nascosti i lavori giovanili di grandi autori, o i fumetti senili di autori esausti, o, peggio ancora, robaccia da fast food spacciata per prelibatezza da gourmand.

Perché ci vogliono il budget per le liberatorie, le immagini che reggano l’alta definizione, i formati sostenibili in libreria, la sicurezza che nessuna minoranza o gruppo si senta offeso, le variant cover fatte da un pittore di santini, il pitch del marketing, il QR code per la realtà aumentata…

E allora, vaffanculo, non lo facciamo.

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