Se ti devo dare del “coglione”…

Federico Beghin | Affatto |

Leggo alcune serie a fumetti solo per le parolacce che contengono. No, dai, così esagero: al posto di “solo” devo usare “principalmente”. È scontato che, quando le ho iniziate, ero attratto da altri elementi, però poi, mentre piano piano la curiosità verso quegli stessi elementi è andata scemando, è rimasta la voglia di leggere una sana dose di turpiloquio nei balloon, abbinata a espressioni facciali arrabbiate, stupefatte, nervose o turbate, e a pose e gestualità che si confanno ai classici “vaffanculo”, “cazzo”, “merda”, “coglione”…

Ti faccio due esempi. Il manga DanDaDan, che ho scoperto proprio qui su QUASI grazie a Francesco Pelosi e che Emiliano Barletta ha analizzato alla grande, è arrivato alla diciannovesima uscita italiana e, se devo essere del tutto onesto, ha iniziato già da una manciata di tankobon a interessarmi sempre meno, tuttavia è pieno di parolacce, quindi lo compro e lo leggo ancora per questo motivo. Mi diverto mentre leggo le brutte parole che escono dalle bocche di Momo e della Turbononna e, poiché fin da subito il turpiloquio caratterizza la narrazione, so che da questo punto di vista Yukinobu Tatsu è una garanzia.

Un’altra garanzia, così arrivo al secondo esempio, è Brian K. Vaughan. Nel caso dello sceneggiatore di Cleveland mi riferisco nello specifico a Saga. BKV è solito inserire le parolacce in tutte le sue opere, però nella serie disegnata da Fiona Staples gode di maggiore libertà espressiva e si sbizzarrisce. Stai per chiedermi se leggo Saga solo – pardon, principalmente – per le volgarità inserite nelle nuvolette? Ebbene sì. Ormai sì. I volumi escono a lunga distanza l’uno dall’altro, perché Vaughan e Staples si sono presi una pausa a metà percorso, e nel frattempo ho dimenticato buona parte della trama. Aggiungo pure che non ho mai ritenuto Saga il capolavoro decantato da tanti Image-fan, così come, pur avendo apprezzato tantissimo i primi episodi di DanDaDan, non lo reputo un manga innovativo e rivoluzionario come viene osannato da molti. In entrambi i casi, mi sembrano opere godibilissime.

Restando negli Stati Uniti trovo Tom King, che inserisce tante parolacce nei dialoghi dei suoi personaggi, ma che purtroppo le censura. In Batman: Killing Time ha inventato una donna sboccatissima che torna anche nella serie che ha dedicato al Pinguino. Se non ci fossero i simboli al posto delle lettere, l’agente Nuri Espinoza sarebbe una delle mie “turpiloquiste” preferite. Oltre ai fumetti potrei citare serie televisive come AfterLife, Slow Horses e The Ranch, film come The Wolf of Wall Street e vari libri di Joe R. Lansdale, ma l’elenco non sarebbe mai completo e, soprattutto, rischierei di parlarti di cose che già conosci. Però non puoi sapere cosa disse il mio Prof di Latino e Greco in quarta superiore, quando udì una parolaccia sussurrata da un mio compagno. Questo insegnante era alto quasi due metri, aveva due mani enormi, due vanghe, che ogni tanto sbatteva sulla cattedra per richiamare la nostra attenzione. Era semplicemente un genio, un pozzo di cultura che dormiva pochissimo e faceva mille cose durante la giornata. Tutte benissimo. Anche rimproverare o comunque trasmettere un concetto semplicissimo che mi è rimasto impresso nella mente e che ho fatto mio. Non ricordo l’insulto che il mio compagno rivolse al suo vicino di banco, ma posso citare senza esitazione il richiamo del Prof. Dopo una premessa fatta per ammonire il mio coetaneo, riconobbe l’importanza del turpiloquio affermando: «Poi è chiaro che, se devo dire a uno che è un coglione, non gli dico “sei un testicolo”, ma gli dico proprio “sei un coglione”!». BUM! Tutti muti. Poi il sorriso del docente e la nostra risata.

Ecco, io sono fatto così: se proprio ti devo offendere non ti dico che sei un testicolo, ma ti dico che sei un coglione; se ti ci devo mandare, non ti mando a quel paese ma affanculo. Però, in generale, nella vita evito di insultare. Se lo faccio, vuol dire che mi hai sfinito e ti assicuro che ho la pazienza di Giobbe. Piuttosto dico un sacco di “cazzo”, “merda”, “piscio” ecc. Ovviamente quando sono a casa o quando sono fuori con gli amici. Sono bravo a capire le situazioni, la mia compagna direbbe che distinguo «modo, tempo e luogo». Il fatto è che ci sono tempi e luoghi in cui ho bisogno di sentirmi libero e uno dei modi per farlo è parlare male. I termini volgari spesso esprimono un concetto meglio di tante parole forbite e soprattutto mi danno un’idea di libertà, di ribellione. Forse è qualcosa che mi porto dietro da quando ero piccolo, da quando dovevo sempre «parlare bene». Ma vaffanculo al parlare bene!

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