Sabato con Silenzio, Solitudine e un moccioso che ti accusa: Non sei mica il mondo di Raphaël Geffray

Mariagrazia Minardi | #quasifumetto, Povere creature |

E poi arriva quel sabato quindicinale, il famoso appuntamento con compare Silenzio e comare Solitudine. Altro che amici: loro sì che non ti bidonano mai.

La casa è vuota, stranamente quieta, immobile nel suo ordine perfetto. Le creaturine – di solito pubblico fedele delle tue petulanti ramanzine – non ci sono. E tu, senza il tuo bersaglio quotidiano, che diavolo farai?

Ti alzi, prepari il caffè, accendi una sigaretta e ti immergi tra le pagine del libro che stai leggendo. E poi? Tic tac, tic tac… il tempo non scorre, si limita a disegnare il perimetro del vuoto in cui ti aggiri.

Le letture serie? Smaltite, così puoi pure sentirti colta senza impegno. Cucinare solo per te? Non se ne parla. Rassettare? Neanche. Hai già seminato intorno abbondante mania di controllo.

Allora ti trascini per casa con l’eleganza di uno zombie da film di serie B, percorri il corridoio come se fosse il cammino di Santiago e ti infili nelle camerette delle creaturine assenti, convinta che annusare cuscini e morbidi pigiamini possa restituirti un briciolo di conforto. Poi, con l’aria di chi ha avuto un’illuminazione mistica, posi lo sguardo sulla libreria del tuo giovin figliolo. «Ecco la soluzione!», pensi: un libro per ragazzi. Dopotutto, mica li scrivono perché possano risultare disturbanti, no? Devono essere una specie di manuale di sopravvivenza zuccheroso, infallibile come la camomilla. Sicuramente troverai una storia che ti farà le coccole.

A conferma del tuo impeccabile talento nell’azzeccare sempre la scelta sbagliata, tra tutti i libri ne peschi proprio uno. Già la copertina, se solo ti degnassi di essere meno impulsiva, dovrebbe metterti in guardia: un avvertimento silenzioso che il tuo desiderio di conforto, fra poco, finirà miseramente tradito.

Non sei mica il mondo non è un titolo, è un manifesto di disprezzo tipografico che ti ricorda quanto tu sia irrilevante, è la frase che tua mamma ti sussurrava per umiliarti dopo l’ennesimo capriccio della giornata, qui stampata in maiuscolo come un rimprovero urlato. Ammetto di averla presa sul personale. Non capita tutti i giorni di essere sgridati da un libro prima ancora di averlo aperto. E poi lui, Bené, il protagonista. Quello che dovrebbe, in teoria, attirarti nella storia. Quel ragazzino al centro è un moccioso con sopracciglia aggrottate e labbra serrate. Ti fissa con occhi grandi, spalancati che oscillano tra sfida e paura. Quella che a un occhio distratto sembra solo l’immagine di un bambino arrabbiato davanti a una lavagna è, in realtà, un atto semiotico performativo. Lo sguardo del piccolo Bené non accoglie, non chiede protezione: accusa. È un gesto visivo che rovescia la retorica dell’infanzia e fa di lui non un oggetto narrativo, ma un soggetto disturbante. La lavagna graffitata alle sue spalle è più di uno sfondo: è la rappresentazione stessa del caos, un rumore grafico che ingloba e sovrasta, creando un effetto claustrofobico, un balbettio visivo, un discorso frammentato che funziona da controcanto alla linearità tipografica del titolo.

Lo sguardo del moccioso è una provocazione: «Davvero credi che io sia il tuo calmante da divano? Vuoi davvero leggermi? Non dire che non ti avevo avvisato.» La risposta è sì, voglio leggere. Che lo spettacolo abbia inizio.

Bené ha otto anni ed è già una leggenda metropolitana: un bambino che, invece di imparare a scrivere le letterine sul quaderno, sembra allenarsi per un futuro da teppista. Espulso da una scuola dopo l’altra, trascinato da una madre che non sa bene se fare la genitrice o la coinquilina, approda alla Scuola dei Colori. L’ironia del nome è evidente: qui il colore è bandito.

Eccolo, dunque, il piccolo Bené: aggressivo, ingestibile, un concentrato di rabbia. Insomma, il sogno proibito di qualsiasi dirigente scolastico: uno di quei casi che ti fanno venire voglia di anticipare la pensione.

In verità Bené non è cattivo, non è malvagio, non è posseduto dal demonio. È solo non conforme. E questo, nel modello educativo standard, equivale a essere “difettoso”. La scuola non include: estromette. La madre non aiuta: abdica.

A salvarlo (più o meno) arriva la maestra Valentine. Non aspettarti la classica insegnante da film edificanti, quella che ti cambia la vita con un sorriso e un girotondo. Valentine è concreta, ostinata, a tratti fastidiosamente testarda, a volte scorretta. Non culla, non canta canzoncine motivazionali, non consola, non promette al piccolo outsider un futuro radioso, ma si limita a fare il suo lavoro con rigore: insegnare a leggere, a scrivere, a contenere la rabbia.

E no, non avviene il miracolo. Perché Raphaël Geffray, invece di regalare un Bené redento e pronto a diventare il nuovo primo della classe, ti ricorda una verità banale quanto crudele: fidarsi, per un bambino così, non è questione di giorni, ma di anni. E a volte nemmeno basta.

Geffray ti piazza davanti agli occhi un tranche de vie senza zucchero aggiunto: nessuna introduzione, nessuna chiusura. Entri nel film già iniziato e esci quando la cosa si fa interessante. Perché? Perché la vita di Bené non è una fiction che si risolve in tre atti: è un cantiere aperto, rumoroso e incompleto.

Il bello – o il brutto, dipende da quanta voglia di ottimismo si ha – è che la storia si interrompe proprio sul più bello. Non c’è finale, non c’è morale, non c’è nemmeno un arrivederci alla prossima puntata. L’autore butta la palla in aria e poi se ne va, lasciando il lettore con il compito di immaginare dove andrà a cadere. Una bastardata? Forse. Ma anche un colpo da maestro.

L’uso dei balloon è ridotto al minimo. Il silenzio pesa più delle parole: gli sguardi, le posture, le deformazioni dei corpi dicono molto di più dei dialoghi. Il volto di Bené — ora urlante, ora deformato, ora perso — diventa un campo di battaglia che rende superfluo il testo. Questa economia verbale non è un limite: è una scelta radicale che obbliga il lettore a confrontarsi con la crudezza dell’immagine.

C’è poi l’aspetto cinematografico: inquadrature variabili, tagli ravvicinati, improvvisi distacchi. Geffray lavora come un regista che spia i suoi personaggi senza mai intervenire, alternando deformazioni grottesche a momenti quasi documentaristici. La narrazione non accarezza, non accompagna: osserva e basta.

È però sul piano grafico che il libro rivela la sua vera identità. Niente colori vivaci, nonostante l’ambientazione nella scuola dei colori: Geffray sceglie un bianco e nero rigoroso, con infinite sfumature di grigio. Una scelta che racconta la cruda realtà: piatta, soffocante, senza consolazioni cromatiche.

Ma non basta. Il giovane francese alterna due tecniche: l’acquerello, morbido, malinconico, per le scene quotidiane; e il tratto scarabocchiato, spezzato, violento, per i sogni e gli incubi di Bené. È un contrasto disturbante, schizofrenico. L’acquerello sembra offrirti una tregua, e subito dopo lo scarabocchio la distrugge. È come se il libro ti dicesse: «Non cullarti mai, qui non c’è niente di stabile».

Il risultato? Il lettore non ha mai una zona di comfort. Anche quando le tavole sembrano più pulite, sai che dietro l’angolo c’è l’irruzione del caos grafico. La pagina non si legge mai come una sequenza lineare e ordinata, ma come un campo di battaglia in cui ogni elemento grafico compete per la tua attenzione. È un modo di costringere il lettore a rallentare, a perdersi, a sentirsi spaesato. In breve: un’esperienza estetica scomoda, coerente con la storia che racconta.

In definitiva, il disegno di Non sei mica il mondo non serve ad abbellire né ad addolcire. Serve a farti entrare in uno stato di disagio permanente. Non c’è mai l’impressione che Geffray ti voglia accogliere: piuttosto ti spinge in una stanza grigia, ti chiude dentro e ti obbliga a guardare.

È per questo che il libro resta impresso. Non perché ti coccola, ma perché ti ferisce. Non perché ti guida con chiarezza, ma perché ti confonde. Non perché ti spiega tutto, ma perché ti lascia in sospeso.

E allora, alla fine, cosa ho trovato in quel sabato quindicinale, seduta con compare Silenzio e comare Solitudine, convinta che un libro per ragazzi mi avrebbe imburrato l’anima come una fetta biscottata? Non le coccole, questo è certo. Nessuna carezza narrativa, nessuna consolazione pedagogica.

Eppure, paradossalmente, un conforto sì. Perché Non sei mica il mondo ha il coraggio che molti libri per adulti non hanno: non semplifica, non banalizza, non ti addormenta con la sua brava morale rassicurante. Ti dice che la vita è scomoda, che la crescita è un cantiere sporco, che non esiste un manuale di istruzioni.

Ed è proprio qui, in questa assenza di zucchero e di fronzoli, che ho trovato il mio conforto. Perché Geffray ti tratta da lettore adulto anche quando hai in mano un libro pensato per ragazzi: non ti mente, non ti compiace, non ti illude. E in quel rifiuto della facilità, incredibilmente, c’è la più autentica delle consolazioni.

Ti è piaciuto? Condividi questo articolo con qualcun* a cui vuoi bene:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

(Quasi)