Il crogiuolo di Dio

Paolo Interdonato | Pantomime del Calisota |

«Quando nacqui in casa non c’era nessuno. Mio padre era al bar e mia madre in fabbrica.» Come nel folgorante attacco del Malloppo di Marcello Marchesi, quando il 15 giugno del 1927 nacque Hugo Pratt, nella casa veneziana non c’era nessuno. I suoi genitori erano in villeggiatura a Rimini e, approfittando del clima leggero di quasi estate, il fumettista venne al mondo. Strillando e gemendo, come tutti.

Il padre di Hugo, Rolando Pratt, era un fascista che aveva lavorato alla bonifica delle paludi pontine e, cinque anni prima della nascita del fumettista, aveva partecipato alla Marcia su Roma. Un tipo tutto d’un pezzo che, nel 1936, si sarebbe trasferito con l’intera famiglia nella colonia italiana in Abissinia, stampandosi nella memoria del figlio nei panni di un uomo fragoroso e poco intelligente, sempre in pose ridicole, come i tanti che sarebbero finiti sulle pagine dei fumetti che verranno. Rolando era figlio di Joseph, Giuseppe, un francese di origini inglesi che insegnava al liceo “Ravà” di Venezia («roba da ebrei», avrebbe commentato anni dopo, con l’usuale autocompiacimento, Hugo). Giuseppe era morto durante la Prima guerra mondiale di febbre spagnola e, nelle memorie di famiglia, era ricordato come il tipo strano che non si era staccato dal fiasco nemmeno quando lo avevano portato via in barella.

La mamma di Hugo, Evelina Genero, era appassionata di occultismo. Non aveva studiato, ma sapeva leggere il futuro degli uomini nelle carte e negli astri. Era figlia di Eugenio Genero, nato dalla relazione illegittima tra un «aitante cuoco di bordo» e la rampolla di una famiglia di gioiellieri veneziani, gli Zeno-Toledano, ebrei sefarditi originari di Toledo, convertiti al cristianesimo e per questo detti “marrani”. Riconosciuto da un’altra famiglia di ebrei marrani in cambio di denaro, Eugenio era stato tra i fondatori del Fascio di Venezia e aveva messo insieme una delle prime squadre fasciste veneziane: l’aveva chiamata la “Serenissima” e a quel gruppo avrebbe aderito anche il futuro genero, Rolando. Il padre di Evelina fece due mestieri, apparentemente agli antipodi, che nella sua mente vivevano una strana simbiosi: poeta dialettale di un qualche pregio (Hugo citerà una sua poesia in Corte Sconta detta Arcana) e callista di Venezia che «parlava dei piedi con grande rispetto, con amore della lunghezza delle unghie e della loro forma, con competenza dottorale di calli e duroni». Eugenio si era sposato con una donna che proveniva da una famiglia turca trasferitasi a Murano nel 1400 per soffiare il vetro.

Alle origini dell’autore Hugo Pratt c’è una straordinaria mescolanza di culture. La sua famiglia sembra la pentola di Dio: inseguirne la genealogia costringe a un vortice di popoli e di storie tale da produrre ebbrezza.

La commistione di popoli che sta alla base dell’idea di multiculturalità ha trovato la sua metafora più felice in un testo teatrale dell’umorista inglese Israel Zangwill: The Melting-pot.

In quell’opera, portata per la prima volta sulle assi nel 1908, Zangwill racconta la storia di David Quixano, un ebreo immigrato dalla Russia zarista, esattamente come i genitori dell’autore, e sopravvissuto a un pogrom in cui avevano perso la vita sua madre e sua sorella. Nel disperato tentativo di lenire il dolore, David decide di comporre una “sinfonia americana” con la quale vuole superare gli odi razziali e le divisioni etniche. Descrivendo il senso della propria opera, David chiarisce cos’è il melting-pot, il crogiuolo. Dice:

«L’America è il crogiuolo di Dio, la grande pentola in cui tutte le razze europee si stanno fondendo e riformando! E, quando li vedo a Ellis Island, penso: siete proprio là, brava gente, proprio là. Nei vostri cinquanta gruppi, nelle vostre cinquanta lingue e storie, nelle cinquanta rivalità di sangue. Ma non sarà così per molto, fratelli, perché quelli verso cui andate sono i fuochi di Dio. Indifferente alle vostre faide e alle vostre vendette! Tedeschi e francesi, irlandesi e inglesi, Ebrei e russi: nel crogiuolo con tutti gli altri! Dio sta creando il vero americano.»

Per rispondere poi allo zio Mendel che gli fa osservare che di «veri americani» ce ne sono già ottanta milioni, David chiarisce:

«Il vero americano non è ancora arrivato. È ancora nel crogiuolo, vi dico: nascerà dalla fusione di tutte le razze e, forse, sarà il prossimo supereroe.»

Non stupisce che un autore di fumetti come Hugo Pratt, indifferente alle faide e alle vendette e capace di fondere nei suoi racconti i codici avventurosi di Milton Caniff e la profonda umanità di Héctor Germán Oesterheld, sia nato da un crogiuolo di popoli. Una grande pentola, in cui si sono fusi gruppi, lingue, storie e rivalità di sangue, per far nascere uno dei più grandi fumettisti al mondo.

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