Giorgio Canali: Ho bisogno della musica per sentire le parole

Paolo Interdonato | Facoltà di cazzeggio |

Sono un vecchio arnese, figlio del ventesimo secolo. Ho ancora un desiderio di possesso della materia. Per esempio, la musica: se è in rete, in quella nuvola immateriale che chiamiamo cloud, a portata di click o di tap, non la sento mia. Mi piacciono gli oggetti materici (e deteriorabili) che posso inserire in una macchina capace di suonarli. Poi, certo, ho le mie playlist su quella app che dovrei boicottare. Ma mi piace molto di più mettere un disco e ascoltarlo dall’inizio alla fine, inseguendo l’idea di chi lo ha fatto, nella speranza che, nella sua costruzione, ci sia un progetto. Tra questi dischi, ce ne sono alcuni che, una volta che si sono infilati nel lettore, non lo abbandonano per un po’. Bisogna cacciarli a forza, sgomberarli.
In questo periodo ascolto Giorgio Canali, continuamente. A ripetizione. Maturando un sacco di curiosità.

È un chitarrista molto bravo con un’idea di canzone che a me pare all’incrocio tra tutto quello che è venuto dopo il punk e la musica cantautoriale. Di lui, Giovanni Lindo Ferretti dice:

«Che il rock, nella sua forma genuina, ben poco abbia a spartire con l’Italia lo dimostra da sempre piazza San Giovanni in Roma il primo maggio, ma lo certifica la presenza semiclandestina di Giorgio Canali nella scena italiana. Eppure, lui è bravissimo, forse il migliore. In lui tutto è rock: la sua vita, le sue donne, le sue giacche le braghe le scarpe, le sue macchine, i film che guarda. Il fumo delle sue sigarette, senza filtro, che lo permea e lo avvolge, un intruglio alcolico a portata di mano. Quello che legge e scrive. I suoi paesaggi che detesta, campagna montagna e solitudine. Ciò che gli serve è una sera in un pub affollato e un risveglio in un motel di periferia affacciato su uno svincolo autostradale con distributore e bar. Una macchina, un pieno, una donna da qualche parte. La musica ce la mette lui. Meraviglia di una vita.»

Privo di pudore come sono, cerco un contatto di Canali, gli scrivo, mi presento e gli chiedo se ha voglia di fare una chiacchierata. È gentilissimo e, un paio di giorni dopo, le nostre facce sono affiancate sullo schermo del programma di videochiamata.

Paolo: Come ti dicevo, a me piacerebbe chiacchierare della forma delle tue canzoni, di come le scrivi quelle canzoni, perché mi incuriosisce molto. E mi incuriosisce molto per diversi motivi: per il fatto che sei molto narrativo, hai un uso articolato dell’intertestualità, delle citazioni, e dentro ci metti le situazioni che vivi.

Giorgio Canali: Sì, c’è sempre un link, nelle mie canzoni e bisogna cliccarci sopra. È esattamente quella cosa lì. Scrivo le mie canzoni in modo ipertestuale. Infatti, ogni tanto, quando spiego i miei dischi, lo faccio con un documento Word con i click sui riferimenti.

P: È proprio questa la prima cosa che mi colpisce. Se non ho capito male, hai un’esperienza musicale, una formazione, che arriva da un sacco di mestieri diversi in un sacco di contesti diversi. Sei un ottimo chitarrista, e questo lo si sa. Poi…

GC: Vè… un ottimo chitarrista! So truffare bene con la chitarra. So fare finta di saper suonare. Ci riesco bene perché la gente ci casca, quindi va bene.

P: Ecco, io che sono una mente semplice ci casco in pieno.

GC: Ma ogni tanto ci casco anch’io. Mi dico: «Cazzo, senti qua!»

P: Vedi, quindi noi menti semplici, alla fine, nei tuoi suoni ci entriamo e ci perdiamo. Poi hai anche un mestiere di produttore, il mestiere di quello che aiuta alla costruzione del prodotto disco. E, a un certo punto, questi mestieri diversi arrivano a un incrocio e si trasformano in un bisogno di canzone. C’è stato questo incrocio in cui i mestieri si sono sovrapposti oppure, già prima, avevi una passione per la forma canzone?

GC: Scrivere è una cosa che faccio da quando ho preso in mano una chitarra. Prima facevo finta di scrivere poesie. Tra l’altro la forma poesia mi sta sui coglioni in una maniera mostruosa, proprio non riesco a leggere un libro di poesia, non ci posso fare niente, sono proprio refrattario. Mi annoia la poesia in generale, a parte i grandi nomi. Riesco ad amare solo i poeti che non scrivono poesia in rima. La rima è roba da canzone, non è roba da poesia. La poesia, specialmente quella che ha proprio la forma della canzone, se non finisce in una canzone, mi sta sui coglioni. Non ci posso fare niente. È più forte di me. Ho bisogno della musica per sentirle le parole, capisci?

P: Un po’ a fatica, come sempre. Ma poi la poesia è quella roba che finisce prima della pagina. Invece la prosa no. Arriva fino in fondo: ottimizza l’uso della carta. Però poi c’è il verso libero che ci frega tutti.

GC: Esatto, il verso libero è bello.

P: Sì, però tu sei anche molto attento alla metrica e di metro ne sai veramente tanto.

GC: Soprattutto sono molto attento a far entrare quello che voglio dire in metriche spesso rocambolesche e piantate giù col martello. Sai, mi viene in mente quella pubblicità con il bambino cattivo che prende le stelline, i cubi e i tondi e li butta dentro, a martellate, nelle formelle. Con le parole faccio un po’ così. L’importante è il contenuto, non tanto la forma. Invidio molto quelli che riescono a fare una canzone sgrammaticata, e a farla diventare poesia. Perché io non ci riesco, io devo per forza parlare in italiano corretto e invidio Giovanni Lindo Ferretti, per esempio, che ogni tanto si inventa dei giri che vengono dal dialetto, che sono scorrettissimi, però stanno in piedi molto più della forma corretta. E poi, vabbè, la metrica ti aiuta a cantare. La musica è ritmo. Non so se ci hai mai fatto caso: nelle mie canzoni raramente ci sono degli accenti sulle parole che non siano su accenti musicali. Raramente uso quel procedimento da musica leggera che fa sì che tu siccome devi mettere quella parola proprio lì, rovesci l’accento tonico per farlo aderire a quello musicale. Quella cosa per cui canti “musìca” invece di “mùsica”, solo perché deve starci dietro. Se trovi questa cosa in una mia canzone, è perché mi è capitato per caso e non me ne sono accorto. Tutto lì. L’accento delle parole finisce sempre sull’accento musicale. O quasi sempre. Almeno nel 99% dei casi.

P: Beh, ti permetti addirittura di costruire una canzone solo sulle sdrucciole, mandando in panico l’idea di lingua piana che frequentiamo normalmente.

GC: È molto più frequente di quanto tu creda. Perché, se fai attenzione, ce ne sono un sacco di canzoni completamente sdrucciole. Credo che molti non siano consapevoli di scriverle così. Sicuramente Enzo Jannaci, quando ha scritto Silvano, era consapevolissimo di piazzare delle gran parole sdrucciole. Non gli sono venute per caso, anche perché le strofe di quella canzone sono tutte sdrucciole.

P: Non ci avevo mai fatto caso. Mi sono sempre concentrato su questo sesso misterioso e sul fatto che nessuno ha mai capito di che cosa parlasse.

GC: «Non valevole Ciccioli»! Grandioso! Me lo immagino, lui e i suoi amici sportivi, che guardavano la partita. E uno fa: «Non valevole!» E l’altro: «Non valevole!» E lui: «Non valevole Ciccioli!» Me l’immagino proprio, una scena tipica di amici che fanno i cazzoni guardando una partita di calcio alla TV. Tifosi di squadre avversarie che si gridano addosso frasi sceme. Sono quasi sicuro che sia andata così.

P: Ho pensato che fosse opportuno e interessante chiederti come nascono le tue canzoni quando ho sentito Nuvole senza Messico. Quella canzone contiene una citazione fin dal titolo, una di quelle che ti dicono «Ehi, ti stai per infilare in un ipertesto del Canali». E poi c’è quel primo verso che ti porta immediatamente a Douglas Adams. E a quel punto capisci che è una citazione, ma che nel contesto della canzone è perfetta perché tiene tutto. Ecco: vorrei sapere come lavori a una canzone che si compone di riferimenti, eppure, alla fine, rimane rotonda, racconta una storia, un sentimento, un’immagine… e che voglia di piangere ho.

GC: È la mia vita che è piena di input. Viviamo in un mondo bellissimo, fatto di impulsi da fuori, perché abbiamo anche il culo di avere questa piaga chiamata internet. Ci arriva tutto subito e tutto in casa. Ed è una piaga, se sei stupido; se sei intelligente, secondo me, è un grande vantaggio. Se sei stupido, però succede che, alla fine, vai a votare quelli lì. Se invece sai giocarci, ne approfitti. Quando ero piccolo, dovevo usare le enciclopedie. Dovevo sfogliarle, cercare, muovermi anche a caso per capire come funziona o da cosa ha avuto origine qualcosa. I miei amici ricchi avevano “I Quindici”, io avevo solo un’Enciclopedia Universo e poi, a un certo punto, una Treccani presa a fascicoli. Adesso abbiamo Internet ed è tutto qui. Ed è tutto normale. La vita è guardare, osservare, leggere, ascoltare… E c’è chi riesce a immagazzinare tutti i fili portanti degli eventi, delle cose, e scarta le stronzate. Io, purtroppo, magari non mi ricordo un cazzo di come è andato a finire un film, però mi ricordo quattro battute a memoria. Non mi ricordo la trama. Ricevo un sacco di informazioni e il mio cervellino immagazzina solo quello che lo diverte di più. Da questo viene fuori il mio citazionismo.

P: E però tutto questo assume la forma di canzone e scrivi «Mi siedo qui, sono stanco / La vita, l’universo, tutto quanto».

GC: Vabbè, ma Douglas Adams fa parte della mia vita più della Bibbia. Anzi forse è la mia Bibbia. È sempre stato la mia Bibbia, dal 1980, quando l’ho scoperto. Credo che sia, insieme a Ron Gulart, un altro scrittore di fantascienza americano, quello che più ha preso tutti per il culo. E anche i Monty Python.
Poi, con Rossofuoco, abbiamo una forma di scrittura molto particolare. Succede che l’80% dei pezzi non esistono. Andiamo in studio, improvvisiamo musicalmente, parti, pattern che girano. Questo qui potrebbe essere il ritornello. Questo potrebbe essere la strofa. Proviamo a metterli insieme, facciamo un ponte, poi registriamo queste strutture in ipotetiche canzoni. Io arrivo a casa e, sul multitraccia, prendo e monto la roba come secondo me potrebbe funzionare. Inizio ad avere una struttura e, in quel momento, scrivo. Ed è una cosa buffa. Scrivo buttando dentro le frasi che mi sono rimaste impresse. Arriva un’idea, una frase, e dico «Ah cazzo, questa è buffa!», oppure «Ah cazzo, questa è bella!» È come un giro di parole. Evito di appuntarmele: se mi restano in testa, vuol dire che meritano di essere impresse su qualcosa. Se me le dimentico, vuol dire che non erano così importanti o che non valevano niente. E poi mi viene abbastanza naturale snocciolare le parole una dietro l’altra e poi, alla fine, tirare i fili in modo da dare loro anche un senso compiuto, in modo che non sembrino i deliri di un pazzo. Anche se, ogni tanto, lo sembrano. Insomma, c’è Rossocome che è il delirio di uno fermo al semaforo che è andato via di testa e che praticamente diventa una minaccia pubblica.

P: Nella mia percezione, tu ti inserisci in quella sfera di cantanti che mettono insieme due temi completamente distinti, l’amore e la rivolta, proprio alla Leo Ferré. Le tue canzoni che mi restano più addosso sono quelle che, da una parte, parlano di impegno sociale, dall’altra, parlano di sfighe della vita, di chi non riesce ad avere un punto di atterraggio nella propria vita emotiva.

GC: Non so dire da dove viene la citazione, però c’è uno dei padri fondatori di questo nostro mondo di fricchettoni diventati punk, rimasti anarchici, andati fritti di testa e invecchiati male come sono io, che ho letto quando ero giovane, che diceva che l’amore è l’atto più politico che c’è. Punto. Quindi, secondo me, le cose si mescolano di brutto. Non mi ricordo chi è. Di sicuro non era un papa.

P: E a un certo punto, in questo gioco di citazioni, sempre incrociate e intrecciate, inserisci anche delle narrazioni complesse. E mi viene in mente Precipito. In quella canzone racconti il tuo disagio umano trasfigurando il mito luciferino. È chiaro che stai parlando di Stella del Mattino nella sua cacciata dal paradiso. È lì, evidente, e non lo citi mai in maniera esplicita. Non sei mai didascalico. Come ti poni nei confronti delle didascalie?

GC: Non lo so. Questa cosa di Lucifero in Precipito è la prima volta che la sento in vita mia. Ti giuro. E ci rimango abbastanza folgorato. Beh, è come quando a un certo punto avevo scritto Piove, finalmente piove e qualcuno mi ha detto: «Ma hai citato Montale?» E io, quella poesia, non l’ho mai letta, eppure ci sono delle vicinanze significative. Forse l’ho letta da piccolo e nel mio cervello è rimasta immagazzinata quell’immagine. È una di quelle cose molto strane che succedono in modo involontario.

P: E sì. Siamo noi che andiamo a fare la spesa in quel supermercato meraviglioso che si chiama immaginario collettivo.

GC: Ed è bellissimo, cazzo! Probabilmente anch’io ho preso dallo scaffale sbagliato una roba e poi me la sono trovata lì. Cosa fai quando arrivi davanti alla cassa? Cosa fai? La lasci lì? Ma no, dici: «Ma sì, potrebbe servirmi». La butti dentro il carrello e via.

P: Però, approfittando del fatto che ho riconosciuto una citazione involontaria, non mi hai risposto. Torniamo un attimo al didascalismo: quando in una canzone inserisci una citazione, magari anche esplicita, magari anche testuale, non c’è mai il momento in cui fai i nomi, spieghi, chiarisci. Resta lì…

GC: Quella si chiama anche ricerca del tuo pubblico. Cioè se ci arrivi, bene, se non ci arrivi da solo, fottiti!

P: Una parola sdrucciola!

GC: Esatto. Ecco: è ricerca del pubblico. Sono uno snob, fondamentalmente. Me ne rendo conto quando mi rileggo e dico «Ma sono un fighetto con la puzza sotto il naso». Poi scorreggio in pubblico e, quindi, non sono troppo fighetto. Però un po’ sì: ho fatto il liceo scientifico, ho una certa cultura, voi altri non avete fatto un cazzo perché adesso non si studia, ai miei tempi era difficile… faccio quei discorsi che fanno i vecchi, visto che sono un vecchio di merda, perché sono arrivato a 67 anni e sono felice di esserci. Mi rendo conto di essere un po’ snob: quindi, se ci arrivi bene, se non ci arrivi affari tuoi. Ho scritto canzoni politiche che contengono frasi molto ironiche, molto autoaggressive. E vedi la gente col pugnalzato che non riesce a capire che stai prendendo te e loro per il culo. Il messaggio che cerco di far passare è un altro, è quello della sconfitta, non sto dicendo «¡No pasarán!» È tutto fuorché una canzone da cantare col pugnalzato. E li vedo, tutti lì. Tutti gli uomini, eh… perché le ragazze sono più intelligenti.

P: Mi pare che questa cosa ti porti anche a costruire i titoli di alcune canzoni come se fossero delle chiavi crittografiche. Penso ad Acomepd che richiede almeno un paio di passaggi perché quel titolo sia interpretato correttamente e, a quel punto, capisci il testo della canzone. Sembra anche la tassa d’ingresso per entrare nel Canaliverso. E uno snob come me si chiede: Giorgio Canali è uno che si fida così tanto del suo pubblico da costruire canzoni complesse o, semplicemente, se ne fotte e scrive per sé e confida che qualcosa arrivi a qualcuno e va bene così?

GC: C’è da dire una cosa. La cosa che mi piace di più in assoluto nella vita, a parte fare l’amore con la mia donna, è stare sul palco. E con chi ci voglio stare sul palco? Con della gente davanti alla quale non mi vergogno, con della gente di cui mi posso fidare, con della gente con cui sto bene. Lo seleziono il pubblico. Però poi le canzoni le scrivo per me. Le scrivo perché ho l’esigenza di buttare fuori certe cose. A volte si tratta di propaganda, ma è micropropaganda, perché ho un serbatoio di ascolti veramente ridicolo; quindi, rispetto a quelli che possono veramente muovere le acque a livello d’opinione, io nel mio piccolo, come le formiche di Gino e Michele, posso solo incazzarmi. Cerco di ottenere questo dalla gente che arriva ai concerti. Comunque, la cosa che per me è più importante è stare sul palco. Io faccio i dischi per stare sul palco, non per scrivere canzoni. Faccio dischi per stare sul palco, perché se fai i dischi nuovi poi hai i concerti nuovi. Poi, per fortuna, ultimamente le cose mi stanno andando bene. Nel senso che faccio proprio le cose che voglio. Gli album mi vengono bene. Non c’è una canzone degli ultimi sei album di cui mi vergogni, una di quelle di cui dici «Ma sì, questa l’ho messa dentro per riempire». No, una canzone se non è al 100% quello che volevo dire e non è come volevo che fosse, non esce. Quindi, sono anche molto pignolo, pignolissimo. Sono in grado di riaprire un mix per un articolo sbagliato o che si sente male o che si può fraintendere. Riaprire un mix per sostituire una sillaba.

P: Di dischi ne hai fatti un po’ e siccome scrivi canzone di amore e di rivolta ci metti dentro, ogni volta, anche un’istantanea del tuo umore del momento. La fotografia di quello che sei in un istante. A un certo punto, ci sarà qualcosa, come succede a tutti quelli che scrivono, su cui hai cambiato idea, su cui hai messo a fuoco il pensiero, su cui magari ti sei anche reso conto di aver detto una stronzata, perché siamo umani. Però una canzone, al contrario di uno scritto, la porti sul palco continuamente. C’è della roba che non ti rappresenta più? Che ti fa sentire in difficoltà? Che ti fa girare i coglioni così tanto quando la fai da essere costretto a cambiarla?

GC: Cambio continuamente le canzoni. Ma le cambio perché trovo un giro più divertente. Se cambio il testo è perché sul momento non mi è venuto così. E quindi no, fondamentalmente no: non ho canzoni che non mi rappresentano più. Probabilmente sono stupido, però le mie idee nascono dai miei vent’anni e non ci posso far nulla. Io a diciassette anni, quasi diciotto, quando non potevo ancora votare, probabilmente avrei votato Movimento Sociale, perché mio padre era stalinista. Poi sono arrivato in università e ho cominciato a capire come frullava il mondo, che in fondo mio padre non aveva tutti torti. Anche se aveva lo schioppo nell’armadio e aspettava Baffone. Ogni volta che c’erano delle cose che non gli piacevano diceva «Se andiamo su noi!» L’unico momento in cui ho cambiato veramente maniera di pensare è stato quello. Non credo che tra me a 22, 23 anni e me adesso ci siano delle differenze di vedute.

P: Andresti d’accordo con te stesso ventiduenne? Assolutamente ammirevole!

GC: Fondamentalmente le mie idee sulla vita, l’universo e tutto quanto non sono cambiate. Sono sempre stato fortemente anticlericale, fondamentalmente individualista, anarcoindividualista. E quando ho partecipato, nel 1984, al meeting anarchico a Venezia, me ne sono andato disgustato. A un certo punto, alla mattina alle 8:00, mentre mi svegliavo su una panchina con il sacco a pelo, c’era uno che spiegava a una scolaresca delle elementari in visita: «Noi anarchici facciamo questo, noi anarchici la pensiamo così, noi anarchici…». L’ho guardato e gli ho detto: «Ma che cazzo dici? Pensa per te, parla per te. Noi cosa? Sai cosa? Io vado via!»

P: A questo punto ho finito le domande, però approfitto della tua disponibilità e te ne faccio un’altra. Giorgio, cosa leggi? Cosa ti piace ora?

GC: Non leggo più un cazzo per colpa di questi [indica gli occhiali]. Senza questi e senza una luce forte sulla carta non riesco.

P: Neanche con supporti digitali?

GC: No, niente. C’è anche un altro motivo per il quale mi sono fermato. Dopo aver letto La trilogia della città di K. di Ágota Kristóf mi sono detto «Ma che cazzo devo leggere di più di questo dal punto di vista della narrativa?» E lì ho avuto un periodo di due anni in cui non mi interessava più niente ed è stato il periodo in cui ha cominciato a calarmi la vista. Quando ho provato a leggere qualcos’altro, mi servivano gli occhiali più grossi. Porca miseria. Maledetta presbiopia.

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