L’I-Ching, il “Libro dei Mutamenti” cinese, opera sapienziale utilizzata spesso anche in ottica divinatoria, ha dato il terzo nome a Roberto Raviola: dopo Magnus, derivato da un soprannome di gioventù, ecco “Il Viandante”, cinquantaseiesimo esagramma dell’I-Ching, con cui il fumettista bolognese si firma nelle storie dello Sconosciuto (e se non sai cosa sia Lo Sconosciuto, corri a leggere anche gli altri articoli di Quasi di questo mese, dedicato proprio ai cinquant’anni di quel capolavoro).

Leggendo la definizione dell’esagramma 56, salta agli occhi una frase: “Il Viandante indica l’esilio”. Magnus (come già ha scritto Paolo Interdonato nel suo articolo su Poche ore all’alba…), nella prima avventura di Unknow (unico nome che ci è dato sapere dell’ex legionario che noi chiamiamo, appunto, Lo Sconosciuto), tradisce il suo passato, rompe l’intesa con gli editori (ma non con il pubblico) e abbandona i “pupazzetti” e lo stile “alla Alan Ford” per trovare un segno più “maturo” e “realistico” (qualsiasi cosa voglia dire questa definizione) che lo traghetterà fino in fondo alla sua vita, dando a entrambi i suoi pseudonimi senso compiuto. Roberto Raviola è stato davvero “il più grande viandante” del fumetto italiano, ricercando con le sue opere solo ciò che lo appassionava, ciò che lo “chiamava”, senza compromessi, e allo stesso tempo, però, accettando anche molti incarichi per mere esigenze economiche: questa dicotomia, perfettamente integrata in lui, ne fa così uno straniero, qualcuno che pratica le vie dell’esilio.
È vero, come scrive Paolo, che Magnus è un “disertore”, che scardina gli occhi del lettore, passando dalla critica farsesca alla maniera del cinema muto di Alan Ford, alle crude riflessioni sul presente dello Sconosciuto, ma è anche vero che lo fa rimanendo pienamente nell’ambito di quel tipo di fumetto che sente essere il “suo”: il fumetto popolare da edicola. Magnus è un disertore, sì, ma non è un ribelle: è un autore-soldato che ha ben chiara la necessità di seguire fino in fondo la sua arte, ma sapendo bene di dovere – e volere – agire all’interno di un canone. Fosse stato davvero un militare, probabilmente avrebbe scelto anche lui la Legione Straniera, e “l’Albergo di Monsieur Gotié”, come Unknow.

In un pezzo di qualche anno fa (questo, dedicato a Come rubare un Magnus di Davide Toffolo), mi chiedevo, retoricamente, per quale motivo Magnus, dopo opere completamente di rottura e personali come Lo Sconosciuto, I Briganti o Le 110 pillole, abbia dedicato sette anni della sua vita (gli ultimi sette anni della sua vita, anche se non lo sapeva) al fumetto che è forse il più canonico che ci sia: Tex. La risposta è breve e semplice e la scrive Toffolo nel suo fumetto: ciò che vivi da bambino fa parte di te. Magnus non ha mai fatto mistero della sua ammirazione infantile, poi traghettata nell’età adulta, per Galep e per il suo Tex, così come non ha mai lesinato sui commenti entusiastici sul Flash Gordon di Alex Raymond: così, se andiamo ad analizzare gli ultimi anni della sua produzione, troviamo, a fianco del “Texone” scritto da Claudio Nizzi (La valle del terrore), tutta una serie di storie brevi realizzate come autore unico (Leggende dell’Appennino e Le femmine incantate – che, per chi scrive, insieme alla prima serie dello Sconosciuto, rappresentano i vertici del suo lavoro), rese con uno stile di fumetto molto vicino a quello del primo Raymond, pieno di didascalie, di immagini statiche (quasi incisioni al bulino, quasi illustrazioni) e pochissimi balloon. Una forma fumetto decisamente anacronistica, che però in Magnus, nella sua prosa e nel suo segno, nella maggior parte dei casi raggiunge una atemporalità che la fa risplendere.
Potremmo quindi definire Magnus – sconfinando negli ambiti della nomenclatura politica – un anarco-conservatore, oppure – affidandoci a termini più suggestivi e interessanti – un Waldganger, come lo intendeva Ernst Jünger nel suo Der Waldgang, tradotto in italiano come Trattato del Ribelle, ma il cui significato letterale sarebbe “Il passaggio al bosco”, così come il Waldganger è “colui che passa al bosco”.
I fumetti di Magnus parlano esattamente di personaggi come questi (personaggi come lui stesso) che “passano al bosco”, rinnegando le leggi della società, trovandole ingiuste e corrotte e spesso venendo traditi da esse e dai loro funzionari e esecutori, e percorrendo così la propria strada, completamente affidata e sottomessa a una personale e ferrea disciplina. Sono così Il Monaco di Ferro, Cranio di Pantera, La Fiera dal Volto Livido e Pioggia a Tempo Giusto nei Briganti, ed è così Unknow, Lo Sconosciuto.

Nell’ultimo episodio della prima serie di Unknow, quel Vacanza a Zhalé che ci consegnerà il suo eroe come morto nelle ultime pagine (in uno strano anello che, chissà se volutamente o meno, ce lo mostra sfumare nel bianco allo stesso identico modo in cui ce lo aveva presentato per la prima volta emergere dal bianco, di ritorno da un sogno, in Prima dell’alba…), la tragedia finale viene scandita dai versi di un altro waldganger: il poeta pre-islamico Thābit bin Malik, noto con il soprannome di al-Shanfarā o Shanfarā, il “bandito del deserto”.
Due anni dopo la pubblicazione di Vacanza a Zhalé, Demetrio Stratos e gli Area,nel loro ultimo disco insieme, 1978 gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano!, dedicheranno un brano a Shanfarā, proprio con il titolo Il bandito del deserto (titolo anche dell’unica raccolta di suoi componimenti in italiano, tradotti dall’orientalista Francesco Gabrieli e pubblicato nel 1947 da Fussi – Sansoni). Ma il poeta vagabondo e brigante, non è l’unico collegamento tematico tra gli Area e Lo Sconosciuto sul finire degli anni Settanta: proprio in Vacanza a Zahlé, Magnus ambienta la sua storia all’interno della Guerra civile Libanese, di cui anche gli Area cantarono in uno dei loro pezzi più famosi, quella Luglio, Agosto, Settembre (nero), che si apre con la registrazione della voce di una ragazza araba che chiede al suo amato di lasciare le armi e di tornare da lei a vivere in pace (iniciso dalla band nel 1973, nel loro primo disco, Arbeit mach frei). Vacanza a Zahlé esce in edicola nel gennaio del 1976, per cui Magnus ambienta la sua storia, ancora una volta, nella più stringente attualità: la guerra civile in Libano, e in particolare a Beirut e dintorni, scoppiata nell’aprile dell’anno precedente, che ha visto da una parte i Fedayyìn dell’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, e dall’altra le forze governative del Libano, sostenute, ancora una volta, da Israele.
A causare la “morte” dello Sconosciuto (che, come vedremo su “Orient Express” nel 1983, non sarà morto per davvero), è Kassem, un giovane guerrigliero dell’OLP che porta con sé, oltre a una bomba con cui farà esplodere vari clienti dell’Hotel in cui alloggia Unknow, compresa un’elegantissima bambina bionda, con tutta probabilità figlia dell’alta borghesia europea, e a una pistola con cui metterà “dentro” due proiettili al nostro legionario, anche un libro con i versi di Shanfarā. Kassem ci si presenta dunque come un “vagabondo e brigante”, un Viandante come lo stesso Unknow (e sarà proprio lui a condurlo all’Hotel e, non capendone le intenzioni, a permettergli di fare la strage e di ferirlo a morte), come lo stesso Magnus.


Recitano, alcuni versi di Shanfarā (gli stessi poi ripresi, in parte, da Stratos per il brano degli Area):
«E se tu mi vedi, o donna, abbrustolito come struzzo, miserabile, scalzo,
sappi che io sono l’uomo della pazienza, che riveste la sua armatura sul cuore, qual di bastardo di iena, e di fortezza mi calzo.
Ora sono in povertà ora in ricchezza, quella ricchezza che solo il bandito senza fissa dimora può attingere.
Non sono un disperato che mette in mostra il suo bisogno, né un arrogante che nella sua ricchezza si gonfi.
Gli istinti brutali non sopraffanno la mia saggezza, né io appaio come un curioso pettegolo, alle calcagna delle voci correnti.
Quante sinistre notti, in cui l’arco spezzato e arso serve a riscaldare il suo padrone, assieme alle asticciole che gli facevano da frecce,
io sono uscito all’avventura, tra l’oscurità e la pioggia battente, avendo a compagni disperata fame e gelo, paura e brivido di terrore
e ho vedovato donne, e resi orfani bimbi, e sono tornato così come partii, nel pieno tenebrore notturno.»
Molto interessante poi, l’ipotesi di Gabrieli secondo la quale il poeta-brigante non sia mai esistito, ma sia in realtà l’invenzione di Khalaf al-Ahmar, poeta di corte del VIII secolo, sotto i califfi Abbasidi, fine conoscitore dei “poeti del deserto” pre-islamici, che ne ha sapientemente ricostruito artificiosamente lo stile poetico, creandone a tavolino anche l’esistenza leggendaria.
A ben pensarci, nulla di troppo differente da ciò che Magnus ha fatto con il suo Unknow e, ancor di più, Hugo Pratt col suo Corto Maltese: un personaggio di carta talmente leggendario e impattante sull’immaginario collettivo che non stupirebbe di ritrovare, in un giorno molto lontano, su qualche colonia terrestre nello spazio, inserito nei libri di storia.

E parlando di Pratt, il 2025, oltre ai cinquant’anni dello Sconosciuto, segna anche il trentennale della morte del fumettista veneziano, come anche quelli della morte di Bonvi, mentre Magnus se ne sarebbe andato pochi mesi dopo, nel febbraio del 1996.
In quell’annus horribilis abbiamo perso così, in pochi mesi, i tre più grandi fumettisti italiani della loro epoca: un’ultima sincronicità junghiana, degna dell’I-Ching, vuole che tutti loro fossero affascinati, ognuno a proprio modo, dalla cultura araba e dalle scritture orientali, così come dai Legionari di “Monsieur Gotié”, tanto da dedicarvi tre storie memorabili.
Il mio consiglio, dopo la rilettura di Vacanza a Zhalé, è allora quello di andare a recuperare anche La città di Bonvi e Giorgio Cavazzano, e in particolare l’ultimo episodio, intitolato proprio L’albergo del signor Gotié, e Nel nome di Allah, misericordioso e compassionevole di Pratt, nella raccolta di episodi di Corto Maltese dal titolo Le Etiopiche, dove fa la sua prima apparizione Cush, il guerriero dancale che, non fosse per la fede islamica, sarebbe la rappresentazione perfetta del “bandito del deserto”.
Scrive fumetti e scrive di fumetti, poi scrive anche canzoni e le canta, insieme a quelle degli altri che gli piacciono. Il suo sito è www.francescopelosi.it.