Sono venuta al mondo con una missione chiara e non negoziabile: non morire. Naturalmente, si intende prima di mio padre e di mia madre. Fin qui, missione compiuta: mio padre è morto da un pezzo; mia madre, ancora viva, ha smarrito da tempo la password della realtà. Non sa più chi è lei, figuriamoci chi sono io. Se dovessi tirare le cuoia adesso, probabilmente penserebbe che se n’è andata la signora delle pulizie. O la parrucchiera.
Questo imperativo kantiano del «tu non morrai» è stato il mio mantra d’infanzia: altro che libertà e spensieratezza. Era un’infanzia blindata, presidiata da due genitori con il raro talento di vedere sciagure ovunque. Un sassolino? Trauma cranico. Una bicicletta? Ospedale. Una pozzanghera? Polmonite certa. Ogni uscita era una roulette russa con l’universo.
Un’infanzia del cazzo, insomma.
Per fortuna, vivevo in un paesino che – per puro colpo di culo topografico – si è rivelato la mia salvezza: un piccolo borgo di montagna, con vicoli impervi e molte strade non accessibili alle automobili. Quando finiva la scuola, ricevevo il consenso tremolante di mia madre per scorrazzare in quelle vie che odoravano vagamente di piscio di gatto e mancanza di sole. Libertà vigilata, certo, ma pur sempre libertà.

Camminavo, correvo, arrancavo in salita per raggiungere la casa dei nonni. La verità? Io andavo a casa del nonno perché della nonna, incline al comando e lontana dall’empatia, non mi importava. Non lo dicevo, ma era così. Lui era felice di vedermi, di trascorrere il tempo con me, di parlarmi. Sì, parlare. Parlare davvero. Quelle conversazioni lente, fatte di parole scelte con cura e lunghi silenzi che non facevano paura.
Ed era lì, tra un silenzio e l’altro, che si apriva lo spazio magico delle storie. Non erano fiabe da libro, ma racconti smozzicati, finali incerti, mezze verità cucite con la fantasia e qualche bugia a fin di bene. Il nonno raccontava di asini veggenti, di vecchie storte che facevano il malocchio solo con lo sguardo, e di santi che apparivano nei sogni a dire dove scavare – «ma tu non scavare mai, mi raccomando», diceva – ché certi tesori è meglio lasciarli dov’erano, a marcire con le anime in pena. Mi parlava della fuitina della zia Peppina. Mi spiegava che la luna di gennaio fa male ai capelli, e che «se sogni serpenti, preparati: o soldi o tradimenti». C’erano storie di raccolti andati a male, di spiriti antichi che passavano tra i campi di notte a portare o a togliere fortuna, di tempeste domate col sale grosso, di cani che abbaiavano a vuoto solo quando sentivano i morti e di vecchi alberi di carrubo sotto cui era meglio non dormire mai, ché si dice ci dorma il diavolo.
E io quelle storie le bevevo come acqua sporca dopo una giornata sotto il sole.
Non mi interessava se fossero vere. Mi bastava sapere che potevano essere raccontate. E che mentre venivano raccontate, io esistevo.
Quelle storie non chiedevano fiducia, chiedevano orecchie. Non erano lì per convincermi: erano lì per restare.
Ed è così che sono rimaste. Come semi storti, ma vitalissimi, piantati dentro.
E anche se allora non lo sapevo, quelle storie erano la mia prima lezione di letteratura.
Non nel senso scolastico, ma in quello più feroce e più sincero: le parole possono costruire un mondo, ma possono anche rovesciarlo. Basta un gallo che canta fuori tempo o un santo che sbaglia casa nel sogno.

Oggi, in classe, faccio proprio quello che mi ha insegnato mio nonno: racconto.
I primi giorni di scuola sono un carnevale sotto sedativo: bambini sradicati, travolti da un’attesa che non è mai la loro. Arrivano con zaini più grandi delle loro spalle e aspettative ancora più ingombranti: devono imparare, devono produrre, devono valere. E devono farlo in fretta, con efficienza, possibilmente con una bella griglia di competenze da barrare a fine giornata.
Sono bambini che hanno già ricevuto una formazione al racconto che sa di contabilità emotiva: ogni storia deve portare un messaggio, una lezione, una morale. Un bottino di buoni sentimenti da spendere al prossimo compito in classe. Sono stati abituati a pensare che leggere serva a diventare più bravi. Che la lettura sia una palestra per diventare persone migliori. Un sacrificio che, se sopportato con pazienza, regala buoni voti, approvazione, identità da lettore modello.
In questa visione, la lettura non è mai per loro. È per dimostrare qualcosa a qualcun altro.
È un’attività valutabile. Una prova. Una prestazione. Così, il piacere del racconto – quello che ti travolge, ti fa ridere in classe, ti fa paura, ti fa venir voglia di interrompere per aggiungere il tuo finale – si smarrisce. Viene dopo. Se c’è tempo.
E io, invece, arrivo e leggo insieme a loro Il narratore di Saki – alias Hector Hugh Munro – pubblicato da Orecchio Acerbo in una raffinata edizione illustrata da Michele Ferri. Perché? Perché nel racconto non cerco l’effetto formativo. Cerco l’effetto collaterale. Perché le storie che valgono non spiegano. Inquietano.
La trama è semplice come un incubo da pendolare: tre bambini, una zia, uno scapolo in un afoso scompartimento di un treno. Lei tenta di farli stare buoni con una fiaba edificante su una bambina tanto buona e tanto amata da tutti. Spoiler: funziona meno di un tutorial su YouTube. I bambini sbuffano, interrompono, chiedono «Perché?» ogni dieci secondi, e la zia – povera anima vittoriana – affoga nel suo stesso moralismo. È a questo punto che lo scapolo (santo subito!) decide di intervenire e racconta una controstoria. Anche la sua protagonista è buona, «orribilmente buona», ma viene premiata con un destino da snack per lupi, tradita dal suono delle sue medaglie al merito. Morale della favola: la virtù non salva nessuno, ma fa un ottimo rumore di medaglie mentre ti mangiano. I bambini – finalmente soddisfatti – decretano che è «la storia più bella mai sentita». E come dar loro torto?
L’efficacia del racconto sta tutta nel suo ossimoro centrale: la bontà, portata all’estremo, non salva ma condanna. È un paradosso che scardina il tradizionale impianto della fiaba educativa, dove l’eroe virtuoso viene premiato. In Saki, la protagonista integerrima viene punita. Non perché cattiva, ma perché troppo buona. Un eccesso che disturba, che fa rumore (letteralmente), che la rende visibile, dunque vulnerabile.

Il finale è volutamente spietato. Eppure, è proprio questo a piacere ai bambini, che lodano «la storia più bella mai sentita». Il narratore, in questo senso, è l’unico adulto in grado di parlare davvero il loro linguaggio: non impone una morale, ma mette in scena un meccanismo narrativo che li diverte, li interroga, li riconosce. La fiaba diventa così un esercizio di libertà, non di disciplina. Leggere non serve a diventare buoni, serve a diventare liberi.
Il racconto è un piccolo trattato metanarrativo mascherato da sketch da treno: due adulti, due visioni del mondo. La zia rappresenta l’adulto medio convinto che i bambini vadano ammaestrati come canarini, il narratore che pretende ascolto, ma non lo conquista. Lo scapolo è il narratore anarchico che preferisce vederli ridere, tremare e pensare: affascina, sovverte, destabilizza. E vince. In dieci minuti, riesce dove la zia ha fallito in anni di “oculati insegnamenti”: li fa stare zitti per ascoltare. È la vendetta del racconto sul precetto, dell’immaginazione sulla pedagogia.
Le illustrazioni di Michele Ferri traducono in segno visivo questa ambiguità. Il suo tratto netto e materico, le figure totemiche cristallizzate in una pagina dove non c’è posto per le regole della prospettiva, i volti irrigiditi, le texture che sfiorano il graffito: tutto concorre a un espressionismo narrativo che lavora sulla tensione più che sulla descrizione. Ferri mette in scena il perturbante con rigore plastico, alternando la palette spenta e polverosa della “cornice” del treno ai toni saturi e drammatici della fiaba interna, dove il lupo e la bambina diventano icone archetipiche, più mentali che corporee. Ferri costruisce un dialogo continuo tra testo e immagine. L’illustrazione non spiega, ma riflette e suggerisce.
Nelle pagine de Il narratore, l’immagine diventa pensiero, la fiaba si fa autocoscienza del racconto. È una lezione di narrazione e di libertà creativa, che rivendica per la letteratura la funzione di “divertire” nel senso etimologico: volgere altrove, spostare lo sguardo.
Alla fine, ciò che resta non è una morale ma un’esperienza: la libertà di raccontare e di ascoltare, la felicità dell’immaginazione che si apre, la leggerezza profonda di una storia che ci invita, ancora una volta, a credere nella forza perturbante del racconto.

Ogni volta che leggo questa storia con i miei primini, li guardo: i miei alunni, che ancora aspettano l’insegnamento, il precetto, la morale.
E invece arriva il lupo.
E Bertha fa cling clang.
E i loro occhi brillano di malizia, di soddisfazione e di qualcosa che somiglia alla libertà: la libertà di ridere dove non si dovrebbe, di parteggiare per chi perde.
E io? Io non spiego. Non riassumo. Non verifico la comprensione del testo.
Io gongolo.
Perché so che in quel silenzio sospeso, tra un clang e un battito di ciglia, qualcosa si è mosso.
E forse – se siamo fortunati – lo racconteranno a qualcun altro.
Magari con un finale ancora più di-vertente.

Legge. E legge, legge, legge. Legge fino al soffitto ormai fatto di rami e foglie e pure le pareti si trasformano in foresta.