Questa è… la guerra…

Emiliano Barletta | La cassetta degli attrezzi |

Nel 2005, durante una cerimonia di laurea al Kenyon College negli Stati Uniti, lo scrittore David Foster Wallace tenne un discorso che sarebbe diventato famoso con il titolo This is Water, e in italiano con il titolo Questa è l’acqua. Era una riflessione che iniziava con un aneddoto su un vecchio pesce che incontrava due pesci più giovani:

«There are these two young fish swimming along and they happen to meet an older fish swimming the other way, who nods at them and says “Morning, boys. How’s the water?” And the two young fish swim on for a bit, and then eventually one of them looks over at the other and goes “What the hell is water?”»

L’acqua, cioè la realtà più immediata e pervasiva che ci circonda, è proprio quella che i giovani pesci ignorano o che smettono di vedere. Con questa metafora, Wallace non cercava di insegnare a quei giovani laureati come vivere. Voleva, anzi, che non restassero bloccati nei loro preconcetti e che smettessero di guardare al mondo esterno esclusivamente in relazione a loro stessi.

Per spiegarlo Wallace usava esempi banali, quelli di tutti i giorni. Il traffico, la fila al supermercato, qualcuno davanti a te che va troppo piano. La frustrazione che ne deriva porta spesso a pensare «perché proprio a me». È la propria prospettiva egocentrica che prende il sopravvento su tutto il resto. Il punto è che basterebbe fermarsi un momento a guardare la situazione da fuori per accorgersi che non è così, che il mondo non sta ostacolando noi in particolare.

Ma cercare di capire davvero la realtà che si ha davanti, richiede uno sforzo che nella quotidianità si tende a evitare. Si finisce per mantenere una mentalità programmata, non per scelta consapevole, ma perché smontarla è faticoso.

Me ne sono reso conto bene più di quindici anni fa. Nel marzo del 2011, quando scoppiò la guerra civile siriana e le persone con cui mi confrontavo ogni giorno la trattavano con una certa distanza. Era qualcosa di grave, certo, ma in fondo quasi prevedibile. Un paese del Vicino Oriente in guerra rientrava in una categoria mentale già pronta, uno schema che non richiedeva ulteriore elaborazione. Era la loro acqua.

La mia di acqua, però, non funzionava così. Avevo vissuto in Siria tra il 2000 e il 2005, lavorando come archeologo a Tell Mardikh, l’antica Ebla. Avevo frequentato Aleppo, avevo attraversato il paese in lungo e in largo. Quella realtà non era uno sfondo, era qualcosa che avevo abitato. E quando è andata in frantumi, non riuscivo a trattarla come una notizia tra le altre. Non riuscivo a darla per scontata.

Per questo nel 2017, insieme al disegnatore Gianlorenzo Di Mauro, avevamo realizzato Il cielo su Ebla, pubblicato sul sito di graphic journalism STORMI. La scelta di fare un fumetto nasceva da un’idea precisa, usare il disegno come interpretazione della realtà per forzare l’impostazione automatica della mente di chi guardava quelle immagini di disperazione e tragedia, al solo scopo di generare una reazione.

Oggi il rischio è che lo stesso processo si stia ripetendo. Che le immagini che arrivano ogni giorno da Gaza, dalla Cisgiordania, dal Libano e dall’Iran, stiano lentamente innescando una mentalità programmata, un’abitudine. Ovvero che la guerra, a forza di essere vista, smetta di scandalizzare. Nessuna guerra è giusta, nessuna è moralmente accettabile, ma il rischio è che la ripetizione continua ci abitui a trattarla come se lo fosse.

Il fumettista palestinese Naji al-Ali aveva intuito questo pericolo decenni fa. Nelle sue vignette, il dolore non è mai estetizzato.Il tratto è essenziale, quasi ruvido. Non cerca mai la bellezza estetica ma solo il messaggio. Compone scenari in equilibrio tra realismo e simbolismo, volti distorti e sofferenti, corpi che portano addosso il peso di una storia che non smetteva di ripetersi. E quasi in ogni vignetta compare Handala, un bambino di spalle, scalzo, con gli abiti rattoppati, fermo a guardare quello che accadeva senza mai girarsi. Nel suo essere disegnato in maniera semplice, resiste alla semplificazione. Il suo non cambiare mai, il suo non offrire un volto, il suo restare sempre nella stessa posizione non sono dettagli estetici, ma forme di rifiuto di essere dimenticato insieme agli orrori che scorrono davanti a lui.

È una figura che non ti viene incontro. Non consola, non offre una via d’uscita emotiva rapida. E questo, oggi, mentre le immagini del Libano si accumulano sugli schermi fino a perdere peso, mi sembra l’unica forma di resistenza possibile all’abitudine.

È, in fondo, ciò che Wallace suggeriva. Scegliere come guardare il mondo. Sottrarsi all’automatismo. Accorgersi, finalmente, dell’acqua in cui siamo immersi.

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