C’è qualcosa di insano nell’idea di rientro. Partiamo dall’illusione che le vacanze (o, quanto meno, il periodo che il realismo capitalista ha riservato alla loro celebrazione) abbiano azzerato le nostre vite. Il momento del rientro è un Capodanno privato che si configura come primo giorno di tutto il resto della nostra vita. Si ricomincia. Con una carica inaspettata di vigore.
Ma si ricomincia a fare cosa? A lavorare, studiare, risolvere i problemi della quotidianità, pagare le tasse (che insieme alla morte imminente – come chiarisce un adagio caro agli anglofoni – sono l’unica certezza), prendere i mezzi (che finalmente hanno ricominciato a circolare come prima), a fare gli aperitivi e le apericene, a guardare la trasmissione del giovedì sera, ad andare al cinema, a teatro, dall’analista, in palestra, al supermercato nel giorno prestabilito per riempire il frigo per tutta la settimana, a guardare lo sport in tv, a gestire la scuola dei figli e gli ospizi dei padri, a far la fila in posta, a pranzare in quel posto cattivo ma economico vicino al lavoro, a scaldare gli avanzi, a tornare alla casella del VIA senza ritirare i 20.000. È certo: saremo persone migliori quest’anno. La nostra vita funzionerà meglio. Le notizie ci spaventeranno meno. Netanyahu sarà incarcerato per crimini contro l’umanità e potremo finalmente inserire il suo nome nell’enumerazione dei peggiori dittatori nell’orapronobis del male assoluto.

No. Dannazione! Ma chi vuoi prendere in giro? Non succederà nulla di tutto ciò. Continueremo ad perdere contatto con la realtà nella quotidiana danza al ritmo dell’alienazione capitalista. E non ci alieneremo meglio. Sarà sempre la solita, consueta, abituale, inamovibile, immutabile merda.
I parigini hanno un rito che prende forma tra la fine di agosto e l’inizio di settembre. Lo chiamano “la rentrée”. Approfittando di questo Capodanno del commercio, nel quale tutti si sentono rinvigoriti e rinnovati, predispongono numeri speciali delle riviste di critica e commento dei prodotti della cultura industriale che raccontano cosa è successo finora e cosa ci aspetta per i prossimi mesi.
Abbiamo amato “Les Inrockuptibles” quando, a cadenza settimanale, ci toglieva il terreno sotto i piedi indicandoci tendenze dell’intrattenimento che non avevamo ancora colto. Certo, era abbastanza facile: non avevamo in mano uno smartphone, imbottito di app, e non venivamo investiti quotidianamente dall’esplosione dei “trend topic”, degli “hashtag del giorno”, delle “breaking news”, delle “fake news”, dei “reel del ministro o del presidente di sti gran cazzi” e delle “opinioni di chicchessia”.
Adesso fare lo speciale “la rentrée” è più difficile. Anche per “Les Inrock” che, nel frattempo, ha diradato la sua periodicità.
Noi di (Quasi), in vacanza, non ci siamo andati: c’era da ricordare, trent’anni dopo, chi è stato Hugo Pratt. Però non vogliamo, in alcun modo, rinunciare a dire cosa ci aspetta per “Il rientro”.
Niente di buono, ça va sans dire (direbbero i parigini). Anche quest’anno non si vola. Però c’è un sacco di roba che vale la pena: fumetti, musica, film, romanzi, giochi, bottiglie, storie, passeggiate… Un sacco di ottimi motivi per stare al mondo. Nonostante tutto.