Architettura e narrazione visiva. Da Assurbanipal a Chris Ware

Emiliano Barletta | La cassetta degli attrezzi |

C’è stato un momento preciso, visitando il British Museum di Londra, in cui ho smesso di fare il turista e sono tornato lo studente di archeologia di molti, ma molti anni prima. È stato quando, girando un angolo al pian terreno, nella sezione del Vicino Oriente antico, mi sono trovato davanti a qualcosa di così grande che sono rimasto immobile con lo smartphone in mano, e senza scattare una foto.

Erano lastre di calcare alabastrino, alte quasi due metri, scolpite con scene di caccia ai leoni.

Un rilievo rappresenta un leone con le zampe posteriori paralizzate mentre trascina il corpo in avanti, la testa ancora alzata, la bocca aperta. Un altro vomita sangue. Un terzo si accascia con una freccia conficcata nel collo, gli occhi chiusi. I corpi degli animali si muovono sulle lastre, senza alcun riferimento spaziale. Un vuoto che è una scelta artistica deliberata. Qualcuno l’ha presa più di ventisei secoli fa, e continua a funzionare ancora oggi, con una precisione e una violenza quasi insopportabili.

Questi rilievi erano esposti nel Palazzo Nord di Ninive durante il regno del sovrano assiro Assurbanipal (668-630/627 a.C.) e non avevano un semplice scopo decorativo. Erano progettati all’interno di un percorso specifico, in una sequenza specifica, in ambienti che comunicavano tra loro secondo una logica che non era solo funzionale, ma principalmente narrativa. Ogni stanza era pensata come una vera e propria tavola di un fumetto e i rilievi come delle vignette.  Come ogni autore di fumetti sa bene, una tavola a fumetti non esiste da sola. Esiste in relazione alla tavola prima e alla tavola dopo. Il significato di una vignetta dipende da cosa c’era nella vignetta precedente e da cosa ci sarà nella prossima. La sequenza è la vera e propria narrazione. Toglietela e avrete solo immagini singole senza alcun senso.

Nel Palazzo Nord di Ninive il visitatore, che poteva essere un dignitario, un funzionario, un vassallo straniero in visita, entrava dall’ingresso posteriore occidentale e percorreva una sequenza di ambienti precisa il cui solo scopo era quello di raccontare per immagini una storia. Nella prima tavola, che corrispondeva alla parete destra di un corridoio lungo (R), i rilievi raccontavano la preparazione alla caccia. Il sovrano, il suo seguito, i cani al guinzaglio, i servi che portavano le armi. E poi, alla fine del percorso, si entrava in un altro ambiente (A). Qui veniva rappresentata la guardia reale schierata. Fermi, immobili, in attesa di iniziare la caccia.

La scena successiva era in un’altra sala (E) che si raggiungeva dopo un disimpegno (D). Qui vediamo i leoni che sono addomesticati, satolli, distesi tra alberi lussureggianti. I musicanti suonano. Il giardino è pieno di frutti.  È una di quelle tavole in cui non succede niente di narrativo ma in cui si sente il peso di quello che sta per accadere.  E infatti, quasi di colpo, tutto cambia. Passando nuovamente nel disimpegno (D) si entra nella sala successiva (C). Qui la scena di caccia vera e propria prendeva vita. Il carro del re lanciato al galoppo con i leoni che lo attaccavano da tutte le direzioni. Poi le uccisioni. Poi la sofferenza e la morte dei leoni. A differenza delle scene precedenti non c’è nessun registro che dia un senso di lettura. Solo il re, i cavalli, le belve che attaccano e che muoiono nello stesso momento, sospesi in un vuoto che qualcuno ha costruito con la stessa precisione con cui si costruisce una splash page. E infine, tornando indietro, si passava nuovamente dal corridoio dell’inizio (C), dove, nella parete opposta da quella della preparazione, c’era rappresentato il ritorno dalla caccia, dove i leoni uccisi venivano portati a spalla dai servitori.

Esattamente come un autore di fumetti usa la sequenza delle tavole per costruire un effetto sul lettore, questi rilievi sono pensati per guidarti nello spazio, con un ritmo fatto di preparazione, tensione, attesa e infine un climax. Il passaggio da un ambiente all’altro è il volta pagina, ovvero quella azione che il lettore compie tra una pagina e la successiva e in cui ha un controllo attivo sul ritmo della storia. E dentro ogni sala, il passaggio da una parete all’altra era quella che Scott McCloud chiama closure, quello spazio bianco tra una vignetta e l’altra in cui il lettore completa mentalmente ciò che non viene mostrato e che il visitatore antico completava con la propria conoscenza del mondo.

Analizzando questa concezione dello spazio fisico come spazio narrativo, viene difficile non pensare a Chris Ware, un fumettista americano contemporaneo che da sempre ha ammesso il suo debito nei confronti di Louis Sullivan, l’architetto che ha ridisegnato Chicago dopo il grande incendio del 1871 e che aveva introdotto il principio per cui la forma segue la funzione. Questo si vede nel suo lavoro più ambizioso, Building Stories, un cofanetto di materiali eterogenei in cui i fumetti diventano edifici. Ogni stanza è una vignetta, i muri che separano gli appartamenti sono gli spazi bianchi tra le vignette.

Seppur separati da ventisei secoli e da tutto quello che ci sta in mezzo, gli scultori di Assurbanipal e Chris Ware sono arrivati alla stessa conclusione. Eppure, gli scultori assiri erano al servizio di una macchina propagandistica potentissima. Il palazzo era progettato per celebrare il re, la sua forza, il suo dominio sulle forze del caos e l’uccisione del leone simboleggiava tutto questo.

Però, guardando questi rilievi non si pensa alla gloria del re. Si prova una forte empatia per il leone. Questo o è un caso straordinario di intenzione artistica che supera l’intenzione politica, o è la dimostrazione che le storie fanno sempre qualcosa di leggermente diverso da quello che chi le ha commissionate aveva in mente. Probabilmente entrambe le cose. Forse è questo che distingue le grandi storie dalle altre. Non che funzionino perfettamente nel contesto per cui sono state progettate ma che continuino a trasmettere qualcosa anche fuori contesto, anche viste in ordine sbagliato da qualcuno che non sa quasi niente dell’impero assiro e che però si ferma davanti a un leone che muore e non riesce ad andare avanti.

Ti è piaciuto? Condividi questo articolo con qualcun* a cui vuoi bene:

Una risposta su “Architettura e narrazione visiva. Da Assurbanipal a Chris Ware

  • Augusto Q. Bruni

    Se interessa a qualcuno, questa scena del leone morente e il contorno sono il cuore di un grandissimo romanzo di Russel Hoban: The Lion of Boaz-Jachin and Jachin-Boaz (1973) edito in Italia da Adelphi col titolo “La ricerca del leone”: l’elemento visivo è talmente potente che alla fine salta fuori dal bassorilievo e…

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

(Quasi)